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martedì 5 dicembre 2023

Prima nevicata sul monte Zouf di Muez.

Prima nevicata sul monte Zouf di Muez.

 

Stupenda avventura  in uno dei luoghi più pittoreschi della montagna friulana. Approfittando della prima nevicata stagionale fremo per pestare la soffice neve, e puntualmente il primo luogo che mi viene in mente è Moggio Udinese e le sue magnifiche montagne. Adoro questa località da sempre, ancora prima che scoprirsi la montagna, e amo ancora di più la sua gente. I moggesi, li ho sempre trovati ospitali e propositivi, come se serbassero un segreto nello spirito che seduce il viandante. Come itinerario ho scelto lo Zouf di Muez (nome preso da una vecchia mappa) ideando un itinerario che dopo una breve ricerca sul Web ho trovato e confermato. Percorrerò l’intero anello il giorno dopo una prevista nevicata, quindi, le incognite del caso vi sono tutte. Il giorno dell’escursione giungo alle prime ore del mattino nella valle scavata dal torrente Fella, la stessa ora in cui di solito gli studenti si avviano a scuola. Lungo il tragitto in auto mi ero fermato poco prima dello svincolo per Moggio, ad ammirare la magnifica catena montuosa che la circonda. Ricordo ancora vivamente quando per la prima volta vidi questo magico scenario e già sognavo di conoscerne l’anima. Nel corso degli anni la Grande Signora mi ha donato tanto e mi ha permesso anche di coltivare delle belle amicizie. Dalla piazzola dove mi sono fermato ho scrutato le pendici del Pisimoni  e la vetta che mi accingo a visitare. Essa è tutta ricoperta di bianco, tale da fondersi con il paesaggio. Valuterò sul posto se continuare l’escursione o declinare, malgrado mi sia attrezzato a qualsiasi evenienza. Transito nella bella cittadina di Moggio, mi avvio verso la periferia seguendo le indicazioni per la Val Aupa, finché un cartello azzurro con una bella “P” in bianco, mi consiglia di sostare l’automezzo e continuare a piedi con lo zaino. Mi attrezzo, indosso le ghette, giaccone tecnico, foulard alla Malfa, e via con uno zaino colmo di sogni. Dalla periferia di Moggio seguo una stradella che scende di quota e tramite un ponticello oltrepasso sull’altra sponda del torrente Aupa. Continuando per la carrareccia risalgo di quota trovandomi in una bella posizione panoramica, da dove posso ammirare i tetti di Moggio ricoperti di neve fresca. Dopo la bella visione sulla cittadina riprendo il passo, mentre una meravigliosa fanciulla con un cane al seguito appare e procede in direzione opposta. Il cane, chiamato da ella Lassie: mi si avvicina, mi annusa e scodinzola, ha riconosciuto in me viandante il vecchio lupo grigio. Lei, la dolce donzella, si rassicura e sorride. Rimango incantato dalle magnifiche sembianze della giovinetta: occhi color verde smeraldo, capelli castano chiaro, alta e un’andatura fluttuante. Vorrei chiederle di essere immortalata, ma stranamente sono timido, essa mi sfugge, e a me rimane il rimpianto del gesto non fatto. Guardo avanti, e sul manto nevoso stranamente non scorgo tracce umane e nemmeno del cane, ma solo di capriolo. Di scatto mi volto indietro, la fanciulla è scomparsa e ho intuito che non era una presenza umana ma divina, ella era la dea Artemide in deliziose spoglie; l’ho intuito perché spesso si accompagna a un cane anche se lascia  solo le impronte di capriolo. Riprendo il cammino, la carrareccia con dolce pendenza si inoltra nel bosco latteo di neve immacolata, e seguo le orme della dea. Non mi aspettavo di trovare un comodo sentiero, man mano che guadagno quota ammiro alcune delle meravigliose signore della Val Aupa: le Crete da la Mont, il Monticello, e poco dopo appare la regina delle montagne friulane, meravigliosa e tinta di un bianco luminoso, essa è la sposa del Re Sernio. Si, è proprio lei, la regale Creta Grauzaria. Mi fermo incantato ad ammirarla, tra le fronde innevate, e dopo, dalla balaustra che cinge in un punto esposto la carrareccia. Una visione fantastica, che basta da sola per giustificare la levataccia. Proseguo per il comodo cammino che ascende a nord-est verso la forcellina posta tra il crinale discendente dal Monte Masereit e la continuazione che sale al monte Zouf di Muez. Non mi aspettavo che l’ascesa fosse così rigenerante, l’antica via di comunicazione portava la gente di Moggio all’interno della Val Alba. Raggiunta la forcelletta, inverto direzione di marcia, stavolta da nord a sud, percorrendo per tempo un tratto di carrozzabile. La nevicata del giorno precedente ha ben ricoperto la vegetazione, ma il sentiero è ancora intuibile grazie alle fronde delle conifere che hanno fatto da ombrello. Percorro la meravigliosa cresta molto esposta a oriente, il sentiero è marcato e delizioso. Per sicurezza: indosso le ghette e calzo i ramponi a 12 punte, forse ho esagerato, ma ora procedo con tutta la tranquillità necessaria per potermi distrarre ad ammirare l’ambiente. Il manto nevoso non è mai duro grazie alla temperatura leggermente sopra lo zero, e lo stesso spessore nel primo strato del crinale non supera i venti centimetri. A volte la cresta si dirama, altre è molto affilata, ma il sentiero mantiene il suo fascino. Una serie di tornantini mi aiutano a raggiungere la cresta più in alto con comodità, in modo da evitare una traccia ripida. Altre diramazioni sono presenti lungo il cammino, ma quello che segna la cresta è il più evidente. Spesso mi fermo a fotografare gli ammassi di neve condensati sui rami delle conifere o il cielo che è di un blu cobalto, mentre l’imponente figura del monte Pisimoni domina la scena con le sue temibili e strapiombanti pareti meridionali. Penso agli anni passati, quando ascendevo le grandi cime come il Pisimoni, ignorando le piccole elevazione come questa che oggi sto percorrendo. La maturità fa scoprire valori un tempo snobbati. Serbo un bellissimo e vivido ricordo della maestosa montagna che adesso domina la visuale. La cresta è lunga e raggiunta la quota più alta procedo di un centinaio di metri finché la stessa si apre in un prato dove al centro spicca un’originale croce che sovrasta un masso. La neve copre alcuni particolari della costruzione, osservando meglio scoprirò che l’opera è stata dedicata all’ufficiale degli alpini Oscar Umberto Clemente, morto tragicamente sulla cima che sto precorrendo nel 1959. Dal prato coperto di neve scorgo in lontananza la bella figura a forma di conoide dell’Amariana, la vetta totalmente imbiancata di neve la rende simile al vulcano giapponese Fuji. L’oceano bianco è sovrastato dall’azzurro, e il mio cuore si irradia di poesia e felicità. Sono davvero appagato di aver percorso in solitudine questo bel sentiero, mi ha donato tana energia positiva e fatto amare ancora di più la vita. Dopo una breve pausa proseguo per il rientro, scendendo per una ripida pesta a sud, ma vista l’esposizione al sole è meno coperta di neve, quindi, anche meno insidiosa. La lunga discesa mi porta a seguire una pista di amanti di mountain bike, che mi conduce sull’argine del torrente Aupa. Presso una cappella votiva mi fermo, ho davanti la struttura di un ponte in costruzione, per fortuna, benché non sia ultimato, lo si può attraversare a piedi. Tolgo i ramponi, e supero il cavalcavia, entrando nella periferia orientale di Moggio. Preferisco percorrere la stradina interna, lambendo per prima la casa di un pittore, a cui è stata apposta anche una targa sovrastata da un murale. Di seguito raggiungo una via (con lapide commemorativa) intitolata all’eroico maresciallo dei carabinieri Luigi Di Bernardo, morto tragicamente durante l’adempimento del suo dovere. Maresciallo e pittore, grado e aggettivo che mi suonano familiari, scorgendo tutti simbolismi possibili con la mia sensibilità. Giungo presso un ampio prato periferico, mi spingo al centro di esso, trovando il punto sosta ove desinare sopra un emergente pozzetto di cemento. Dopo aver estratto il sacco viveri dallo zaino lo adopero come cuscino, e volgo le spalle a occidente ammirando a oriente la cresta del monte Zouf di Muez da dove sono disceso. Il sole che tramonta scalda, consumo il panino mentre laggiù, nel prato, un’anziana signora con un girello ortopedico fa su e giù lungo la stradina posta ai margini del campo stesso. Forse la vecchina ha problemi nel deambulare, e questo mi fa apprezzare di più ciò che possiedo: due buone gambe e tanta libertà di movimento. Finita la pausa raggiungo l’auto, felicissimo e soddisfatto della prima uscita in chiave invernale. Con un chiaro messaggio, per essere liberi ci vogliono: un paio di scarponi, uno zaino, e un cuore grande quanto la montagna.

Camminare è libertà!

Malfa.

 

































 

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