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venerdì 14 agosto 2026

Monte Torchia

Localizzazione:  Prealpi Carniche, alle pendici meridionali del monte Pala.



Avvicinamento: Lestans-Travesio-Paludea-Clauzetto-Vito d’Asio-Imboccare la stradina con le indicazioni per Madonna della Neve- dopo aver percorso l’ardita arteria edificata sul fianco meridionale del monte Vit si raggiunge il monumento degli Alpini, alla base ampio parcheggio.


Regione: Friuli -Venezia Giulia.

 

Provincia di: PN

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Dislivello: 200 m.


Dislivello complessivo: 200 m.


Distanza percorsa in Km: 5,34


Quota minima partenza: 628 m.


Quota massima raggiunta: 834 m.


Tempi di percorrenza escluse le soste: 4 ore


In: coppia con Klimt


Tipologia Escursione: storico-naturalistica


Difficoltà: escursionisti esperti atti ad agire in ambiente selvatico privo di tracce


Tipologia sentiero o cammino: carrareccia-  remoti sentieri quasi del tutto scomparsi- intuito.



Ferrata- no


Segnavia: CAI 


Fonti d’acqua: assolutamente non essendo in ambiente carsico

 

Impegno fisico: alto 


Preparazione tecnica: media


Difficoltà di orientamento: altissima


Attrezzature: no


Croce di vetta: no


Ometto di vetta: no


Libro di vetta:  istallato barattolino spiriti liberi in una cavità carsica su una un enorme masso corrispondente alla vetta del monte Torchia.


Timbro di vetta: no


Riferimenti: 

Consigliati: Machete, solo che è vietato se non si hanno autorizzazioni, e abiti che coprono il corpo per via dei rovi


Periodo consigliato:  tutto l’anno, anche se l’inverno dovrebbe essere quello propizio.


Da evitare da farsi in: senza acqua al seguito


Dedicata a: a chi ama esplorare anche l’impossibile e lottare con i rovi e un ambiente ostile e selvatico 


Condizioni del sentiero: carrareccia ben frequentata poi il nulla.


Percosso idoneo per portare cane al seguito: Assolutamente sì, ma solo se il cane è disposto a soffrire con l’amico uomo



Cartografici: IGM Friuli – Tabacco 028

2) Bibliografici:

3) Internet: 

Data dell’escursione: giovedì 13 agosto 2026


Data di pubblicazione della relazione:

“Il Viandante e il Lupo”

Malfa


Avevo dei conti in sospeso con alcune cimette, elevazioni sconosciute ai più, raramente frequentate se non del tutto abbandonate. Territori forse frequentati un tempo, quando le montagne erano spoglie di vegetazione a causa sia del disboscamento della Serenissima per costruire le sue abitazioni e navi ( il Friuli era un feudo di Venezia) che dell’alpeggio. Ho visto foto del territorio di inizio Novecento dove i colli era nudi. Le piccole elevazioni erano frequentate  e segnate da sentieri costruiti con massi e delimitati da muri a secco. Tanto di questo ora giace sotto la coltre della boscaglia, e molto si è perduto, riappropriato dalla stessa natura. Monte Torchia si trova alle pendici sudoccidentale del Monte Pala, è un nome e una quota che figura in tutte le mappe, ma non vi è una traccia che sale in vetta, solo qualcuna alla base presso uno stavolo nella località la Mont. Tutto questo mi ha incuriosito, non per collezionare cime, ne ho fatte tantissime e non solo nel nord est ma in giro per i luoghi del pianeta dove sono stato, ma non sono un collezionista, semmai un esploratore, quindi, malgrado compili un database per la memoria, tengo il numero per me, prediligendo la qualità dell’esplorazione, la dovizia di particolari, il non toccare e fuggire, ma vivere l’ambiente nella sua totalità. Malgrado le temperature sconsigliano di faticare in questo periodo per via della calura mi avventuro nella località La Mont con il mio amico Klimt, fedele e incosciente compagno perché ignaro ogni volta che esce con me cosa lo aspetti. Raggiungiamo la località, lasciando l’auto presso il monumento edificato dagli alpini e proteso con la mitica aquila verso la pianura Friulana. Riesco a sostare l’auto all’ombra di un albero, e una volta pronto mi avvio con Klimt. Anche oggi come nell’ultima esperienza ho lasciato lo zainetto a casa, portando al seguito nella sacca solo tanta acqua, un contenitore con frutta secca e il materiale da pollicino, il resto lo tengo nel jacket. Mi avvio lungo la carrareccia che si inoltra nella località Mont bassa, direzione occidente, un piccolo altopiano disseminato da remote stalle (stavoli). Il primo segnale positivo mi giunge da Artemide che rendendo complice Eolo mi delizia con un leggero venticello, specie quando sfioro la rada vegetazione che costeggia la carrareccia.  A volte mi fermo perché il soffio è leggero ma fresco, e andare avanti è quasi impossibile per via del gradevole attimo. Dopo aver percorso per intero il viale, ci inoltriamo nell’ombra della boscaglia, dove la carrareccia guadagna quota, sfiorando i prati che ospitano i remoti stavoli in ottime condizioni, tale da creare nella mia immaginazione deliziosi acquerelli naturalistici. Dopo una serie di curvoni, raggiungo il penultimo stavolo, effetto una breve pausa, seduto su un tronco d’albero, mi delizio lo sguardo con la bucolica visione. Riparto, finché, consigliato dalla mappa, raggiungo un’ansa dominata da una casa, dovrei trovare un sentiero, ma vedo solo una staccionata e un bosco pulito che vela il fianco scosceso del monte Torchia, da questo tratto inizia il ravanamento. La vetta è a ore undici da me, quindi con intuito prendo questa direzione e inizio l’ascesa alla ricerca della vetta misteriosa. I primi metri di dislivello sono facili, mantenendo la direzione evito di mettere fettucce, ho ben in mente il terreno, finché raggiungo quello che rimane di un poderoso sentiero, ampio e delimitato da muri a secco, magnifico; l’ho risalgo a monte, ma sbuca alla base del  versante ripido del monte Pala, e poi diviene impenetrabile, quello che fu di un ipotetico sentiero è sepolto sotto un oceano di rovi. Per un tratto mi inoltro aprendomi un varco con il bastoncino da trekking adoperato come machete, ma raggiunto il centro della base di un avvallamento mi arrendo, ritorno indietro. Supero a occidente il muro a secco notando a monte degli enormi massi carsici, potrebbe essere la vetta, cerco di arrivare ad essi aggirando la marea di rovi con un percorso da sud, nel frattempo scopro una bella traccia , amia quanto una carrareccia che mi porta a monte. La traccia ha il suo capolinea alla base di un costone, cerco di andare avanti tra i rovi, nulla, davanti vedo solo rovi su rovi. Ritorno indietro, e tra rami secchi e vegetazione mi districo, arrivo in vetta all’elevazione, scoprendo un labirinto di massi carsici dalle mille forme, ma non è la vetta, essa è più in là, quindi, aggirando gli enormi massi mi spingo a settentrione sino a trovare una traccia, ma tutto questo dopo essermi liberato di altri rovi con il bastoncino da trekking. La traccia, semicoperta da vegetazione e invasa da rovi,  scende alla base di un secco impluvio invaso da rami secchi e rovi. Mi guardo intorno cerco l’ombra per riflettere e dissetarmi. Seduto sopra un masso, guardo la mappa, la vetta è sopra di me, ma tutto intorno è impenetrabile, rovi in basso e massi carsici a monte, e l’impluvio è impraticabile. Allora, dopo un’acuta osservazione, scopro che oltre i massi il terreo è praticabile, almeno spero. Quindi mi arrampico sui massi, passando da uno all’altro, sperando di non trovare un inghiottitoio o mettere un piede in fallo. Mi diverto e Klimt mi segue, oggi è lui che sta imparando. Sposto rami secchi, altri ne spezzo, finché sopra i massi vedo altri sassi a monte, breve pausa, riprendo le forze e riparto. Raggiunta la quota superiore do uno sguardo al GPS, e noto che ho superato la quota del monte Torchia, la vetta è in mezzo ai sassi che ho superato prima, quindi, ridiscendo e sul masso più alto, dopo aver compilato i fogli degli spiriti liberi nascondo il barattolino, operazione simpatica, visto che il masso è pieno di cavità. Vetta del monte Torchia raggiunta anche se insolita. Ora viene il bello, o devo aprirmi un varco scendendo dal pendio sino a raggiungere la carrareccia in basso o rifare il percorso a ritroso, vince la seconda ipotesi, sono molto stanco e non ho voglia di ulteriori avventure. Ripreso il cammino a ritroso, ritrovo le mie fettucce, mi erano cadute dalla sacca, ed è come se li avessi seminate nel luogo giusto anche se involontariamente, finche raggiunta quell’ampia traccia dell’andata, la seguo in discesa, visto che la mappa mi indica che dovrei incrociare un sentiero. Stavolta il cammino è dolce, senza nessuna difficolta, raggiunto un piano noto un ampio pozzo artificiale, ne ho visti parecchi in montagna, forse serbavano la neve o qualcosa da tenere in fresco. Il sentiero scende lindo e piacevole sino a intersecare la carrareccia proveniente da Clauzetto. Fatta! L’escursione ardita è terminata, ora riprendo il passo placido del viandante lasciandomi alle spalle quello esplorativo. Raggiunta una delle remote stalle faccio una meritata sosta presso di esse. Poi curioso, ispeziono la stanza dove era tenuto il fogolar visto che la porta non è chiusa con il chiavistello, tutto pare che si sia fermato nel tempo, magico. Con religioso rispetto richiudo la porta, alcuni minuti di sosta all’esterno su una panca, per poi riprendere il cammino verso l’auto. A metà percosso lungo il prato, e all’ombra di un acero vengo di nuovo catturato dal delicato venticello di Eolo, mi siedo su un tronco d’albero accatastato, klimt si adagia accanto a me, e guardando il paesaggio circostante ci rilassiamo. La calura è un lontano ricordo, siamo davvero inebriati e la voglia di rientrare a valle è nulla, ma dobbiamo. Ultimi metri prima del monumento degli alpini e di seguito l’auto. Così ha fine l’avventurosa conquista del monte Torchia, lasciandomi il piacere dell’atto e anche la malinconia, perché esplorare è come la conoscenza, più sai e più vuoi sapere.

Il Viandante e il Lupo”

Malfa