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sabato 4 novembre 2023

Quando l’amore vince su tutto…

Quando l’amore vince su tutto…

 

Per quest’ultima avventura la giornata non è fredda, e salendo dalla Val Aupa ho notato che i versanti meridionali dei monti sono quasi sgombri da neve quindi lascio in auto le ciaspole portando al seguito solo gli immancabili ramponi. Mi appronto indossando le ghette che sicuramente mi saranno utili in cima, zaino in spalle,  il fido Magritte e bei sogni al seguito si parte. Il primo tratto del sentiero è ripido, mi inoltro in un bosco di faggi e abeti bianchi. La traccia è ben battuta, la temperatura mite ottiene il suo effetto, inizio a sentire caldo e decido di fermarmi per alleggerirmi del pullover, guanti e berretto di lana. In pochi secondi assumo l’aspetto classico del Malfa, fasciandomi la fronte con l’immancabile bandana. Nel frattempo, vengo superato da un lupo grigio con lupa al seguito, ci salutiamo augurandoci una buona escursione. Lascio ai due lupi un discreto vantaggio, per avere l’illusione di essere solo. Ripreso il cammino nel bosco raggiungo la cresta, ora la traccia ha la chiara sembianza di una mulattiera e costeggiando la cresta sul versante meridionale raggiunge gli stavoli di “Gran Cuel “. Mi fermo ad ammirare i ruderi, solo un edificio sembra aver resistito al logorio del tempo, lo osservo, ci sono ancora i numeri civici: due, tre e quattro, mi avvicino e scruto, osservo una scaletta esterna che porta al piano di sopra e le due finestrelle. Ho la sensazione di sentire delle presenze umane. Volto lo sguardo all’edificio, dal piano terra una scaletta in legno s’innalza ad un balcone pensile che porta ad un appartamento con due finestre: ad una di esse stanno ancora le tendine appese alle ante,  e nel frattempo vengo rapito da un sogno. Le tendine sono le medesime che vide cento anni fa il sergente Marco Rossi assegnato alla terza compagnia del battaglione “Monte Granero”.

Era il primo aprile del 1917, Marco fu promosso sergente due anni prima per meriti di servizio durante la conquista del monte Nero (inquadrato nell’84 compagnia del mitico Battaglione Exilles), e in seguito fu riassegnato insieme al suo eroico comandante il Maggiore Vincenzo Arbarello al battaglione degli alpini” Monte Granero” che guarniva il monte Cullar. La sede del comando del contingente era sita sul versante settentrionale, esattamente sulla forcella Turriee. Il sergente spesso scendeva per la mulattiera che collega la forca alla val Aupa, passando per gli stavoli, fino a quando non scorgeva da dietro la finestra ornata di tende un bel volto di donna. Ella, la dolce friulana, aveva capelli neri, occhi scuri e uno sguardo intenso. Il giovane sottufficiale ne rimase colpito e se ne invaghì, e da allora ogni scusa fu buona per portare il mulo giù a valle e poter passare a ridosso degli stavoli di Gran Cuel. Da un boscaiolo che operava presso la frazione seppe il nome della bella gentildonna e la sua storia. Ella di nome faceva Anna Tomat, sposata, con due figli (Giovanni e Maria), il marito Alan Turchet era partito tre anni prima della guerra per l’Argentina (in Patagonia) in cerca di fortuna, promettendole che sarebbe ritornato appena fosse possibile per portare con sé la famiglia. Dopo le prime lettere non aveva più scritto, forse si era rifatto una vita. Anna portava avanti la famiglia lavorando su per i prati, raccogliendo foraggio o aiutando i genitori che vivevano nella casa accanto. Un giorno Marco con la scusa di riprendere il mulo si fermò presso la fontana dove ella lavava i panni. Poche parole, lui cortese e lei silenziosa, ma gli sguardi svelavano tutto. La passione del soldato fu colpita dal volto della bella friulana e il suo vuoto d’amore fu riempito dall’ardore di soldato. Lui, sicuramente più giovane di lei, e anche temerario, da quel giorno passava spesso e se la scorgeva presso la fontana, senza farsi notare le lasciava piccoli pensierini: cioccolata, pane e scatolette di carne. A volte anche quando non la vedeva alla fonte le lasciava fiori di campo raccolti di proposito. Fino a quando la donna piena di desiderio e accecata dalla passione durante l’ennesima sosta del sergente lo invito nella sua abitazione, gli avrebbe lasciato l’uscio aperto di notte, lei dormiva nella stanza a destra, quella con le tendine. Il giovane emozionato non stava nella pelle, le rispose: << Verrò stanotte.>>. Era il primo aprile del 1917, sembrava uno scherzo del destino. Il sergente giunto al comando chiese il permesso di poter scendere giù a valle la sera, prima che facesse buio, e che avrebbe dormito nella baracca in basso e la mattina dopo sarebbe ritornato presto con il mulo e i viveri. Il Maggiore Vincenzo Arbarello, che sapeva della cotta che il sergente aveva con la bella montanara, fece finta di credere alla storiella e acconsenti. Appena il sergente usci fuori dal locale del comando il tenente Botasso fece notare al maggiore che il sottufficiale si era inventato una scusa per amoreggiare. Il maggiore lisciandosi il baffo sorrise, stette un attimo in silenzio e rispose;<< Caro Tenente, in guerra ogni giorno è buono per morire, che questa notte sia buona per amare.>> Lisciandosi di nuovo il baffo si avvicinò alla finestra guardando verso il monte Salinchiet, sicuramente stava pensando alla sua bella, così lontana fisicamente e così vicina nella mente. Quella notte il sergente Marco Rossi lasciò il mulo presso casera Lius, e a piedi raggiunse gli stavoli. Salì piano la scaletta, il cuore gli batteva a mille, trovò l’uscio accostato che apri piano, sentiva il respiro dei ragazzi che veniva dalla stanza a sinistra. Socchiuse l’uscio e apri la porta della stanza a destra, la socchiuse, si spogliò dell’uniforme e si infilò nel letto nuziale. Lo trovò caldo e si accostò al corpo di lei; era vestita, l’ardimentoso soldatino con carezze e baci la spogliò degli abiti e del pudore e per tutta la notte fecero l’amore. Prima del canto del gallo il milite lasciò il talamo d’amore, poggiando un fiore dai petali aperti presso la fonte. Salì alla casera Lius recuperò il mulo e scese giù a valle a Saps per recuperare i viveri per il comando militare. Quel dì, il 2 aprile del 1917, era una giornata bellissima, la temperatura era in forte ascesa, dalla Val Aupa era uno spettacolo ammirare la Grauzaria innevata. Marco fischiettando un canto degli alpini risaliva lungo la mulattiera finché avvertì un forte boato diverso dalle solite artiglierie, fragoroso e più lungo, poi silenzio. Un lungo silenzio che aveva messo a tacere le armi. Marco avverti un sinistro presentimento e aizzò il mulo ad avere un andamento più veloce. Dopo un paio di ore giunse presso la forcella che collega il Palon di Lius con il Cullar e una tragica visione gli raggelò il sangue. La bella giornata primaverile e l’innalzamento della temperatura aveva provocato un’enorme valanga che aveva sommerso la forcella Turriee e l’intero comando militare. Per Il maggiore Vincenzo Arbarello, il Tenente Botasso e altri quattordici alpini non ci fu scampo. La sera Marco insieme ad altri alpini scavando nella neve riuscì a penetrare nel comando, dove trovò il corpo del Maggiore e del Tenente intatti, morti a causa di una fuoriuscita del carburo utilizzati per l’illuminazione. Sul tavolino un biglietto scritto a matita con mano tremante: << Credevo di morire diversamente, ho cercato di aiutare il mio tenente Botasso in tutti i modi ma inutilmente. Muoio asfissiato nel nome d’Italia!>> Erano le ultime parole del Maggiore Vincenzo Arbarello. Marco raccolse quel biglietto, lo piegò e lo consegno a un capitano, subito dopo si allontanò dal sito, guardando prima la montagna assassina e lontano verso Il monte Salinchiet. L’amore della bella friulana e la generosità del Maggiore gli ’avevano salvato la vita. Presto fu inviato sul fronte presso il Carso e successivamente oltre il Piave a combattere fino alla vittoria finale. Congedato, ritornò a casa e volle dimenticare la guerra. Si sposò, ebbe due figli, non lasciò la moglie per la Patagonia, ma visse felice, ebbe dei nipotini, finché un giorno nella sua memoria riapparvero i volti del Maggiore Arbarello e della bella Friulana. Volle rivedere quella terra e la Val Aupa. Ritornò con la sua famiglia, ripercorse il sentiero fino agli stavoli che trovò abbandonati. Rivide la scaletta in legno e la finestra con le tendine ancora lì, e come in un sogno gli apparve il volto di Anna dietro di esse. Si fermò alla fonte a giocare con la nipotina, mentre sopraggiunse un montanaro. Gli chiese cortesemente che fine aveva fatto la gente che abitava gli stavoli. Il montanaro gli rispose che i vecchi erano morti, subito dopo la guerra si erano trasferiti giù a Moggio Udinese, mentre la Anna con i figli aveva raggiunto il marito in Patagonia. Un sospiro di sollievo colse l’animo di Marco. Egli non aveva mai raccontato per intero la storia alla moglie, le aveva solo detto che si era salvato perché il mulo si era ferito ed era rimasto la notte tra il primo e il due aprile a Saps. Rientrava con la famiglia a valle, ma prima volle dare un ultimo sguardo alla scala in legno, alla finestra con le tendine e al volto della donna che amandolo lo salvò.

Finito di fantasticare mi risveglio dal sogno, riprendo il cammino seguendo la traccia che aggira la vecchia abitazione, alle sue spalle trovo una vecchia fonte, il sentiero percorrendo il crinale si avvia verso occidente passando sotto dei vecchi faggi dalle forme antropomorfe…

Malfa

 










 

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