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giovedì 14 dicembre 2023

Un giorno tra i monti di Kabul.


Un giorno tra i monti di Kabul.

 

Tempo fa mi trovavo per lavoro in Afghanistan, insieme a me c’era un gruppo di alpinisti italiani, avevano il compito di addestrare i locali alle arte dell’arrampicata. C’eravamo incontrati in un locale di kabul e rivisti in molteplici occasioni. Come sempre ho la buona abitudine di portare al seguito una borsa con il materiale per disegnare e naturalmente l’immancabile reflex. Durante uno degli incontri occasionali, il capo team degli alpinisti notò il mio album da disegno e le caricature, mi chiese se fossi disposto a creare la sua di caricatura. <<Certamente!>> Gli risposi, chiedendo in cambio di passare insieme a loro una giornata sui monti afghani e confidando che in Italia coltivo la passione per la montagna. L’amico alpinista sorridendo acconsentì e dopo due giorni la sua caricatura fu pronta. Giunse il giorno prefissato per l’uscita, ero tesissimo per l’emozione, l’Afghanistan è un luogo magico e mi infonde adrenalina.

Arrivammo presto nella valle, i rilievi non sono eccessivamente alti, la quota del nostro calpestio è sopra i milleottocento metri. Rimasi colpito dalla roccia, luccicante e dai colori vivaci che variano dai bruni agli azzurri, questo paese è noto anche per il lapislazzuli.

Mentre fotografavo gli amici che preparavano le corde udii dei colpi sordi provenire dalle rocce in alto. Mi fermai, drizzando le orecchie nella direzione del suono, intravidi qualcosa muoversi tra i massi e poi venire giù. Era un ragazzino, con un fagotto al seguito, intento in precedenza a spaccare pietre, gli uomini in questo paese lavorano sin dall’infanzia. Scese velocemente dalle rupi, e in poco tempo mi fu davanti: lo sguardo da furbetto, alla sua età ne avrà visti di tutti i colori. Vestiva come un adulto, avvolto da un tipico foulard, lo stesso che adopero anch’io in montagna. La valle racchiusa tra i monti è un via vai continuo di personaggi, la attraversa un‘arteria principale, al centro è solcata da un fiume (maleodorante dai colori giallognoli) proveniente da Kabul, città popolata da più di tre milioni di abitanti. Alcuni viandanti si fermavano incuriositi a osservarci, i vecchi con i loro turbanti sono affascinanti, somigliano alle figure dipinte dal nostro Sommo pittore Caravaggio, se non fosse per il passaggio di centauri a bordo di moto sgangherate o di camion più decorati di un carretto siciliano avrei avuto l’impressione di vivere nel medio evo.

Riuscì a catturare gli istanti adoperando il display della reflex orientabile; quindi, misi a fuoco il soggetto senza che si sentisse osservato. Due pescatori attrassero la mia attenzione, l’anziano sorrideva mentre il giovane adoperava reti da pesca arcaiche, costruite con corde e sassi.

Una carovana di nomadi attraversò la valle, preceduta da un cane dal pelo nero e dall’aspetto vissuto che guidava il gruppo come un generale precede l’esercito al rientro dalla guerra. Dietro lo seguivano gli asinelli e le pecore, l’unica donna stava al centro, aveva delle sembianze mistiche. Non vi nascondo che, mentre mi passava d’innanzi avevo lo sguardo in basso per non imbarazzarla, in questi luoghi alcune regole non scritte vengono spontanee. Ma avrei voluto vederlo quel viso, in questa terra se gli uomini sono davvero belli le donne saranno fantastiche. La carovana, silenziosamente come apparve, lasciò la valle. Mi avvicinai all’argine del fiume, notai un pastorello, lo salutai, cercando di comunicare con il gesticolare, mi osservava incuriosito e divertito. Provai a comunicare come facevano i coloni con gli indigeni in tutti i luoghi del mondo. Pronunciai il mio nome indicando contemporaneamente con il pugno racchiuso il mio petto, finché il ragazzo intuì, all’inizio non fu facile, ma in seguito comprese e mi disse il suo di nome che adesso non ricordo più. Nel frattempo, lo raggiunsero due bimbi, il fratellino e la sorellina. Con gli stessi gesti di prima ci presentammo, il fratello maggiore mi coadiuvava facendomi da interprete. Estrassi dalla mia sacca il pasto e l’ho donai a loro. I fanciulli erano timidi all’inizio inizialmente, dovetti insistere, qualcosa gradirono(la cioccolata), la carne in scatola meno. Più che con le parole dialogammo con lo sguardo, tanta dolcezza fioriva dal volto del mio piccolo amico. Mentre scherzavo, pensavo che avrei voluto portarli a casa con me, in Italia, per farli studiare. I bimbi di tutto il mondo hanno un sorriso meraviglioso, diventeranno uomini, padri nonni, poi morranno. Non sento nessuna distanza, non mi serve nemmeno la lingua, adopero gli occhi che trasmettono le emozioni. Un gesto dei miei amici alpinisti mi avverte che dovevamo rientrare, lo comunicai ai bimbi, cosciente che stavo mentendo, perché in quella valle lascia la mia anima , rientrando solo con il corpo. Quei volti mi hanno rapito per sempre. Rientrando a Kabul trattenni le impressioni, sono emozioni difficili da comunicare, ma uno dei miei compagni si accorse del mio stato d’animo e dolcemente mi dette da una pacca sulla spalla.

Anche lui, chissà quanti volte vide nel suo infinito girovagare per il mondo migliaia di esseri meravigliosi. Il mio lavoro era paragonabile alle nuvole, esse passano rapidamente e si dissolvono, bagnando la terra di emozioni raccolte. Il giorno vissuto nella valle mi donò tantissimo, rientrai a Kabul con quei bellissimi volti impressi nella mente e che non dimenticai mai più.

Malfa

 





















































 

1 commento:

  1. Foto meravigliose, che fortuna aver avuto questa esperienza. Magica, come magiche sono quelle terre martoriate. Grazie Malfa per aver condiviso

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