Col Manzon 26
Localizzazione: Prealpi Carniche
Avvicinamento: Lestans-Travesio-Praforte- sosta per l’auto presso un ampio parcheggio poco prima della fine del tratto asfaltato (divieto di transito).
Regione: Friuli – Venezia Giulia
Provincia di: PN
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Dislivello: 317 m
Dislivello complessivo: 317 m.
Distanza percorsa in Km: 7,44
Quota minima partenza: 455 m.
Quota massima raggiunta: 747 m.
Tempi di percorrenza escluse le soste: 3 ore
In: coppia di Klimt
Tipologia Escursione: naturalistica paesaggistica
Difficoltà: escursionistica, tranne gli ultimi metri per esperti per via di avventurarsi in ambiente privo di tracce
Tipologia sentiero o cammino: carrareccia-traccia-sentiero
Ferrata- no
Segnavia: CAI
Fonti d’acqua: no
Impegno fisico: medio
Preparazione tecnica: bassa
Difficoltà di orientamento: solo all’interno del boschetto alla ricerca della vetta del Col Manzon
Attrezzature: no
Croce di vetta: no
Ometto di vetta: no
Libro di vetta: barattolino in vetro del viandante
Timbro di vetta: no
Riferimenti:
Consigliati:
Periodo consigliato: tutto l’anno
Da evitare da farsi in:
Dedicata a: chi ama andare oltre il sentiero frequentato
Condizioni del sentiero: carrareccia molto frequentata
Percosso idoneo per portare cane al seguito:
Cartografici: IGM Friuli – Tabacco
2) Bibliografici:
3) Internet:
Data dell’escursione: domenica 18 ottobre 2026
Data di pubblicazione della relazione:
Il “Forestiero Nomade”
Malfa
Ultima uscita prima della settimana delle piogge, parto da casa con una meta, e naturalmente con il fido Klimt al seguito, direzione Meduno. Strada facendo osservo il profilo del Monte Ciaurlec, inverto la direzione e tramite una rotabile di servizio ascendo lo stesso monte, direzione il dismesso borgo di Praforte, lascerò l’automezzo a monte della remota frazione, nell’ex parcheggio militare, poco prima di un divieto di transito per automezzi.
Magnifica giornata, dal sapore primaverile, una volta pronto, azzero i dati e inizializzo i GPS del cellulare e dell’orologio. Presso la curva con divieto di transito trovo una serie di automezzi, di cui alcuni sicuramente di cacciatori, ne intravedo uno a fine caccia con il suo peloso. Inizio il mio percorso, seguendo una carrareccia, anche questa di fattura militare. Fino agli anni Ottanta sul Ciaurlec era attivo un poligono militare, con un osservatorio dal nome Tigre posto sul colle Plait, ancora esistente anche se vandalizzato. Per tale motivo questo versante del monte Ciaurlec è segnato da una serie di carrarecce, una volta adibite agli automezzi , cingolati o ruotati, atti a piazzare le sentinelle nei posti dovuti per non far transitare durante le esercitazioni estranei all’interno del poligono. Adesso di tutte queste attività rimangono il recinto del poligono militare con alcuni cartelli , arrugginiti, e di tanto in tanto trovare schegge di granate o i resti delle scatolette di carne che consumavano i soldati non è cosa rara.
Cammino lungo una di queste carrarecce di servizio, dirigendomi sul versante meridionale del Col Manzon che ascendo seguendo una serie di lunghi rettilinei intervallati da brevi tornanti. Fa caldo, tolgo la giacca tecnica, rimanendo con la maglietta nera con su raffigurato Che Guevara. Durante l’ascesa incrocio molti escursionisti in discesa, con o senza cane al seguito, con o senza bambini al seguito, con o senza compagni al seguito, e anche solitari. Il saluto è reciproco, sincero accompagnato da un sorriso, e con qualcuno anche un breve scambio di battute. L’età è varia, dai bimbi agli anziani, compreso un cacciatore con lo zaino colmo di prede e il fucile serbato dentro la fodera. Due escursionisti stranieri dal passo veloce mi superano, portano al seguito l’enorme zaino con all’interno l’attrezzatura per fare parapendio, quando arrivo sui prati che precedono il Col Manzon li ammirerò volteggiare in aria come Icaro. Raggiunti il piano erboso posto tra il Monte Davass e il Col Manzon, decido per quest’ultimo, anche perché non ho più memoria della vetta, di seguito controllerò a casa quando fu l’ultima volta che lo ascesi, scoprirò che era il 2021 ma avevo rimosso. Mi stendo un attimo sui prati ingialliti, sensazione di libertà con un bellissimo cielo azzurro, ma riprendo subito il passo con l’amico. Poco prima avevo cercato di seguire un sentiero segnato sulla mappa che mi portava alla vetta del Col Manzon, sentiero segnato in nero da dismettere, invaso da rovi e schianti, impraticabile, quindi adesso proseguo per il classico modo con cui sono sempre asceso e di seguito spiego! Seguo finché posso intuirla una labile traccia, posta tra i prati di cresta e la selva che occulta la vetta. Entrando dentro la vegetazione, tra carpini neri e noccioli, mi porto all’interno dove scorgo affioramenti rocciosi, e tra essi cerco la quota più alta che è sempre più in là, a oriente. Non demordo, mi spingo avanti avendo al seguito Klimt, che intuisco che cerca di capire il mio procedimento di ricerca. A volte mi pare di scorgere delle tracce, ma sono brevi e potrebbero essere di animali selvatici, ma le seguo sempre, finché, confortato anche dal GPS sono in vetta, abbastanza ampia con una serie di massi carsici affioranti contornati da vetusti castagni che in questo periodo lasciano cadere i ricci con i frutti. Mi dirigo verso un masso, quello che mi pare più alto e dalla forma antropomorfa, visto dal versante orientale pare un volto. Controllo che intorno la quota non si alzi ulteriormente, non si alza, anzi, discende, quindi decido di avvicinarmi al monolito e battezzarlo cima. Sopra il vertice del masso vi è un solco , deciderò di poggiare su di esso il barattolino di vetro per il viandante. Mentre compilo i fogli Klimt è di guardia, non l’ho addestrato per questo compito militaresco, lo fa di istinto, e di questo gli sono grato. Con Klimt, sin da quando era cucciolo, piccolo quanto una mano, ho deciso di insegnargli le cose con l’esempio e lasciando sviluppare il suo intuito, come io imparo tante cose da lui. Compilato il foglio di carta lascio la vetta, che purtroppo a causa della sua natura selvatica non ha un paesaggio da offrire in dono. Ritornato sui miei passi e raggiunto i prati, mi cerco un bel angolo dove mettere giù lo zaino e rilassarmi con il mio amico, facendomi baciare dal sole. Meraviglia, stare distesi su un prato e con il capo poggiato sul proprio zaino non ha prezzo, e dal pulpito panoramico mi godo il paesaggio, gli amanti del volo volteggiano in alto nel cielo color cobalto. In lontananza riesco a riconoscere la frazione dove vivo, vorrei mandare loro, alla mia famiglia, un messaggio: << Sono in vetta, vi spio! Che fate di Bello?>>Ma soprassiedo, continuo a godermi il paesaggio, sia a valle che a monte. Dopo una buona mezzoretta di piacevole sosta e aver messo qualcosa nello stomaco, con il mio amico riprendiamo il cammino. Zaino in spalle e si procede, per lo stesso sentiero dell’andata sino all’automezzo. Raggiunta l’auto si riparte per l’abitazione, e adesso mentre scrivo la relazione rimpiango l’escursione che ho appena ricordato, visto che fuori piove copiosamente.
Malfa.





















































