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martedì 21 novembre 2023

Il viandante di Monte Arghena.

Il viandante di Monte Arghena.

 

Breve racconto:

 

Presso la cima più bassa (dove sosto), trovo un piccolo ometto con un paio di scarponi, sapevo di trovare quest’ultimi ed eccoli, quasi rassicuranti per chi temesse sul luogo esatto. Il paesaggio a settentrione è velato da rami di faggi e betulle, oltre di essi riesco a intravedere il monte Provagna. A occidente la visuale è coperta dalla cima più elevata, lasciando cogliere la bianca e luminosa dell’inconfondibile mole del Crep Nudo; infine, a sud-est la visuale è totalmente sgombra da ostacoli.
La bellezza selvaggia del luogo e la maturata temperatura mite mi invitano a effettuare una lunga  e meritata sosta. Nel frattempo, prima che Magritte si apparta in angolino per appisolarsi, procedo a collocare il barattolo con il libro di vetta. Il contenitore è voluminoso, quindi decido di fare spazio tra i sassi dell’ometto, scoprendo tra essi un vecchio barattolino di vetro con all’interno alcuni fogli di carta con delle poesie scritte in francese. Ripongo tutto il contenuto nel nuovo contenitore, aggiungendo materiale con cui scrivere e una penna.
Nel frattempo che sistemo i vecchi scarponi, leggo la misura all’interno di uno di essi: <<Cavolo è la mia! >> Esclamo. Nello sfiorare lo scarpone percepisco un fremito, e simultaneamente entro in un sogno, adesso sono il viandante  a cui appartenevano. D’incanto non mi trovo più sulla cima dell’Arghena, ma su un’infinita e sconosciuta cresta battuta dal vento.  I miei capelli sono lunghi, castani  e mossi dal vento. Indosso un cappellaccio e una giacca scamosciata con frange, e in mano stringo un bastone ricavato da un nocciolo, mentre sulle spalle porto uno zaino di canapa. Sono un viandante, ho sempre vagato e lo farò per l’eternità. Non ho mai dormito nello stesso giaciglio e mai con la stessa donna, e sono sicuro di aver amato solamente la libertà. Ho vissuto, ammirando il sole dall’aurora al vespro, errando per vie mai nate e mi addormentavo sotto la volta stellata cullato da Selene. Ho scritto i miei racconti con le suole degli scarponi e in essi ho riposto la parola fine alla mia esistenza. Un giorno, uno sconosciuto trovò il mio corpo privo di vita adagiato a un vecchio larice, con pietà non comune mi seppellì sotto di esso, ma senza gli scarponi. Lo stesso sconosciuto li tolse delicatamente riponendoli con cura dentro una borsa che portò via con sé. Un dì (non ricordo quanti anni passarono dalla mia morte), quando un insolito albeggiare tingeva di rosso fuoco il cielo, prese la borsa contenente gli scarponi, e salii su quest’anonima cima e rivolgendone le punte a oriente, li adagiò al suolo, erigendo intorno a essi un santuario con dei semplici sassi. Lo sconosciuto, è uno spirito libero, e quando morrà toccherà a un altro viandante portare i suoi scarponi su un’altra montagna…
Inavvertitamente, mentre sono preso dal fantasticare, stacco la mano dallo scarpone, rientrando bruscamente nella realtà. Ripresomi, ho notato lo sguardo smarrito e inquieto di Magritte, come se avesse visto in me un fantasma.
La temperatura si è improvvisamente abbassata, mi copro meglio, decidendo di porre fine alla visita della vetta.

 

Malfa.













 

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