Monte Zupiet o Copiet da Pert (Vito d’Asio).
Note tecniche.
Localizzazione: Prealpi Carniche: Catena Valcalda-Verzegnis- Gruppo del Verzegnis - Dorsale del Cuar.
Avvicinamento: Lestans- Pinzano- Anduins- strada provinciale per San Francesco- prendere l’imbocco a destra per Pert- Presso la frazione esigui spazi per la sosta del mezzo.
Regione: Friuli-Venezia Giulia
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Dislivello: 430 m.
Dislivello complessivo: 430 m.
Distanza percorsa in Km: 8
Quota minima partenza: 320 m.
Quota massima raggiunta: 730 m.
Tempi di percorrenza escluse le soste: 3 ore
In: coppia con Klimt
Tipologia Escursione: naturalistica paesaggistica
Difficoltà: escursionistica
Tipologia sentiero o cammino: carrareccia- sentiero- traccia
Ferrata- no
Segnavia: CAI 814
Fonti d’acqua: no
Impegno fisico: medio
Preparazione tecnica: bassa
Difficoltà di orientamento: nessuna
Attrezzature: no
Croce di vetta: ometto costruito sei anni fa
Ometto di vetta: si
Libro di vetta: barattolo del viandante
Timbro di vetta: no
Riferimenti:
Consigliati:
Periodo consigliato: tutto l’anno
Da evitare da farsi in:
Dedicata a: chi ama scoprire le piccole frazioni, i sentieri di una volta e le cime sconosciute
Condizioni del sentiero: la carrareccia è invasa dai rovi e qualche schianto
Percosso idoneo per portare cane al seguito: indispensabile
Cartografici: IGM Friuli – Tabacco 028
2) Bibliografici:
3) Internet:
Data dell’escursione: lunedì 05 ottobre 2026
Data di pubblicazione della relazione:
Il “Forestiero Nomade”
Malfa
Dopo sei anni, ritorno a fare visita a un monte dal nome che cambia di mappa in mappa. Il nome con cui ascesi la prima volta era Zupiet o Copiet, poi altre mappe con la scritta Zopiet, Cupiet. La vecchia IGM mi consiglia Zopiet, un colle a forma di coppa che nasce dal torrente Arzino e si eleva a metà altezza sotto le pendici del Monte Flagjel. Il ricordo dell’escursione risale a metà marzo del 2022, ancora doveva sbocciare la primavera e gli alberi erano sgombri di foglie. I ricordi sono vaghi, ricordo che dovevo guadare con l’auto l’Arzino tramite un ponticello, e poi riguadagnare quota, fino a lasciare l’auto in uno slargo, al confine della frazione di Pert, da dove partiva una comoda carrareccia; ricordo questa comoda via di comunicazione per carri e poi un prato e di seguito una piccola cimetta con la vetta tra i sassi. Con questi rammenti mi avvio al nuovo appuntamento, stavolta non sono solo come allora, con me ci sarà Klimt, giovane cane dall’inesauribili energie. Così, un mattino di ottobre siamo in auto presso uno slargo di Pert. La frazione benché composta da belle casette pare disabitata, nessuna anima viva, nemmeno un cane che sta a latrare. Un silenzio assordante, e le nubi leggere rendono distaccata l’atmosfera, anche la temperatura risente dell’assenza diretta dei raggi solari. Una volta pronti, partiamo, seguendo una carrareccia e dopo pochi metri il primo cartello CAI numerato 814 e per esperti. L’814 sale dritto al Monte Prat, lo percorro per un breve tratto, quello più ripido, poi lo lascio per seguire la remota carrareccia che stavolta non è sgombra d vegetazione, ma spesso ne è invasa e con qualche schianto. Non la riconosco più, anche la vegetazione è verde, molto lontana dall’aspetto spoglio e austero con cui ero asceso la prima volta. Tra le fronde a volte intravedo il monte Zopiet, non è lontano, mi separano da esso quattro chilometri di comodo cammino, e intravedo anche gli stavoli Zopiet, metà riedificati e abitati, l’altra metà ancora rudere post terremoto. Spesso mi rilasso nel sedermi sulle comode zolle erbacee, osservando dalla carrareccia il paesaggio. Klimt è impaziente, vorrebbe sempre andare avanti, ma inizia a conoscermi, in montagna vado non per correre o battere dei record, non sono un mangia sassi, ma per stare delle ore in un ambiente il più possibile naturale; il mio limite è di essere in auto prima che faccia buio, il restante lo utilizzo per essere libero di godermi il tutto, osservando le tracce, la vegetazione, per imparare i nomi degli alberi, dei fiori, e se sono fortunato di qualche volatile. Procedo lentamente fino ad arrivare presso lo stavolo Zopiet, lungo il cammino noto delle tracce vistose di escrementi di una vacca, come se fossero le mollichine di Pollicino. Davanti allo stavolo incontro il fattore e il suo aiutante, poco dopo la sua signora, chiedo se posso passare dalla sua proprietà per andare sul monte, l’omino gentilmente acconsente. Un dolce pastore belga ( cane) ci accoglie, Ha l’aspetto buono, mi dispiace che sia legato. Superato lo stavolo, seguendo una pista sul ripido prato inerbito, raggiungo la folta vegetazione di vetta, dove mi inoltro. Raggiunto uno slargo, scorgo e seguo un esile traccia che mi conduce agli ultimi 20 metri di dislivello, alcune roccette dove sei anni fa ho edificato un piccolo ometto che tutt’ora persiste assieme a una rudimentale croce fatta con due rametti e il barattolino del viandante serbato tra i sassi dell’ometto. La ricordavo più complessa la vetta, invece si rivela abbastanza semplice. Mi siedo su un masso, compilo dei fogli, e poi ridiscendo, visto che dalla cima a causa della vegetazione il paesaggio è occultato. Ritorno sui miei passi, e mi fermo sull’orlo alto del prato, da dove, stazionando su un masso, finalmente io e il mio fido amico possiamo mettere qualcosa nello stomaco. Dal punto sosta possiamo ammirare quello che il paesaggio dona, soprattutto oltre la valle dell’Arzino. Una buona mezzoretta di riposo prima di iniziare la discesa per lo stesso itinerario dell’andata, visto che un sentiero che avevo in mente è precluso da una recinzione. La discesa è velocissima, nessuna fiera, ne volatile mi distrae dal cammino, finché mi ritrovo alla periferia di Pert, presso una fontana-lavatoio che avevo visto durante l’ascesa. Come un monumento la piccola costruzione è sormontata da una croce e dai nomi incisi in una lapide alla memoria delle vittime della frazione nella triste data del sei maggio 1976. Nella precedente escursione non l’avevo notata, stavolta mi è rimasta impressa, perché questi nomi li sento presenti anche se la frazione è deserta. Pensavo a un primo acchito che fossero dei partigiani, ma dopo leggendo la data ho capito che sono le vittime della natura, la stessa che dona e toglie la vita. L’escursione è finita pochi metri e sono all’auto, Ma questa fonte mi ha fatto molto pensare, perché costoro una volta venivano qui a lavare i panni o a prelevare l’acqua per il fabbisogno giornaliero; ora la fonte che ancora genera un filo d’acqua, la vita, ricorda al viandante che tutto in questo universo scorre e noi siamo come gocce d’acqua di questa fonte e veniamo dispersi nell’oceano della vita.
Malfa.











































































