Colle Rovolet dall’agriturismo “Le Genziane” ( Ciaurlec -Travesio- PN).
300 metri dislivello totale.
Distanza 3, 3 chilometri.
Ogni talvolta che transito sotto le pendici meridionali del Ciaurlec lancio uno sguardo sul versante esposto al sole, scrutando la morfologia del monte e alla ricerca di qualche aspetto che ignoro. Santa ignoranza che rende la vita sublime, stimolando a riempirla di esperienze e aneddoti da raccontare. Ultimante a causa proprio dell’eccessiva calura i giallo-ocra dei prati sono più visibili del solito, ed ecco avvistarne qualcuno che pare che sia un pizzo o un colle. Memorizzo la posizione e una volta raggiunta l’abitazione metto mano alle mappe per interpretare la visione. Così il colle Rovolet viene fuori , c’è un sentiero che gli passa vicino, quindi, bisogna costatare di persona. Le giornate infuocate non stimolano la montagna, ma la curiosità è forte; quindi, il giorno prima preparo lo zaino per la nuova avventura. Nelle prime ore del mattino sono nei pressi dell’agriturismo, stradina molto erta che porta sino a sopra Praforte, trovo uno spiazzo dove lasciare l’auto (280 m.), e assieme al mio fedele amico Klimt ci approntiamo per l’escursione. Una volta fuori dall’abitacolo incontro una coppia di escursionisti, instauro una conversazione al solito mio, e grazie anche a Klimt che fa sempre colpo, di seguito ci congediamo e ognuno per le proprie strade. Percorro la stradina asfaltata che lambisce la palestra di roccia ( vecchi ricordi) e l’ex cava. Per fortuna il sole non batte questo tratto di cammino e si percepisce un po' di gradevole frescura. Dopo alcune centinaia di metri sulla destra imbocco una remota carrareccia con una moderata pendenza. Pochi metri dopo sempre sulla destra una piccola cappella con un’immagine votiva, ne incontrerò altre due durante l’ascesa prima che abbandoni la carrareccia. Rifletto, che cambiano le ere, ma l’uomo rimane legato ai fenomeni sovrannaturali ed essi affida il proprio destino. La Dea Madre è la prima e più antica forma di divinità dell'umanità, nata nella preistoria per simboleggiare la fertilità, la vita, la terra, la natura e il ciclo continuo di nascita e morte. Gli antichi Fenici la chiamavano Tanit, gli Achei ne avevano più di una: Gea, Demetra e Rea, I Celti Danu e i Romani Cibele. Queste figure di Madonna sono la prosecuzione quasi pagana del rito di onorare la Dea Madre, e se in un futuro il cristianesimo dovesse lasciare il passo a una nuova religione ci sarà una nuova Dea Madre, e così fino all’estinzione dell’uomo. Rispetto questi simboli votivi per il lavoro di chi ci crede, come dentro di me regna la Dea Artemide con i suoi simboli. Ecco, il camminare in solitaria amplifica il pensiero e moltiplica le domande, i dubbi, e questo è il suo lato sublime dell’andare in montagna. Dopo l’ultima icona religiosa( un Cristo quasi stilizzato), inizia un sentiero, quello che mi condurrà alla cima del Rovolet. Fa troppo caldo, e lo zaino, benché minimalista mi dia fastidio, pertanto, adoperando il metodo Malfa, occulto lo zaino dietro dei massi, ed estraggo dallo stesso una sacca dove metterò solo una borraccia d’acqua per me e Klimt e il barattolo dello spirito libero. Senza peso procedo meglio, ma il caldo è ossessionante, ogni talvolta che raggiungo una zona d’ombra ventilata recupero energie e brio. Il sentiero è arcaico, con una sapiente pendenza che non spezza le gambe e sfiora la vegetazione che si aggetta sulla valle e sui ripidi pendii. Inizio a vedere oltre, scrutando il paesaggio e i colli, che credo senza presunzione di aver visitato tutti e più volte. Le soste sono momenti di riflessione e allo stesso tempo di contemplazione. Adoro questo vivere da viandante per scoprire il nuovo, fosse un sentiero, un masso, un albero, tutto mi emoziona come un bimbo povero davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli. Il sentiero si fa più erto sino a sbucare su un prato, la quota più alta dell’escursione ( 480 m.), sormontata da un tronco di abete adagiato al margine e velato dall’ombra di alcuni arbusti, pare un trono, usufruirò della benevola sosta al rientro. La labile traccia dopo aver raggiunto l’apice della quota di escursione inizia a perdere rapidamente quota, essa è contornata da arbusti e massi, finché dopo essere scesa per una cinquantina di metri di quota, riguadagna pochi metri, la vera cima del colle Rovolet, materializzata da massi calcarei (450 m.), per poi ridiscendere di alcuni metri sino a un bastone piantato tra i massi, la quota con un’ampia vista (445 m.). Il Paesaggio visto dal pulpito panoramico è stupendo, peccato per l’alta temperatura. Klimt mentre io mi adopero nelle mie operazioni, trova conforto all’ombra di un cespuglio, tale che si mimetizza in esso. Provo a erigere un ometto, trovo pochi sassi, e in essi istallo il barattolino del Viandante. Mi fermo a fotografare il paesaggio e i colli circostanti. Klimt viene fuori dal cespuglio per fare una foto di gruppo, e intuisco che è ora di rientrare. Ci aspettano cinquanta metri di ascesa prima di iniziare la discesa. Raggiunto il tronco di abete, ci gustiamo un po’ di frescura e di seguito, scendiamo , prima a recuperare lo zaino e di seguito a raggiungere l’auto. In basso passando davanti la palestra di roccia facciamo visita agli alpinisti, vi troviamo tre coppie intente a fare le diverse vie, un ricordo che si ravviva, visto che 20 anni fa io e la mia compagna abbiamo fatto un corso di roccia alla sezione CAI di Spilimbergo, e venivamo proprio in queta palestra a esercitarci. Ripreso il cammino rientriamo, aria condizionata a manetta nell’abitacolo, per recuperare un po’ di respiro. È stata una piccola e dolce avventura, e come al solito mi ha soddisfatto e arricchito, anzi soddisfatti e arricchiti. Felicissimo e fortunato di avere un amico come Klimt, l’ideale per scoprire mondi nuovi.
Il Viandante.
Malfa.



















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