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domenica 11 dicembre 2022

Il magico Brentoni.

Il magico  Brentoni.

Il monte Brentoni era da tempo era in cantiere, esattamente dalla prima volta che fui nei pressi di Casera di Razzo.  Quel giorno rimasi incantato, ed ogni volta che la raggiungo la località, chiudo gli occhi un attimo, li riapro, e ascolto un fantasmagorico mago che con voce squillante presenta il suo show: <<Vengano signori, vengano! Ecco a voi il più bello spettacolo del mondo, sedetevi comodatamene e ammirate. Dalla vostra destra a seguire potete ammirare: la bellissima creta di Mimoias, bella e dispettosa, la Terza Grande, signora regale, essa è più grande delle sorelle e la più magnanima. E di seguito  l’arcigno Cornon con il suo castello magico. I torrioni della Val d’Inferno e il suo custode Brentoni, Il Pupera con i suoi canaloni selvaggi. E se non fosse ancora soddisfatti: alla vostra sinistra Il Tudaio e il Tiarfin, dove potete ammirare gli ultimi carni e la loro valle magica e infine  Il Clapsavon e il Bivera, che solo oggi, ripeto solo oggi, potete avere in omaggio insieme a tutta questa meraviglia alla modica cifra di un tallero.>> Richiudo e riapro gli occhi e la magia rimane, e lasciare il luogo è sempre doloroso.

Approfittando della nuova stagione invernale anomala, ho tirato fuori dal cassetto l’idea di visitare il Brentoni, incoraggiato anche dal meteo favorevole.

Nello zaino ho messo l’imbrago, il casco, ramponi e picca, preparandomi ad ogni evenienza. Decido di lasciare a casa Magritte, consapevole che non sarebbe stata una semplice passeggiata.

La mattina partenza presto ma non troppo, per via delle basse temperature, coperto dentro il giaccone affronto l’itinerario che mi porta a Tolmezzo, e successivamente addentrandomi nella Val Pesarina. La temperatura è al di sotto dello zero, le auto nei punti sosta sono ricoperte di ghiaccio, percorro con prudenza la strada provinciale, percependo al passaggio dell’auto lo stridere  del sale sparso sul manto stradale. Superato il rifugio Fabbro, raggiungo il passo di Ciampigotto, pochi metri dopo in un ampio spazio sulla destra della carreggiata posteggio l’auto. Zaino in spalle e sogni al seguito, parto. Una serie di cartelli con le indicazioni per il parco del Brentoni e la cima mi indicano la via da seguire. Percorro una vecchia carrareccia che tra abeti rossi e vetusti larici si fa strada alle pendici del colle Rementera, guadagnando presto un bellissimo pulpito panoramico.  Il paesaggio è sublime, in basso il Col Serenede e coperto da un bosco di abeti, sopra di esso la magnifica Cresta gotica con le sue cattedrali: Il Pupera, Il Brentoni, i torrioni della Val di Inferno.

Rimango incantato, assorto, nel frattempo mi viene incontro un cacciatore di ritorno dalla battuta di caccia, mi sorride ed esclama: << Bello, vero? Mai visto un luogo così! Ci vengo spesso e rimango incantato, vedrai lassù troverai anche caldo, e incontrerai due giovani.>> Gli sorrido, ha uno sguardo dolce, buono, osservo i suoi occhi illuminati dalla bellezza del luogo e gli rispondo. <<Sono incantato, vedi sono fermo, e trovo difficile camminare e proseguire, starei qui in eterno, ma devo andare avanti, un caro saluto e buon rientro.>> Congedatomi dal cacciatore proseguo fino alla fine della carrareccia raggiungendo un vecchio pascolo (forcella Losco) ancora inerbito, seguo le indicazioni sui cartelli CAI, lambendo da vicino i ruderi di una vecchia malga. Mi addentro nell’antico bosco, popolato da arbusti magici, alcuni di loro sono incantati, come se venissero dentro una fiaba. Uscito dal bosco il sentiero raggiunge la forcella di Camporosso, dove i sentieri si biforcano- Il 332 prosegue a destra per la forcella Valgrande, a sinistra il 228 prosegue per la forcella Starezza e il Brentoni. Seguo quest’ultimo percorrendo una radura inerbita e ingiallita dal gelo. Il sentiero in orizzontale con leggera pendenza taglia le pendici occidentali del Col Sarenede guidandomi in breve sotto i bastioni rocciosi del Brentoni. Abbandono il sentiero 228 che prosegue, e seguo il sentiero che zizzagando e indicato da bolli rossi risale il pendio erboso portandomi alla base della parete rocciosa del Brentoni.

Presso un grosso masso il sentiero si biforca. Presto attenzione ai bolli rossi: a sinistra si va  per la via normale, mentre a destra per la variante, seguo quelli di sinistra. 

Il percorso è accidentato tra le rocce, mi fermo spesso ad ammirare le cuspidi e le pareti bianche. Tra le rocce con piccoli salti raggiungo il fianco destro di un canalone dove è sito il primo tratto attrezzato. Sento dei rumori venire dall’alto, e subito dopo vedo sbucare i due giovani descritti dal cacciatore. Sono attrezzati fino ai denti, casco, ramponi, addirittura numerosi rinvii, picche e corde, in un primo momento penso che abbiano scalato una nuova via alpinistica, chiedo a loro delle delucidazioni. Mi rispondono che hanno percorso il Brentoni, salendo a oriente e per cresta scendendo a occidente. Si rassicurano che io abbia i ramponi al seguito, perché la neve è tanto dura, confermo di averli e ci salutiamo. Indossati i ramponi, casco e imbrago mi concentro sul proseguo, visto che lo zaino pesa, decido di liberarmene, lasciandolo un cantuccio tra le rocce. Estraggo dallo zaino la mini-sacca, e in stile “Malfa”, con lo stretto necessario proseguo per gli ultimi duecentocinquanta metri di dislivello.

Poco dopo tra la neve raggiungo l’esile forcella Brentoni, do uno sguardo al versante settentrionale totalmente imbiancato. Una piccola cengia mi porta alla base del lungo dietro. Trovo un chiodo e le prime attrezzature, con i ramponi confesso che arrampicarmi sulla roccia lo trovo difficoltoso, ma il dado è tratto, quindi,  senza se e senza ma, si sale.

Il diedro è abbastanza inclinato e spesso il cavo non è di aiuto, non segue la via naturale, dove si trovano più appigli e appoggi, così mi tocca spesso, per non scivolare, usare la forza delle braccia. A metà attrezzatura trovo una paretina di due metri di secondo grado e sopra di esse il cavo che si inabissa sotto la neve, per riprendere tre metri sopra. Con peripezia mi isso sopra di essa, sganciando i moschettoni, e aiutandomi con la picca mi porto alla sinistra per superare il tratto di neve e riguadagnare il cavo. Confesso che senza imbrago non sarei salito, avrei rinviato l’appuntamento in estate. Riguadagnate le attrezzature, ma seguendo la via adiacente di arrampicata guadagno il pulpito, dove i cavi si interrompono. Mi rimangono ancora cento metri di dislivello da percorrere sul nevaio, mi sposto a sinistra seguendo le orme di chi mi ha preceduto, tenendomi sotto le rocce. Picca e ramponi e ramponi e picca, raggiungo l’innevata cresta. Emozione! Gli ultimi metri, e in molti sanno cosa significa, sono quelli che fanno dimenticare i pericoli e la fatica appena compiuti. Ultimi metri, ultimi passi e vedo qualcosa per cui vale la pena morire. Un paesaggio stupendo, ma non mi devo fermare ancora. Picca e ramponi e ramponi e picca,  scorgo come un miraggio alla mia sinistra la piccola croce, percorro l’esile cresta innevata e la raggiungo. L’adrenalina accumulata è allo stato puro, non ho paura passeggiando sul baratro come un funambolo sulla fune sospesa. Ammiro tutto intorno, sono letteralmente affascinato da cotanta magia. Non dimentico che mi aspetta la discesa ma ci penserò dopo.

Questa meraviglia potrebbe essere l’ultima cosa che percepisco in questa vita e me la voglio godere. In lontananza si vedono le dolomiti di Cortina, non cito i nomi, perché sono tutte belle, tutte quante! È magnifico, ora, mentre trascrivo l’esperienza ho le lacrime agli occhi, come vorrei essere ancora lassù!

Nell’immaginifica rivisitazione sono ancora lassù. Ficco la picca nella dura neve, poggio il casco su un paletto, dove è sito un contenitore di libro di vetta. Faccio delle riprese e tante foto, sono tutte belle, perché è il soggetto a renderle tali. Scruto dentro il contenitore del libro di vetta, c’è solo una dedica di una figlia per il papà che ha raggiunto il cielo. Non scrivo nulla, lascio una foto mia e di Magritte insieme, oggi spiritualmente era con me. Non ci sono parole per descrivere quello che vedo, e nessuno mai le troverà, bisogna venire quassù per capire. Non guardo l’orologio, non so a che ora ho raggiunto la cima, il tempo qui ha perso la sua logica; sto cavalcando l’eternità e lo scorrere degli attimi si ferma finché rimango in vetta. Ma come ben sanno tutti i solitari, non si è mai veramente soli, si è sempre in due: lo spirito ribelle, (il lupo), e la coscienza (lo spirito saggio). Quest’ultimo prende il sopravvento e spinge l’altro a lasciare la libertà, tirandolo a sé con forza. Così riprendo il cammino verso il ritorno, con molta prudenza, tanta! Passo dopo passo, picca e ramponi e ramponi e picca, scendo giù e il diavolo ci mette lo zampino. In questo caso nulla di preoccupante, tutto superato con intuito. Poco prima del cavo, in una posizione esposta, mi si è sganciato un rampone, senza farmi prendere dal panico, ho ficcato la piccozza nella dura neve, e con uno dei moschettoni ho fatto autoassicurazione. Ho sistemato il rampone e ripreso la discesa. Durante la calata, a metà diedro sul punto delicato, dopo aver ripreso il cavo mi sono calato stridendo i ramponi sulla roccia, ho sentito un odore di bruciato causato dall’attrito delle punte dei ramponi. Esperienza interessante. Con calma raggiungo la base del diedro, dove finalmente effettuo una sosta. Ho accumulato tanta adrenalina, sentivo la tensione. Tolgo il casco, lo pongo accanto, e dalla piccola sacca estraggo i viveri, consumo solo una banana e mi disseto.  Osservo il paesaggio, faccio delle foto, una al casco con le sue stelline, segno delle ferrate che ho fatto. Muovendo un piede, accidentalmente e inavvertitamente, do un calcio al casco che rotola giù seguendo la cengetta, e di seguito, per un tragico scherzo del destino, lo vedo sparire nel dirupo sottostante. Prima di cadere nel vuoto ho avuto la percezione che si fosse fermato una frazione di secondo, come per dirmi: << Addio Malfa, addio amico mio!>> E poi giù nell’infinito vuoto. Ho solo osservato la sua fine, e urlato uno straziante :<<NOOOOO!!!>> Di seguito, dopo ripresomi dallo sconforto, e con calma, mi sono alzato, preparandomi per il rientro. Affacciatomi sul dirupo non scorgo nessun segno, esso è  sparito nel bianco, e forse così voleva finire la sua esistenza. Come dargli torto! È svanito, come noi tutti, amanti della montagna, vorremmo! Una fine gloriosa dopo aver compiuto in pieno il suo dovere di caschetto protettivo ed essersi gloriato con le stelle, simbolo delle cime raggiunte. Immagino gli altri caschi, quelli sfortunati, che finiscono al mercatino dell’usato o nella differenziata, una fine ingloriosa dopo una lunga esistenza accanto a colui che ha protetto dai pericoli . Addio amico mio, mi mancherai! Sarà duro indossare il tuo sostituto, ma devo, mi mancherai, lieve ti sia la terra, addio! Dopo la triste perdita riprendo il cammino, fino alle attrezzature in basso, dove mi spoglio dell’imbrago e dei ramponi. Ripongo tutto il materiale nello zaino, ho la fame bloccata dalle emozioni, sono ancora elettrizzato dalla tensione. Riprendo il passo in verticale, all’inizio è difficile, ma ben presto scendendo per la serpentina sul pendio erboso mi riconcilio con il mondo orizzontale. Rientro, osservando i monti a meridione, nel bosco scorgo una figura venirmi incontro, una signora di mezza età con un iPhone in mano, ci salutiamo, ha un viso strano, mi volto indietro ed è sparita, volatizzata! Era una strega, è la prima volta che ne incontro una.  Le megere sono come sempre, state all’avanguardia, sanno adoperare le ultime tecnologie, e questa mi sa che è proveniente da qui vicino, sicuramente dal Pian delle Streghe. Così per sentiero d’andata raggiungo l’auto. Metto in moto, tolgo gli scarponi e pian piano mi sposto sul piano di Casera Razzo. Mi fermo a osservare i raggi infuocati del sole che tingono di rosso le cime, un ultimo saluto al paradiso in terra, e rientro per la Val Pesarina. Ho fame, finalmente l’appetito prende il posto della tensione. Mentre guido, nutrendomi di panino e agrumi, attraverso la Carnia, felice di aver fantasticato, con un sogno realizzato in più e purtroppo, un casco in meno.

Malfa.
































 

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