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lunedì 4 dicembre 2023

Monte Celant in Val Tramontina: storia di partigiani, capretti e guanti persi e ritrovati.

Monte Celant in Val Tramontina: storia di partigiani, capretti e guanti persi e ritrovati.

 

Racconto.

 

Vago spesso nella Val Tramontina, alla ricerca del tempo perduto. Per quest’ultima avventura come meta ho scelto il monte Celant. Da tempo non venivo in questo angolo della Valle, ricordo che tempo fa partecipai alla manutenzione della sentieristica che porta al borgo di Palcoda e alla successiva inaugurazione della campana.

L’arrivo in mattinata nella località è accompagnato dalla gelida visione della brina che copre l’intera valle. l’acqua nel bacino del lago di Redona è scesa considerevolmente e le cime circostanti sono innevate. Raggiunta la frazione di Tramonti di Sotto mi dirigo al centro della valle solcata dal torrente Tarceno, lasciando l’auto nella piazzola accanto ai ruderi della casera Comesta.

Anche in quest’avventura mi farà da compare Magritte, per il gelo avvertito impiego un po’ di tempo ad approntarmi per la partenza, coprendomi bene e indossando le ghette, sicuramente dovrei trovare neve in prossimità della cresta. Una volta pronti, io e il fido si parte, percorrendo la strada forestale che risale la valle.

Un bel murales dipinto sul muro di contenimento della strada attira la mia attenzione: Le figure umane sono dipinte con tonalità di grigio mentre lo sfondo ha colori rosso fuoco. Il dipinto raffigura una coppia di giovani (lui con lo zaino e lei con la bici) nell’atto di osservare il passato, rappresentato da coloro che combatterono (gruppi di partigiani armati) per conquistare la libertà. Qualcuno, sicuramente uno scellerato, ha imbrattato con una scritta parte del murales, dimostrando nel vile gesto tutta la sua inciviltà.

È un bel inizio di escursione, mi fa pensare positivo e apprezzare quello che possiedo nel tempo in cui vivo e tutto questo grazie a chi si è sacrificato tempo fa.

 

Proseguo, notando dei cartelli appesi a dei tronchi d’albero, leggo in essi che un capretto si è smarrito e il suo fattore (afflitto) lo cerca amorevolmente. È proprio vero il detto che cita:” Paese che vai, usanze che trovi”. Ad Andreis il capretto veniva in dato in pasto alle volpi e abbandonato morente come il barbaro Galata, a Tramonti il capretto lo si cerca disperatamente. Avrei voluto scrivere (ironicamente) sulla tabella” Non vi preoccupate, l’ho trovato io! firmato “La Volpe”.

Anche dei fiocchetti rossi messi come segni attirano la mia attenzione, finalmente raggiungo il guado ed evitando una scivolata sulla lastra di ghiaccio mi porto sull’altra sponda, dove inizia il sentiero.

Abbandonato l’asfalto do sfogo all’incedere degli scarponi, anche oggi porto quelli vecchi, prossimi alla fine, oggi potrebbe essere il loro “canto del cigno”.

La mulattiera che mi porta ai ruderi della frazione Tamar è ben marcata e segnata, con una lunga diagonale attraverso il bosco  raggiungendo i ruderi del borgo che sono preannunciati da muri a secco e ricoperti da muschio. Mi addentro tra i ruderi dove trovo la prima neve. I fantasmi che popolavano il villaggio stanno affacciati alle finestre, un viottolo costruito tra due file di sassi mi guida fino all’edificio principale della frazione. Due giganteschi abeti rossi montano di guardia ai resti della rovina, di cui rimane solo lo scheletro e le mura da dove si aprono le finestre e quello che rimane del camino. Mancano del tutto le imposte e dalle finestre intravedo i nuovi abitanti, i faggi, che protendono i rami al cielo per catturare le nuvole.

Cerco un edificio adibito a bivacco che prende il nome da chi abitò in precedenza la frazione, un certo “Guglielmo Varnerin”. Cercando la struttura adibita a riparo incappo in una adibita ad abitazione, dove ho il piacere di incontrare, in carne e ossa, il discendente diretto del Varnerin. Lo saluto, effettuo una breve visita al bivacco (posto all’interno di un cortile a cui si accede passando per un arco) dove apporto la firma sul libro dei visitatori, per poi procedere per il monte Celant.

Proseguendo per la cima Celant, attraverso lo spiazzo sottostante la frazione, dove scorgo dei simpatici cerbiatti costruiti adoperando tronchi di legno. Una lunga strada forestale sarà il mio prossimo percorso, essa è inizialmente innevata a chiazze, nel corso del cammino sarà progressivamente coperta, fino raggiungere i trenta centimetri di spessore nel tratto di cresta.

Il percorso è noioso, la stradina innevata effettua lunghe diagonali, distraggo la mente osservando il paesaggio che scorgo solo al diradarsi della faggeta. Magritte fa da apripista, la neve amplifica la sua natura selvatica, osservandolo rivivo l’atmosfera dei racconti di Jack London e il fido appare come un novello Buck. Durante l’ascesa impieghiamo il tempo a giocare, Magritte esegue esercizi di equilibrismo ma con scarso entusiasmo.

Presso la cresta, intravedo un cartello CAI che mi indica di lasciare il percorso artificiale per proseguire per il sentiero, i segni mi guidano dentro la faggeta. Pochi metri di bosco e raggiungo la cresta, innevata anche sul versante meridionale. La morbida consistenza della neve, mi permette di camminare facilmente e senza l’ausilio dei ramponi. Percorro il filo del crinale ammirando il paesaggio e alcuni faggi dalle forme tortuose.

Una coltre di nubi ingrigisce il cielo, irrigidendo la temperatura. Percepisco la vicinanza della vetta, i segni bianco-rossi proseguono all’interno del versante settentrionale mentre io preferisco il margine tra i due versanti, che benché esposto non è mai pericoloso, anzi dona l’emozione del vuoto, come se corressi sopra nuvole bianche. I faggi di cresta, vista l’esposizione alle intemperie hanno un aspetto sofferente e allo stesso tempo dinamico, essi mi fanno compagnia fino alla vetta, materializzata da due cartelli e un ometto sormontato da un crocifisso dove la scultura del Cristo è rovinata.

La temperatura continua a scendere, il paesaggio a nord è ostruito dalla vegetazione, mi godo quello che riesco a intravedere. Magritte nel sostare presso l’ometto si è infreddolito, trema, quindi mi appresto a rientrare per lo stesso percorso dell’andata.

Mi sono accorto di aver smarrito il guanto sinistro, proprio dove ho il dito incidentato, l’abbassamento repentino della temperatura mi dà fastidio. Ritorno sui miei passi, percorrendo nella neve la scia che ho creato in precedenza, sono convinto di ritrovare l’oggetto smarrito giù al borgo di Tamar, mi deve essere caduto mentre estraevo dalla tasca della giubba la mappa.

Raggiunto il borgo, non faccio in tempo a cercare il guanto che odo provenire da dentro un edificio una voce calda: <<Guarda che hai perso un guanto, ti avevo chiamato, ma eri già lontano. Gradisci un caffè?>>. È la voce di dell’uomo di stamattina e l’invito mi giunge gradito, rispondo acconsentendo. L’amico esce dall’edificio dove stava operando e mi viene incontro, aprendo un altro locale preposto a cucina. Da una moca (ancora calda) mi versa il gradito caffè, si conversa. L’amico intuisce che sono un tipo loquace, scusandosi si allontana per riprendere il lavoro che ha lasciato in sospeso.

Rientro nel piccolo bivacco, apporto la firma sul libro di via, rassicurando (chi eventualmente, nel frattempo, si fosse preoccupato della mia sorte e quella di Magritte) che siamo rientrati sani e salvi.

Ripreso il cammino del ritorno, con calma e sempre per lo stesso sentiero dell’andata raggiungo il punto di partenza, scrivendo la parola fine a questa nuova avventura. Soddisfatto dell’escursione e della cima conquistata, rientro a valle con una nuova storia da raccontare.

Malfa

 

 









































 

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