lunedì 13 maggio 2019

 
    Monte Cretis da Villa Santina.                           

Note tecniche.



Localizzazione: Alpi Carniche

Avvicinamento: Lestans-Pinzano- Cornino- Interneppo-Cavazzo Carnico-Tolmezzo-Villa Santina.

Località di Partenza: Villa Santino, ampio



Dislivello: 700 m.





 Dislivello complessivo: 730 m.





Distanza percorsa in Km: 9 chilometri.





Quota minima partenza: 365 m.



Quota massima raggiunta: 1041 m.



Tempi di percorrenza escluse le soste: 4,5 ore.

In: Solitaria.



 Tipologia Escursione: Naturalistica.



Difficoltà: https://www.vienormali.it/images/layout/dif-EE.gif Escursionistica.

Segnavia CAI e bolli rossi.

Impegno fisico: medio.

Preparazione tecnica: bassa.

Attrezzature: No.


Croce di vetta: No.

Ometto di vetta: No.

Libro di vetta: No.

Timbro di vetta: No,

Riferimenti:

Cartografici: IGM Friuli-Venezia Giulia – Tabacco 013.

Bibliografici:

Internet:

Periodo consigliato: Tutto l’anno.

Da evitare da farsi in:

Condizioni del sentiero: Disastroso in alto, migliaia di schianti rendono impossibile la marcia.

Fonti d’acqua: Si.

Consigliati:

Data: 10 maggio 2019.

Il “Forestiero Nomade”

Malfa

Racconto:
In questa folle primavera friulana le giornate non sono più favorevoli agli amanti della montagna; un tempo da lupi avvolge i colli, stimolando una fuga tra le nebbie.
Così il viandante e il suo fedele amico a quattro zampe incominciano il cammino per l’altopiano che sovrasta Villa Santina. Si ritorna in Carnia, terra schietta e martirizzata dalla furia di un Dio sventato.
Dopo una lunga ricerca sulle mappe di un rilievo con una quota abbordabile: che non sia né troppo alta né troppo bassa, né troppo lontana né troppo vicina, mi viene in mente il monte Cretis; al tempo mi fu segnalato dall’amico Roberto durante il rientro da un’escursione.
Conosciuto il nome, mi studio il percorso che appare poco impegnativo, 700 metri di dislivello e un anello da compiere complessivo di 13 chilometri.
Il giorno seguente si parte, approfitto dell’ultimo giorno di sole prima che le nerastre nubi coprano per giorni interi la volta friulana.
In pianura il cielo è coperto ma verso il lago di Cavazzo numerosi squarci di azzurro mi consigliano di perseverare, raggiungendo in breve la destinazione. La dolomitica e regale Amariana indossa un cappello grigio scuro, saluto la maestà tolmezzina e dirigo l’auto in direzione di Villa santina.
Pochi chilometri e giungo nella cittadina carnica, a volo con un ottimo intuito imbocco il vicolo del centro abitato, e come, se fossi guidato da un nume, trovo l’inizio e la fine dell’escursione.
Mi appronto per l’avventura, zaino in spalle e fido al seguito si parte. Percorriamo a ritroso la statale che attraversa la cittadina di Villa Santina. Memore del percorso da fare, seguo le indicazioni della mappa uscendo dal centro abitato per trovare l’innesto al sentiero, sito pochi metri dopo una chiesetta (borgo S. Antonio) eretta alle pendici del monte.  Il viandante con la bandana e seguito dall’anziano cagnetto sfila per la cittadina, con un passo claudicante dovuto alle numerose sortite in montagna. Trovato il sentiero (stradina in cemento) attacco l’ascesa. Un cartello stradale arrugginito e una carrareccia di ghiaia mista a terra, testimoniano che una volta gli umani passavano con più frequenza e con automezzi. Procedo finché non scorgo alla destra di uno slargo  un piccolo ometto di pietre posto come indicante.
La ripida traccia segnata CAI, si inerpica sul ripido pendio con la rada vegetazione tipica dei versanti assolati. La pendenza sostenuta non molla per un lungo tratto fino ad arrivare a quota 740 m. circa. Ho percorso 400 metri di dislivello in un’unica tirata. Mi ritrovo in fondo a un canalone e devo risalire una placca ben articolata che grazie alle provvidenziali guide di colore bianco-rosso supero con facilità, il passaggio è un tantino esposto.
Mi fermo per una breve pausa, volgendo lo sguardo verso la piana di Tolmezzo, alla ricerca dei sogni svaniti. Dal cocuzzolo di roccia dove poggio la mano si eleva una solitaria viola che mi delizia con il suo fascino e profumo. Proseguo per la traccia, mi sembra di percepire la cresta, mancano ancora pochi tornanti prima che la raggiunga e dopo mi ritrovo dentro il fitto bosco.
Dalla cresta seguendo la traccia mi abbasso di alcuni metri, scoprendo un verde prato dove spicca una remota stalla, la gioiosa immagine bucolica per un attimo spegne la mia malinconia.
Giro intorno al rudere, per poi riprendere il cammino dentro il bosco. Non ci sono indicazioni, solo una traccia che spesso scompare, coperta dai tronchi d’albero rovinati. La vegetazione si fa sempre più fitta, cammino sulla cresta individuando tra le fronde qualcosa di alto che sembra un poggio. Ma ben presto mi devo arrendere all’ineluttabile, mi arresto davanti all’ immane cimitero di abeti (schianti), che ostruiscono il passaggio.
Rimango afflitto della tragica visione, mi ritrovo sul bordo di un cratere provocato dalla furia della natura. L’immane tragedia è manifesta, i ciclopi della foresta non hanno resistito all’urto della forza devastatrice, cadendo al suolo come eroici guerrieri.
Per aggirare il cimitero degli aghiformi mi abbasso molto di quota a sud, per poi risalire e ritrovare il sentiero. Ripreso il comodo cammino sbuco alle pendici dell’inerbito costone, seguendo i segni tinti sugli affioranti massi che guidano sicuri ai prati sommitali.
L’erba smeraldina è accarezzata dal sole che non è più timido, la meta è sempre più vicina. Oltrepassato un dosso raggiungo la massima elevazione materializzata dall’eroica e giovane falange di faggi che sfidano le ventate di Eolo a meridione.
A un ramo è fissata una targa con su scritto il nome del monte e la quota, mi piace perché è minimalista! Adoro le vette senza l’inutile e sgradevole supplizio della presenza di simboli neopagani.
Appendo lo zaino per la maniglia a un ramo, così se ne sta sospeso, e imitando Colombo alla scoperta del Nuovo Mondo, ficco il bastoncino da trekking per terra per suffragare la nuova conquista.
Il sole adesso scalda e le tinte della volta che vanno dal cobalto al lapislazzuli si riflettono nelle mie iridi, mentre il fedele compagno si abbandona al suo meritato riposino.
Mi adagio presso un masso, ed estraggo dallo zaino il libro di canti del grande poeta cileno e mi arricchisco di alcuni versi, ma in mente mi viene una scritta trovata incisa su una tavola di noce, posta poco dopo l’inizio sentiero.
…amare è donarsi senza se o ma,
ricusando e ponendo i propri interessi in secondo piano.
Quello che tu chiami amore è solo egemonia, bramosia, protagonismo.
Mi chiedo se durante la tua esistenza hai mai amato,
o se ami una moltitudine che non vuoi svelare.
o semplicemente non sai amare…
F.D.
8 dicembre 1917
Già, colui che ha scritto queste parole ha incontrato sicuramente un muro di ghiaccio. Per me amore è dare, donare, concedersi, librarsi nel vuoto come Icaro senza avere paura di bruciare le ali.
Come l’amore incondizionato di questo vecchio compagno di viaggio a quattro zampe, che da 14 anni mi segue in lungo e in largo, dividendo con me la gioia di una meta o l’amarezza di una sconfitta. Questo sì che è amore! Anche dirsi mi manchi, o chiederlo è amore. Puoi vivere senza di me? SI? Allora amore mio spiegami perché non posso vivere senza di te. Io senza il sole ci sto male, e quando la notte non sento battere il tuo cuore insieme al mio mi sembra di impazzire. Per questo ti amerò senza darti mai un preannuncio e mai un dettame, faremo l’amore con la finestra spalancata sul giardino e chi se ne fotte se i vicini odono o peggio ancora vedono. Lo faremo anche sui campi di grano. Voglio sentire l’ebrezza che mi dà la natura, anche il fresco soffio del vento sul culo ignudo, perché amore è libertà e non uno vuoto affettivo da colmare a tutti i costi. Io sono così, lo sai e mi conosci, la tempesta che si genera dal mio cuore innamorato è più violenta di quella che ha investito questa foresta. Sei la mia musa e regina, ma anche la mia puttana, sappilo!
Dopo questa riflessione intensa e passionale mi accingo a lasciare la vetta.
Su, non facciamo i moralisti, fare l’amore, anche solo con la mente, è sempre meglio di uccidere o discorrere male del prossimo.
Ripreso lo zaino e il compagno di viaggio, mi addentro tra gli arbusti dove scopro una traccia e dei segni che seguo con brio. Dopo un centinaio di metri mi arresto di nuovo, il passaggio è ostruito da altri immani schianti, aggirati quest’ultimi ne incontro altri ancora. È un‘apoteosi e tutto questo mi spossa.  All’improvviso odo un dolce canto, non quello delle sirene di Ulisse, ma di una motosega. Uomini, bipedi!  La strada è prossima! Galvanizzato dalla lieta scoperta, scendo ripidamente per il versante boschivo fino ad intravvedere una carrozzabile di campagna, che tanto somiglia a quella decantata dal poeta di Recanati.
Raggiunta la via di comunicazione e non incontrando la donzelletta che vien dalla campagna, tiro a sorte su quale direzione prendere: nord o sud? La fatalità mi indica di procedere a meridione dove ai bordi del vecchio tratturo sorge una bella casetta da sogno, attorniata da un verde prato da fare invidia a quelli del Mulino Bianco. Respirata la bucolica atmosfera e fatte le dovute foto che incanteranno gli amanti del tempo che fu, proseguo in direzione della cittadina di Lauco che dovrebbe trovarsi a occidente. La nobile e arcaica strada di montagna mi conduce di nuovo dentro il bosco per poi svanire all’incontro con un enorme trattore in sosta, attorniato da due operai intenti a fare la siesta. Chiedo informazioni: <<Scusate, per Lauco vado bene?>> Mi abbassano la testa in segno di consenso, e uno di loro (il più giovane e con uno spiccato accento carnico) con le movenze dell’avambraccio e della mano mi indica la direzione: <<Dritto e poi dritto!>> Per fortuna ho letto bene i segni della mano, la lunga carrareccia aggira il Col Ventar a occidente, conducendomi sulla strada che collega da nord a sud, Vinaio con Lauco.
Mi appresto a percorrere questo breve tratto di strada asfaltato, effettuando la pausa presso un belvedere attrezzato con tavoli e panche in legno; da esso ammiro il borgo di Lauco e la valle carnica. Finalmente un po’ di riposo. Depongo lo zaino, e con il cucciolotto ci accomodiamo a tavola per fruire del pranzo. Dalla piazzola possiamo ammirare le vicine catene montuose ancora ricoperte di neve, tra cui spicca il col Gentile e il Verzegnis. Tante montagne, di cui molte visitate, e altre ancora da esplorare. Saziata la fame riprendo il cammino verso Lauco, il sentiero spesso è interrotto da schianti e mi sospinge a percorrere il manto stradale, finché poco sopra Lauco si libera in un antico camminamento (troi) che mi conduce dentro il borgo sopra citato. La direzione di marcia è sempre la stessa, a sud, transito accanto al cimitero per continuare la discesa a valle. La remota mulattiera è ben costruita, zizzagando perde quota, in alcuni tratti conviene abbandonarla per seguire un ripido, esposto e bollato sentiero, finché nelle ultime centinaia di metri di dislivello, si è obbligati a scendere sopra Villa Santina, continuando a percorrere gli stretti tornanti.
I tetti dell’abitato sono sempre più vicini, raggiunta la fine del sentiero oltrepasso una barriera di cemento posta sicuramente per difendere dalle frane l’insediamento.
Varcata la soglia della protezione in cemento mi ritrovo presso lo spiazzo dove ho lasciato l’auto il mattino, missione compiuta. Soddisfatto dell’esito dell’escursione mi cambio velocemente, la giornata ha retto, adesso comincia a piovigginare.
Una volta pronto, e dopo essermi dato una sistemata, mi concedo un desiderato caffè. Seduto al tavolino del bar, sorseggio la bevanda meditando sul senso della vita.
Tra pensieri dolci e tristi termina la mia avventura, con una montagna conquistata e una nuova storia da raccontare.
Il Forestiero Nomade.
Malfa.