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domenica 4 dicembre 2022

Il magico trittico del Rondoi, sacra montagna per chi vive nel pordenonese.

Il magico trittico del Rondoi, sacra montagna  per chi vive nel pordenonese.

 

È risaputo che da escursione nasce escursione, arrivi in cima guardi le altre vette, e inconsciamente la mente ti proietta su altre nuove mete. Così è avvenuto per il Cimon dei Furlan (facente parte delle cime del gruppo del Cavallo), cima che avevo sempre marinato per via della sua minor altezza in confronto alla Cima Manera. Dalla cima Laste ne avevo osservato il profilo, ne desideravo la conquista, e il tarlo scavava dentro di me. Così arriva il giorno dell’escursione, sorseggio un caffè dal terrazzo di casa, dando uno sguardo al profilo del gruppo montuoso. Il cielo è terso, si profila una bella giornata. Parto, destinazione Piancavallo, 45 minuti di strada a velocità moderata. Arrivato al centro sciistico, seguo le indicazioni per il campo sportivo, dove lascio l’auto. Zaino in spalle e sogni al seguito, si parte. A pochi metri dal parcheggio (spiazzo sterrato) parte una traccia che tagliando il prato si porta sul sentiero CAI 924, che proveniente da destra lambisce il fianco orientale del gruppo del Cavallo. Pochi metri di sentiero ancora e un cartello CAI mi invita a salire a destra per il sentiero Gerometta e l’alta Via dei Rondoi. Conosco bene il bel sentiero per averlo percorso in precedenza, con moderata pendenza esso si inoltra nella faggeta. Il percorso è ben segnato, lo risalgo sbucando fuori dal bosco (quota 1600 all’incirca) in una aperta radura che risale con moderata pendenza. Mi fermo un attimo per alleggerirmi dal vestiario (fa molto caldo). Nel frattempo, vengo superato da una scia di escursionisti, oggi è domenica e i sentieri sono più affollati del solito. Ripreso il cammino raggiungo velocemente l’altopiano ai margini della Val Sughet. Un tabernacolo con crocefisso è piantato al centro del crocevia dei sentieri. Trovo nei pressi degli escursionisti intenti ad osservare con binocoli la fauna. Procedo per il sentiero 924 che passando sotto le pendici occidentali del Cimon dei Furlan risale la valle glaciale. Incantato dalle cime della valle, mi concentro sull’itinerario, decidendo di proseguire in direzione della forcella del Cavallo, il sentiero è comodamente percorribile per detriti. La traccia si spinge fin sotto le ripide pareti del Cavallo, ove si biforca in due direzioni: a destra sale la via diretta per la cima Manera passando per la forcella che unisce la Cima dei Furlan al monte Cavallo (tratto attrezzato); a sinistra prosegue dritto fino alla forcella del Cavallo. Scelgo la seconda direzione, scegliendo di salire per prima sul Cimon di Palantina. Nel frattempo, vengo raggiunto da uno spirito libero, conversiamo lungo il percorso avendo in comune il tratto fino alla forcella della Palantina. È veneto, simpatico, commentiamo di comune accordo che è meglio andare da soli in montagna, si respira un altro spirito, non posso che condividere tale pensiero, essendo fresco della cocente delusione provocata da “Topo Gigio”. Sulla forcella della Palantina dopo aver superato insieme l’esposto sentiero, le nostre strade si dividono, un altro arrivederci sui monti. Dalla forcella si gode una bella visione sul versante meridionale del Cavallo, percorro l’esile crestina che mi porta alla vetta del Cimon. Mi alleggerisco nel frattempo dello zaino, lasciandolo presso un grande masso, e proseguo leggero verso la bellissima cima inerbita. Sul vertice del monte trovo un’originale croce (2190 m.) e un cilindro con libro dei visitatori e timbro. Bellissima, un’emozionante sensazione di libertà assoluta mi avvolge. Dall’alto noto che la valle oggi è visitata da molti lupi solitari, un luogo che è un richiamo per chi sa veramente apprezzare i silenzi. Scendo, riprendo lo zaino e percorro a ritroso il sentiero fino alla forcella del Cavallo (cartello con indicazioni CAI). Breve sosta, ammirando i dirupati ed esposti versanti del Cimon di Palantina, meraviglia! Indosso l’imbrago e mi preparo ad affrontare Cima Manera dal versante meridionale. Nel frattempo, da quest’ultima sopraggiunge un escursionista (altro lupo solitario). Ci riconosciamo! Quest’anno ci siamo incontrati sul monte Ciaurlec, mi riferisce che ha effettuato un’escursione sul monte Castello, prendendo ispirazione dal mio blog. Gli chiedo del percorso che sta effettuando, in sintesi lo stesso che io sto per fare, ma all’incontrario, mi raccomanda di stare attento al versante meridionale della cima Manera. Ci salutiamo, dandoci appuntamento alla prossima. Attrezzatomi, procedo verso la nuova meta. Dalla forcella supero con un cavo una breve parete articolata, penso sia alta 20 metri, con passaggi di primo grado, così raggiungo un esile prato esposto sui due versanti; superato quest’ultimo la marcata traccia mi porta alla grande parete rocciosa del corpo principale del monte Cavallo. Una serie di bolli mi aiuta a individuare i passaggi migliori. Dopo avere superato un paio di metri esposti senza protezioni, mi aggancio alle attrezzature (cavo metallico) così risalgo 50 metri di paretina articolata (passaggi di I e II grado) fino a uscire sugli esposti prati sommitali. Dopo pochi metri il prato si ampia rendendo sicura la progressione. Supero a destra l’attacco per la via ferrata che mi porterà in discesa al Cimon dei Furlan, e dopo aver ammirato una scultura (angelo?) raggiungo lo strano monolito biancorosso con annessa campanella, libro e timbro di vetta (2251 m.). In contemporanea giungevano dal rifugio Semenza due atletici corridori (skyrunning) veneti. Scambio di battute(simpaticissimi) e foto a gogò. Firmato il libro di vetta e apportato il timbro sul libretto nero, retrocedo, imboccando la via ferrata in discesa. Non è difficile, molti, anzi tutti la salgono senza imbrago. Preferisco usare l’imbrago, così mi posso concedere alla contemplazione e alle foto. Raggiunta la base del tratto attrezzato (100 metri di dislivello), proseguo per una esposta cengia, anch’essa attrezzata che mi porta alla forcella dei Furlan che collega i due colossi. Bellissima è la sensazione di transitare sull’esposto tratto. A settentrione osservo le verticali e vertiginose pareti che si aggettano nella Val Piccola, tanto esposte da far apparire rassicurante il ben esposto e ripido versante meridionale.

Lo percorro con tranquillità, mi aspettavo di peggio, anzi trovo piacevole percorrere i suoi tratti articolati, aiutato da un cavo metallico (ottima attrezzatura, nuova di zecca). Durante l’arrampicata spesso mi fermo dando uno sguardo nel vuoto, non mi fa paura, solo un dovuto timore, ma mi piace osservare il lato oscuro delle montagne. La breve attrezzatura mi aiuta a salire sul Cimon dei Furlan per il tratto più dirupato, lambendo in più punti il ciglio dell’esposto versante. Giunto sul prato sommitale, mi dà il benvenuto una campanella solitaria, poco più in là il cumulo di sassi con una croce in metallo, la cima quota 2183 m. Nel frattempo delle nuvole sopraggiungono dal versante settentrionale, giocando a nascondere la cima Manera.  Presso la croce trovo l’ultimo libro di vetta con l’annesso timbro. Finalmente pausa, zaino a terra dove ripongo l’imbrago, dedicandomi a fotografare le meraviglie del luogo. La pax dura poco a causa del sopraggiungere di due donzelle dal versante meridionale del Cimon dei Furlan. Il silenzio, che fino a pochi minuti prima regnava sovrano, è rotto dalla loro loquacità ad alto volume di argomenti personali; tali da essere uditi fin nella lontana cima della Palantina e forse anche sul Raut. Pazienza non tutte le ciambelle riescono col buco. Apro lo zaino, consumando il pasto e guardando lontano, lasciandomi incantare dalla natura. Ripreso lo zaino, pronto per il rientro, saluto le “volatili starnazzanti” e riprendo il cammino verso sud, scendendo per la lunghissima cresta del Cimon. Lungo la discesa mi fermo spesso ad ammirare una inconsueta fioritura di stelle alpine. Bellissima la cresta, immagino che sia faticosa per chi sale questo versante. Raggiunto il tabernacolo con crocifisso chiudo l’anello, rientrando per lo stesso sentiero dell’andata. L’escursione tecnicamente è stata meno difficile di quanto mi aspettassi e soprattutto non solitaria, malgrado fossi solo. Il vostro “Forestiero Nomade”

Malfa.

 


































 

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