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martedì 16 aprile 2019

Monte Giaf e Monte Venchiar da San Francesco (Val d ‘Arzino).

 
Monte Giaf e Monte Venchiar da San Francesco (Val d ‘Arzino).





Note tecniche.

Localizzazione: Prealpi Carniche.

Avvicinamento: Lestans-Pinzano-Val d’Arzino-Anduins-San Francesco.



Località di Partenza: San Francesco.

Dislivello:



 Dislivello complessivo: 800 m.



Distanza percorsa in Km: 10.





Quota minima partenza: 388 m.



Quota massima raggiunta: 1085 m.



Tempi di percorrenza. 4 ore escluse le soste.

In: Solitaria



 Tipologia Escursione: Escursionistica.



Difficoltà: https://www.vienormali.it/images/layout/dif-EE.gif Escursionistiche.

Segnavia: CAI 810A

Attrezzature: No.

Croce di vetta: No.

Ometto di vetta: Si

Libro di vetta: No.

Timbro di vetta: No.

Riferimenti:

1)                  Cartografici: Tabacco 028.

2)                  Bibliografici:

3)                  Internet:

Periodo consigliato: Tutto l’anno.

Da evitare da farsi in:

Condizioni del sentiero: Ben segnato fino alla casera Giaf, poi per la cima si procede per traccia.

Fonti d’acqua: No.

Consigliati:

Data 13 aprile 2019

Il “Forestiero Nomade”

Malfa

 



Racconto.





Le giornate uggiose dell’ultima settimana invitano a non uscire da casa, trovando la consolazione in un libro, magari con il caminetto acceso, e i gatti appisolati nel diurno vivere dopo la notte passata a caccia di prede.

Bisogna resistere a non lasciarsi andare alla fiacca che accompagna sempre l’inizio della primavera.

Adoro andare in montagna in solitaria, la Grande Signora si svela solo se ti sente suo.

La montagna, crollasse il mondo, è l’appuntamento a cui assolutamente non voglio rinunciare, trattandosi di un autentico toccasana per lo spirito.

Per questa escursione ho pensato al monte Venchiar, poco più basso del vicino Monte Giaf che ben conosco.

La giornata non mette proprio bene, tentare non nuoce e prego che non venga giù l’acquazzone, sperando in una improbabile comparsa del sole.

Parto da casa appena l’aurora si rivela, procedo lento con l’auto, gustandomi la bellezza della valle dell’Arzino. Il versante orientale della valle è selvaggio e difficilmente praticabile, mentre quello a occidente si presta a più escursioni, per labirintiche e selvagge valli, tra cui il Canale di Cuna.

Giungo nel caratteristico borgo di San Francesco, cercando il campo sportivo dove lasciare l’auto, il chicchirichì del gallo arriva puntualmente alle otto, in contemporanea al rintocco del Campanile.

La temperatura è mite, ma l’umidità nell’aria mi consiglia di non alleggerirmi eccessivamente. Calzati gli scarponi e controllato l’equipaggiamento parto per l’avventura. 

Dal campo sportivo mi spingo pochi metri a nord, dove supero un ponticello che sovrasta il torrente dell’Arzino, e successivamente devio a sinistra per seguire le indicazioni CAI (forcella di Giaf iscritta su un cartello segnaletico), il sentiero è numerato 810A, non si può sbagliare.

Il lunghissimo tratto iniziale è una carrareccia che si snoda lungo il versante orientale del monte Giaf, percorso assai monotono che stimola il pensiero, così inizio a fantasticare. In questi giorni sto leggendo un libro “La montagna storta”, ovvero l’avventura di tre ragazzi sul Chiampon, proprio alla virgilia del tragico terremoto che scorse la regione il 6 maggio del 1976 alle ore 21:00:12.

All’epoca ero un ragazzino che frequentava le medie inferiori, vivevo a Palermo, e ben ricordo che fui sconvolto dalle immagini riportate dalla TV.

Le amicizie coltivate in regione e le recenti letture mi aiutano a comprendere meglio i fatti avvenuti. Il terremoto ha così tanto scosso i friulani, che come data temporale spesso citano “prima o dopo il terremoto”.

Giunsi in regione nove anni dopo il sisma, ricordo bene che i miei colleghi del genio (militari), iniziavano a rimuovere le baracche adibite ad abitazione presso Buia.

Nell’escursione odierna la montagna mi guida, mi racconta di tali avvenimenti, mentre io immagino i volti della popolazione: anziani e bimbi, entrambi scossi dal sisma, e il coraggio e la laboriosità dimostrata per risollevarsi.          Visto che con la mente sono rapito dai pensieri, la salita al monte Giaf diventa meno tediosa. Arrivato alla forcella ammiro la casera di Giaf, restaurata anni fa, entro dentro il locale sperando di trovare l’amico topino che un anno fa ha rosicchiato le vettovaglie, a malincuore constato che ha cambiato domicilio, peccato, mi ero portato al seguito della frutta secca da dividere con il piccolo roditore.

Sopra un mobiletto sono adagiati dei fumetti, lasciati lì per accendere come carta il fuoco, constato che la legna stivata nel locale non è secca. Abbandonata provvisoriamente la casera, da dietro di essa a occidente inizia una labile traccia che porta alla crestina. Dopo alcuni passaggi divertenti giungo alla prima meta odierna, monte Giaf, una cima adornata dalla fitta vegetazione, che lascia spazio solo alla fantasia per volare oltre e a oriente, verso la lontana cresta del Piciat.

Mi sollazzo per una breve pausa, avrei voglia di lasciarmi andare, ma fa freddo, quindi senza dover firmare nulla e vista la spartana vetta, priva di tutto, ritorno indietro. Presso la casera di Giaf visito gli attigui ruderi e l’enorme tronco di faggio, secco e infradiciato.

Il sentiero che sfiora i ruderi è sempre numerato 810A, ma di praticarlo a nord lo evito, le nubi sono onnipresenti e minacciose, rischio di beccarmi lo scroscio, quindi di percorrere il greto del torrente Comugna per oggi non è cosa. Ritorno alla casera di Giaf, provo ad accendere un fuoco da una remota cucina rustica, ma l’effetto causato è il contrario, oltre a non divampare nessuna fiamma mi sto raffreddando. Lascio il ricovero e proseguo, trovando a sud, nella boscaglia, una pista che mi porta verso la seconda meta odierna, ovvero il monte Venchiar.

La traccia è ben battuta anche se è priva di segni, essa si sviluppa sul versante orientale, si tratta chiaramente un vecchio sentiero (troi), sicuramente utilizzato dai montanari per fare grano. Aggiro sul versante sinistro un’alta elevazione che appare impraticabile, per poi conquistare la cresta che precede il monte Venchiar.

Cavalco il dolce crinale, avviandomi verso l’elevazione ricoperta dai selvaggi faggi. La traccia sembra perdersi, d’istinto cavalco i dorsi più alti fino a intravedere un singolare ometto, controllo la mappa sul GPS, essa mi conferma che ho raggiunto l’apice del monte. Non effettuo in questa cima (come non ho fatto nella precedente), il mio solito autoscatto con il braccio teso e l’indice e il medio della mano a indicare il segno della vittoria, oggi non sono in vena. Non è un’escursione felice, mi manca qualcosa, questa fatica mi sa di incompiuta, mi manca l’amore, mi sento abbandonato come un trovatello. Vorrei sparire, dissolvermi dentro una nube. Ho perso la forza e il brio dei tempi migliori, la solitudine del luogo e quel senso di inquietudine mi attanagliano, rendendomi infelice. Sono ignudo, un’anima in pena che non riesco più a mascherare

Mi fermo per una sosta sul ciglio del sentiero che si aggetta a valle, per poi riprendere il passo verso il ritorno. Dall’alto ho notato una montagna che sembra la più alta di tutte, penso che sia difficile da fare, scoprirò a casa che si tratta del Flagjel, cima fatta e rifatta più volte. Ripreso il cammino mi avvio al borgo di San Francesco, fino a raggiungere l’auto. Una volta tolti gli scarponi decido di visitare l’attiguo torrente dell’Arzino, portandomi al seguito l’indomita passione che non ho ancora sfogato. La vista delle acque del torrente non mitiga l’amore e il desiderio, quello autentico, quello che anima follemente il viandante. Rientro a casa con questa mestizia addosso, che il bigio cielo non ha fatto che rafforzare.

Il Forestiero Nomade.

Malfa.

































































lunedì 15 aprile 2019

Monte Buttignan

 
Monte Buttignan (1074 m.) da Staligial.                               

Note tecniche.



Localizzazione: Dolomiti destra Tagliamento- Prealpi Carniche-



Avvicinamento: Lestans-Toppo-Meduno- Lago di Redona-seguire indicazioni per Chievolis- Indicazioni per Selva- Bivio per Chiarsuela- proseguire per il borgo di Staligial, lasciare l’auto nello spiazzo adiacente la vecchia scuola.

Località di Partenza: Spiazzo adiacente la vecchia scuola.



Dislivello: 500 m.





 Dislivello complessivo: 500 m.





Distanza percorsa in Km: 4chilometri.





Quota minima partenza: 650 m.



Quota massima raggiunta: 1074 m.



Tempi di percorrenza escluse le soste: 2,15 ore

In: Coppia



 Tipologia Escursione: Selvaggio



Difficoltà: Escursionisti Esperti

Segnavia: Bolli rossi

Impegno fisico: Basso.

Preparazione tecnica: Media-alta.

Attrezzature: No.



Croce di vetta: Si.

Ometto di vetta: No.

Libro di vetta: Si.

Timbro di vetta: No

Riferimenti:

1)         Cartografici: IGM Friuli-Venezia Giulia - Tabacco.028

2)         Bibliografici:

3)         Internet:

Periodo consigliato: Tutto l’anno.

Da evitare da farsi in: Condizioni di terreno bagnato o ghiacciato.

Condizioni del sentiero: In via di ripristino, parecchi schianti presenti, ma non ostacolano il sentiero.

Fonti d’acqua: Nessuna.

Consigliati: Ramponi da erba.

Data: 07 aprile 2019.

Il “Forestiero Nomade”

Malfa

 
Racconto:

La primavera si svela al viandante e l’invita in uno dei suoi gioielli più preziosi, il monte Buttignan.

Da tempo sento il richiamo di questo bel rilievo, avverto che ha bisogno dei miei sguardi, passi e della passione. Il motivo principale di questa nuova visita è una missione, cioè di rimettere in sesto la croce. Non so spiegare l’esatta motivazione che mi porta a fare questa operazione,  sono agnostico e certamente non legato ai simboli religiosi, ma ho percepito la montagna e il suo bisogno di essere curata dalle mie mani; potrei scrivere coccolata per paragonare il sentimento a quello di cui hanno spesso bisogno gli umani.

Nella precedente escursione legai al simbolo religioso un nastro rosso e una bandana nera, spero di ritrovare quest’ultima, per rindossarla, mi attrae l’idea che essa nel frattempo sia stata esposta ai fenomeni atmosferici che equiparo agli eventi della vita, sicuramente ora avrà un suo vissuto.

L’escursione di sé non è proibitiva, quindi mi avvalgo della compagnia della mia signora e del fido Magritte, quest’ultimo rientra dopo un lungo periodo d’inattività.

Il Buttignan è una gran bella montagna, dalle dimensioni piccole e con poco dislivello, ma in compenso racchiude nel suo scrigno un vortice di emozioni. Considero la bella elevazione come un compendio di esperienze per chi vuol conoscere la montagna; morfologicamente è affascinante, e dal basso appare inespugnabile.

Il sentiero d’accesso parte dal caratteristico borgo di Staligial, che consiglio vivamente di visitare a fine escursione. Per chi proviene dalla Val Tramontina consiglio di lasciare l’automezzo presso i locali dell’ex scuola elementare (spiazzo adiacente) dopodiché si prosegue verso il borgo, imboccando subito a destra un sentierino che porta presso una sella munita di una panca ricavata da un tronco (pulpito panoramico), esattamente alla base del tratto malagevole(ghiaie).

Qui effettuiamo la prima sosta (consigliata per fare foto panoramiche), dall’alto si ammirano le smeraldine acque del lago di Selva.

Per il monte si prosegue a destra, una labile traccia porta alla base di un saltino friabile, nulla di difficile, in un balzo si è su e si prosegue per un sentiero che taglia in orizzontale un tratto ripido ed esposto, fino a confluire dentro il bosco di conifere.

Raggiunto un rustico cartello (con su inciso e tinto il nome del monte), la traccia si biforca, seguiamo la diramazione a sinistra che con ripidi e stretti tornantini si inerpica fino alla crestina. Si prosegue per la marcata traccia, la vegetazione che in alcuni tratti ostruiva il passaggio è stata rimossa dal laborioso lavoro dei volontari, lo testimoniano gli svariati tagli che rendono libero il passo.

Districandosi dentro la pineta si raggiunge in breve un ampio tratto in orizzontale che sfiora la base costone roccioso del monte. Un’area esposta ci introduce al canale che divide la cima dall’ante-cima, lo risaliamo, avendo la facoltà di scegliere se arrampicarci sulle facili rocce o spostarci leggermente a destra per seguire nel ripido prato le tracce di camoscio. Dei bolli rossi sono la nostra guida, al vertice del canalone una serie di ometti ci consiglia vivamente di svoltare a sinistra, e noi ubbidiamo senza indugi.

Altri due ometti ci guidano sulla breve rampa, per poi seguire il ripido pendio erboso che conduce all’aereo sentiero, tratto molto esposto ma non difficile.

Percorriamo la via con tanta emozione, ben coscienti che i piccoli passi ci aiutano nella sicurezza, finché raggiungiamo il pulpito panoramico che precede il ripido tratto finale. Osservando verso l’alto la croce non è in vista, intuisco cosa sia accaduto, cambiamo direzione di marcia, stavolta da occidente a oriente, e aiutati da una miriade di ometti (spuntati come funghi) ci dirigiamo alla meta

Gli ultimi metri sono emozionantissimi, il giallo ocra dell’erba contrasta e si abbina con le pennellate d’azzurro della volta celeste, passo dopo passo e ometto dopo ometto ci godiamo il tutto.

Una pietra dalle strane forme attrae la nostra attenzione, somiglia più ad una scultura d’arte moderna.

Da lontano alcune nubi minacciose ci consigliano di raggiungere velocemente la cima e di non dilungarci troppo nella meditazione. Finalmente ci siamo, presso un enorme masso e sul manto erboso giace la croce, dormiente come una principessa da fiaba, la rialzo, essa è congiunta per un lembo di metallo al piedistallo, ma non sta in piedi da sola, allora mi viene un’idea.         Stacco il corpo metallico dell’emblema dal masso cementato e l’adagio alla vicina roccia, naturalmente aiutato nelle operazioni da Giovanna. Dopodiché, ispirandomi al forzuto Ercole, alzo due enormi pietre e le adagio sulla parte inferiore della stessa croce, creando un solido incastro naturale. La croce sicuramente ora è ben fissata, mi auguro che coloro che visiteranno il sito dopo di me, contribuiranno a rendere ancora più stabile l’opera.

Ben contento della buona azione, mi rammarico solamente di non aver ritrovato la bandana, non penso che sia volata via, spero che qualcuno l’abbia presa come ricordo, il gesto non mi dispiacerebbe.

Dal libro di vetta deduco che dopo la mia visita sono stati registrati solo sei passaggi, e in quattro mesi non sono tanti.

Firmiamo il libro di vetta, ammiriamo il paesaggio e consumiamo una barretta energetica. Lo scorcio panoramico è magnifico, lo scrivo con veemenza,questa montagna merita, è davvero un autentico gioiellino, quando verrete su vaglierete di persona.

Le nuvole nere si avvicinano minacciosamente, quindi affrettiamo il rientro, la discesa è meno complessa del previsto e in breve passando per bosco ci ritroviamo al pulpito panoramico con panca. Ci avviamo verso il borgo di Staligial seguendo l’arcaico sentiero(troi). Delle voci allegre e festanti provengono dalle prime abitazioni, una in particolare mi colpisce, una risata femminile e anche molto sovrabbondante, che può apparire triviale se confrontata con la sacralità del contesto, ma che enuncia che la vita è bella, non è solo fatta per gli asceti, e soprattutto continua.

L’aria è inebriata dall’effluvio della carne alla brace, vecchio rito pagano che non svanisce con il tempo. Entriamo nel borgo come forestieri, cercando di afferrare con lo sguardo la miriade di impressioni che ci offre il magico luogo.

Il passo è felpato, di chi vuol rubare suggestioni, il cuore dischiuso per accogliere le emozioni, vaghiamo nel passato di una terra ospitale che chiamo madre adottiva.  Ogni sguardo è un fotogramma, siamo rapiti da cotanta semplicità, nella nostra fantasia si rianima il tutto e cattura i nostri sogni, mentre mi pare di udire come in un sogno le voci dei bimbi monelli che giocano a rincorrersi.

Visito quel che rimane di una stalla e immagino i bovi dormienti, esco e ammiro l’originaria chiave appesa al chiodo come cento anni fa.

Usciti dal borgo siamo già all’auto, ma non mi esimo di entrare nella remota scuola elementare. L’istruzione è la più grande conquista del popolo umile, una scuola per tutti, questo sì che è un vero simbolo di libertà.

Entro con pudore nelle stanze che ospitavano le classi, sono solo due, come due sono i bagni e un solo ripostiglio. Mi soffermo nella classe esposta a meridione. Un’ampia a finestra si apre sui monti, abbasso l’obiettivo della fotocamera, all’altezza in cui una volta cominciava lo sguardo dei bimbi. Fantastico, sicuramente alcuni alunni, annoiati dalla lezione di aritmetica, sbirciavano fuori, aspettando che scoccasse l’ora in cui suonava la campanella di fine lezione, per rincorrersi all’impazzata fuori dall’edificio.

Queste sensazioni le avverto nell’etere, una volta fuori dall’edificio svaniscono, lasciandomi in bocca quel sapore di dolce-amaro del passato che è volato via.

Con calma rientriamo a valle, certi e lieti di aver vissuto un sogno chiamato Buttignan.

Il forestiero Nomade.

Malfa.