Powered By Blogger

martedì 21 luglio 2026

Cuel Preses da Praforte ( Ciaurlec).

Cuel Preses da Praforte ( Ciaurlec).


Il Ciaurlec, il meraviglioso monte che domina il mio sguardo a settentrione dalla mia abitazione, è sempre un luogo magico da esplorare. Mille sentieri , numerose casere, e tante altre località alle sue pendici. Per il sottoscritto è un rifugio del cuore, un punto di fuga dalla quotidianità, un’immersione nel sogno. Per questo volo onirico parto con l’auto da casa, lasciando l’automezzo nell’ex posteggio militare ancora attivo fino al secolo scorso. Ricordo ancora le colonne di automezzi militari che affluivano dalla frazione di Travesio sino al sito, e dopo si procedeva a piedi fino al poligono posto pochi metri in basso. Il Ciaurlec è un ex poligono militare, per tutti i tipi di artiglieria, anni fa  alcune granate sono partite dal mio semovente mentre eravamo schierati sul greto del Meduna. Ho sempre pensato che la mia passione per la montagna sia un mio modo di espiare i peccati da milite verso di essa, e in un certo senso è quello che ho fatto, soprattutto nell’iscrivermi al C.A.I e fare parte del gruppo manutenzione sentieri. E ancora oggi , ogni talvolta ascendo sul Ciaurlec, provo questo sentimento di colpa, e in seguito di beatitudine, come se fossi ripreso e di seguito perdonato. La mia devozione al monte è sacra come se esso fosse un Dio a cui mi reco per l’immenso attimo religioso. Raggiunta la località, Klimt impaziente, ci si avvia, e decido di prendere il sentiero più lungo per il Cuel Preses, che mi risparmia una ripida discesa che ritroverei come ripida salita al rientro. Da subito dopo aver percorso gli ultimi metri di stradina asfaltata, viro a sinistra e di seguito a destra , percorrendo una carrareccia, sono nell'interno nel boschetto e il refrigerio mi giunge gradito. Seguo a memoria la pista, più in là mi aspetta un piccolo sentiero che taglia perpendicolarmente il tracciato riportandomi sulla stessa carrareccia ma a monte e risparmiandomi alcune centinaia di metri di cammino. All’imbocco del sentierino sbuca fuori un escursionista di rientro, ci salutiamo, in montagna per fortuna questa buona abitudine non è una rarità. Raggiunta la carrareccia a monte la percorro in senso contrario al precedente, ossia da occidente a oriente, un bel chilometro fino a uscire fuori dal boschetto e iniziare l’ascesa su un ripido pendio, ma con la bellezza di scrutare il paesaggio circostante. Salgo per alcune centinaia di metri , trovo ombra e sosta in alcuni alberelli, per poi virare a destra rientrando in un boschetto che perpendicolarmente si collega al sentiero che ho abiurato alla partenza. Stavolta si tratta di una traccia, marcata si, ma sempre traccia , che percorro in ascesa per alcune centinai di metri, breve sosta dentro una macchia di alberelli, per poi uscire allo scoperto sino a raggiungere le pendici occidentali del Cuel  Preses. Stavolta devo uscite dalla traccia e salire in libera il dolce declivio  intervallato da arbusti e massi affioranti, finché, un orniello tra i luminosi bianchi massi e un ometto di sassi mi annunciano la fine delle fatiche. La vetta fisica è un paio di metri sopra, lascio andare lo zaino per terra e con il mio compagno ci godiamo il refrigerio dato dall’ombra del fogliame dell’orniello. Il luogo è meraviglioso, i prati giallo-oro sono tinti di chiazze di smeraldo, lo sguardo vola sino alla pianura friulana, dove è chiaro che quella scia bianca è lo scorrere del Tagliamento, mentre a oriente e settentrione scruto le elevazioni del Monte Pala, il Monte Taiet e le piccole frazioni che sorgono alle loro pendici. Si respira un’aria di pace e serenità, l’umanità con tutte le sue ipocrisie è lontana, assente, e di questo ne  traggo beneficio. Inserisco dopo aver compilato il segno del nostro passaggio dentro un barattolino di vetro e lo pongo tra i sassi dell’ometto, e altri sassi ne aggiungo per alimentare il già corposo ometto. Di seguito mi spingo ai massi della cima posti poco sopra, invito Klimt per la foto di rito, ne farebbe a meno visto che siamo esposti ai caldi raggi solari, di seguito dopo la foto l’amico rientra all’ombra  dell’alberello su un metro di morbida erbetta osservando curioso il mio agire. Mi godo il paesaggio, la serenità, la pace, scendo all’orniello, e seduto su un comodo trono ( un bel masso piatto alla base dell’alberello) mi godo il tutto. Dopo alcuni minuti, sento uno strano movimento tra la coscia sinistra e il mio braccio poggiato sopra, mi muovo di scatto e sento il pizzico bruciante di una puntura, trattasi di una piccola vespa che avevo notato poco  prima. Sorrido, penso! “”Il regalo di Artemide!””, ci sta’, non impreco nemmeno, fa parte della natura, rifletto che sicuramente mi gonfierà. Al seguito non ho nulla visto che per avere uno zaino minimalista ho lasciato la farmacia a casa, pazienza, mi servirà la lezione. Dopo una mezzoretta riprendo il cammino, è tutta discesa, la puntura brucia, ogni tanto la controllo, dovrei adoperare l’ammoniaca, ma non ho nemmeno lo stimolo di fare pipì, niente, metterò una pomata a casa. La discesa è veloce, anche se mantengo un passo calmo, così raggiungiamo l’auto. Dentro di me ho ancora lo sguardo rapito dal bel paesaggio che mi ha donato il colle, e lo manterrò ancora, anche dopo l’arrivo a casa, e anche adesso mentre stendo la relazione. Ogni elevazione ha il suo valore, per questo non scrivo facile o difficile, piccola o grande, non sta a me giudicare le difficoltà fisiche o  le peculiarità visive, a me sta di catturare le emozioni che Artemide mi dona, e anche oggi ero presente.

Malfa.





















 

lunedì 20 luglio 2026

Jof Marin e Cuel Moni.

Jof Marin e Cuel Moni.


12 luglio 2026.

Dopo sei anni e in clima estivo rifaccio una visita di cortesia sullo Jof Marin, l’ideale ambiente in questo periodo di calura insopportabile. Il colle, breve levazione nascosta tra le più alte cime del territorio compreso tra Forno e Pielungo. Il monte Pala a Sud e la lunga cresta del monte Taiet a nord dominano l’ambiente, un territorio sacro, visto che ha assistito durante il primo conflitto mondiale agli ultimi scontri o tra i soldati italiani e quelli austroungarici dopo la disfatta di Caporetto. Un cimitero presso Pradis nord ospita le sepolture di entrambi fazioni, anche se in un primo tempo erano separati. Presso Forno e il colle Orton si trovano i cimiteri originari, e presso le numerose biblioteche della zona si possono leggere i drammatici eventi, pagine di storia che sopravvivono all’oblio. Lo Jof Marin lo si raggiunge tramite una carrareccia di servizio, in uso recentemente ai boscaioli, numerosi tronchi di faggio accatastati lungo il cammino. L’occhio attento nota ai margini del tratturo i ruderi dei remoti stavoli e altri ne ho scoperti all’interno del bosco, sicuramente erano agibili sino al terremoto del 1976, e dopo furono abbandonati, e oggi ne serbano le ferite del triste evento. Per  raggiungere la vetta, bisogna uscire presso dei ruderi posti nella massima quota della carrareccia, e districarsi nel fitto e invaso bosco selvaggio cercando la quota più alta, Numerosi sono gli schianti da superare, finché, si giunge in una quota dove dei massi carsici, solcati dal tempo sono la massima elevazione. Sopra il masso più alto, in onore di Astarte ( Artemide) ho eretto un ometto e presso una delle cavita ho serbato un contenitore dove è segnato il passaggio mio e del mio amico Klimt. Dopo la sacra funzione, sono sceso a oriente, cercando una traccia che mi portasse sulla strada maestra; invece, mi sono imbattuto nei resti di altri stavoli, che testimoniano quanto orribile fu la scorsa tellurica di cinquanta anni fa che scorse il Friuli. Ritrovata la carrareccia , procedo a ritroso sino all’auto che ho lasciato all’imbocco della carrareccia e all’ombra di un faggio. Durante il rientro mi viene in mente un colle, Cuel Moni, presso Pradis di Sopra e a monte della località Ropa. Raggiungo il sito con l’auto, e lasciato l’automezzo ai margini dell’arteria, provvedo per il dolce prato fino a penetrare all’interno del bosco che serba la massima elevazione del colle. Scopro che potevo raggiungere lo stesso sito tramite un bel sentiero posto poco più a nord da dove ho lasciato l’auto. La massima elevazione è un terreno  con  molteplici massi erratiti, pare che siano messi in modo circolare, e l’impressione che trasmette è quella di un sito magico, con frequentazioni remote, sicuramente alla preistoria. Sul masso carsico più alto elevo un piccolo ometto, e di seguito mi guardo intorno, proprio una bella posizione geografica anche se occultata dalle fronde della faggeta. Rientro all’auto per il sentiero appena scoperto, pensando a una prossima escursione che possa includere il Cuel di Moni.

Così ha termine una mattinata dedicata alla ricerca della frescura e alla conoscenza dei colli a monte della mia abitazione.

Malfa.