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mercoledì 23 novembre 2022

Monte Forchiadice da Dordolla.

Monte Forchiadice da Dordolla.

 

Localizzazione:  

 

Avvicinamento:

 

Regione: Friuli - Venezia Giulia.

 

Provincia di: Udine

.

Dislivello: 1000 m.

 

Dislivello complessivo: 1100 m.


Distanza percorsa in Km: 14


Quota minima partenza: m. 612 m.

 

Quota massima raggiunta: 1600 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 6 ore

In: Coppia

 

Tipologia Escursione: ambientalistica – storico-naturalistica

 

Difficoltà: escursionistiche tranne la vetta più alta del Monte Forchiadice che è per esperti.

 

Tipologia sentiero o cammino: Sentiero remoto molto affascinante.

 

 

Ferrata- no

 

Segnavia: CAI 425; 422;

 

Fonti d’acqua: si

 

Impegno fisico: medio

Preparazione tecnica: bassa

 

Difficoltà di orientamento: nessuna

Attrezzature: no

 

Croce di vetta: no

Ometto di vetta: si, edificato uno sulla cima più alta.

Libro di vetta: no

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

Consigliati:

 

Periodo consigliato:  primavera -estate

 

Da evitare da farsi in: con terreno gelato.

 

Dedicata a: a chi ama i borghi romantici come Dordolla e i sentieri che svettano nel cielo.

 

Condizioni del sentiero: ben marcato e segnato

 

N° 657



Cartografici: IGM Friuli – Tabacco
2) Bibliografici:
3) Internet: 

Data dell’escursione: sabato 19 novembre 2022.

 

Data di pubblicazione della relazione:

 

Il “Forestiero Nomade”
Malfa

Nel magico  Friuli montano vi è un bel paesello che sorge alle pendici meridionali dell’affascinante monte Vualt,  in una idilliaca posizione, da dove si può ammirare in tutta la sua magnificenza una delle regine della montagna friulana, la Creta Grauzaria. Puntualmente, quando ho bisogno di forti emozioni, mi reco nel regno dei moggesi, vagabondando nella Valle Aupa alla ricerca dei suoi gioielli. Per quest’ultima avventura,  assieme alla mia compagna, abbiamo scelto come luogo di partenza proprio Dordolla. Per il sottoscritto questa è la seconda visita nella piccola frazione. La prima volta fu al rientro dall’escursione sul monte Cuzzer, esattamente un lustro fa, e con me c’era anche il fido Magritte; allora la visita fu breve, solo per gustare una cioccolata nel bar del paese, e in quell’occasione lasciai un disegno che avevo eseguito nello stesso locale per l’amico Gianfranco Druidi. Questa escursione, ideata solo il giorno prima, nasce spontaneamente  e anche pigramente. Rapiti a lungo da morfeo, mia moglie ed io, siamo rimasti a lungo avvolti dal tepore delle coperte, ma così  tanto, da uscire da casa in un orario dove normalmente i più sono da ore in marcia in montagna. Negli ultimi anni non sono più rapito dalla frenesia delle levatacce, non amo più percorrere  chilometri  con l’auto per l’avvicinamento alla montagna, cosa che mi costringeva ad alzarmi nel cuore della notte per  arrivare sul luogo della partenza prima che sorgesse il sole. Sono diventato meno ansioso, e della montagna mi godo di più i particolari, che prima solitamente  sdegnavo, sicuramente per la frenesia della conquista della vetta. La luce diurna mi coadiuva nel contemplare le fantasie del creato. A Dordolla giungiamo due ore prima del meriggio, dove godiamo di una meravigliosa domenica dal tono primaverile. Mentre ci approntiamo, con lo sguardo ammiro le case della frazione e il  moto laborioso dei locali. Oggi la nostra meta sarà il Monte Forchiadice, questa vetta l’ho scoperta grazie ad un’attenta analisi della mappa topografica della zona.  

Transitiamo per le stradine del borgo, intuendo che si tratta  di una frazione viva e che brulica anche di  presenze giovanili,  e soprattutto di spiriti liberi. In passato, durante le mie escursioni in loco, ho incontrato tanti tipi positivamente strani, che vivevano e operavano a Dordolla, oggi intuisco anche il perché di questa speciale presenza. Un frigo posto all’esterno di una abitazione,  in disuso e dipinto a mano, attira la nostra attenzione, all’esterno vi è scritto con una bella calligrafia “ la grande piccola biblioteca”. Apriamo le portiere di quello che fu un elettrodomestico, per scoprire centinaia di libri pronti a volare per altri lidi, in attesa dei nuovi che prendano il loro posto. Noi abbiamo sempre un libro nello zaino, e lasciamo il nostro, scritto da Montanelli, per un’opera di Pirandello, mi pare che sia stato un ottimo scambio. 

Dordolla è anche questo, cultura, mentre nell’aria si fiuta il  magico odore della legna arsa nel camino. Grazie ai numerosi segni Cai posti nella periferia del paese iniziamo il nostro giro escursionistico, decidendo di compiere nell’odierna gita un anello con senso antiorario con il seguente sviluppo: risalire sino al Monte Forchiadice tramite il sentiero 425, per poi rientrare con il 422 proveniente dal ricovero Cjasut dal Sior. Il primo tratto del cammino ha un fascino particolare, presso gli Stavoli Soval ci fermiamo ad osservare gli oggetti posti all’esterno di un edificio, raccolti sicuramente dall’omino che abita la casetta nel suo vagare tra i monti.

Fra la maestosa vegetazione,  un noce spoglio e un regale e vistoso faggio con foglie dai colori accesi, ci danno il benvenuto, augurandoci un buon cammino. Il sentiero, di remota memoria, è comodissimo per le nostre articolazioni, esso conduce nel primo tratto all’interno di una meravigliosa pineta, dove rare sono le altre specie arboree. Poche volte le fronde concedono la visuale del paesaggio circostante, e in quei momenti spuntano all’orizzonte le verticali e fantasiose pareti occidentali del Vualt, che da questo versante paiono invincibili.

Presso quota 937 m. incontriamo un solitario rudere, rassegnato all’inesorabile oblio che il tempo accorda alle opere dell’uomo. Poco dopo l’ultimo bivio il sentiero  CAI  425 prosegue per la Malga Vualt, noi viriamo a sinistra, e con una lunga serie di stretti tornanti, risaliamo la china, guadagnando vistosamente quota all’interno del vallone fluviale scavato dal Riu di Vat, e a sua volta, racchiuso tra il versante occidentale del Monte Vualt e le pendici meridionali del Monte Forchiadice.

La pineta pian piano viene avvicendata da una meravigliosa faggeta. Il bosco è ben pulito, e si nota l’opera dell’uomo. finalmente, dai balconi panoramici offerti dagli stretti tornanti del sentiero, possiamo ammirare le altre elevazioni che svettano a meridione. Quella che attira la mia attenzione e spicca più delle altre è la breve cresta del monte Masereit, che dal mio punto di vista appare come se fosse scolpita a forma di corna. Lo sguardo vola anche a valle, ammirando il  fondersi delle catene montuose in mille tonalità d’azzurro. La nostra meta pare dietro l’angolo, ma è un inganno visivo, il cammino è ancora lungo. Dalla frazione di Dordolla dobbiamo risalire ben 1000 metri di dislivello.

L’azzurro cielo che filtra dalle fronde spoglie dei faggi indica che siamo vicini alla bella forcella posta tra i due monti. Ultimi tornanti ed eccoci  sulla forchia, dove spiccano  i resti dei manufatti militari risalenti al Primo Conflitto Mondiale.  Questa fetta di territorio era il secondo sbarramento trincerato che aveva creato il Regio Esercito Italiano nella sciagurata ipotesi che gli austroungarici avessero sfondato il fronte.

Nella flora i pini mughi hanno sostituito i faggi. Vago con lo sguardo riconoscendo all’orizzonte lo Zermula, la Creta di Aip e altre elevazioni, che furono al centro della contesa degli opposti schieramenti  nella Prima guerra mondiale, e che oggi mostrano una spolverata di neve sulle creste, a testimoniare che il Generale Inverno sta per arrivare.

La nostra meta è vicina, e dal nostro punto di vista si mostra nel suo duplice aspetto, dolce e abbordabile a sud, ostica e indomabile a nord. Proseguiamo, sperando di trovare per la vetta più alta del Monte Forchiadice, un punto per accedere alla cima. Grazie all’ausilio dei mughi  adoperati come corde iniziamo la scalata. Il tratto è ripido, ma con prudenza dopo pochi minuti siamo in vetta (quota 1600 m). Nessun ometto è eretto sulla quota più alta del monte Forchiadice, sicuramente è dovuto all’enorme esposizione. Commosso dall’anonimato,  ne erigo uno io, nel fazzoletto d’erba esposto sul vuoto.

La visita è breve , tira vento,  e anche l’esposizione consiglia una breve permanenza. Per la discesa dalla vetta sino al sentiero sottostante, seguiamo delle tracce nelle zolle, naturalmente grazie  all’ausilio dei santi mughi. Era nostra intensione evitare la cima più bassa posta a metri 1579, ma la curiosità gioca brutti scherzi, e io sono assai curioso. La seconda vetta  è segnata da bolli blu e anche da un cartello, quindi, in pochi minuti siamo a ridosso della cima. Rispetto alla precedente è più facile da raggiungere, e una volta che siamo sull’inerbito cupolone sommitale, attraverso un taglio tra i mughi raggiungiamo delle roccette dove troviamo i miseri resti di quella che fu una cassetta in metallo adibita a porta libro di vetta. Non siamo pentiti della conquista, anzi, ne siamo felici. Iniziamo la discesa vera e propria per completare l’anello. Decidiamo di posticipare la pausa del desinare, ci accontentiamo di consumare delle barrette energetiche, perché, visto l’orario, abbiamo solo due ore di luce, quindi, ci tocca accelerare il passo. Il versante occidentale che completa l’anello, nella prima parte è la continuazione dell’Alta via C.A.I. di Moggio, ed è davvero affascinante, sia per la bellezza del fianco che per la storia che racchiude in sé. La pesta è un’evidente e remota mulattiera di guerra, infatti, alcuni antri furono adoperati come ricoveri, oggi di essi rimangono pochi ruderi in cemento armato. La discesa è lunghissima, e si svolge all’interno di una  fitta faggeta. Un’infinità di tornanti, creati per rendere agevole il transito, ci accompagna per circa settecento metri di dislivello, finché il pendio, con un lungo e dolce sentiero continua a sud, in direzione di Dordolla.

Il sole sta per tramontare dietro la Creta Grauzaria, e la visibilità si attenua. Giungiamo in vista della bella frazione notando le luci accese che donano a Dordolla quel meraviglioso aspetto che hanno i borghi montani nel periodo natalizio. Pochi metri ancora ed eccoci  a transitare per i vicoli, con la luminosità artificiale che cambia le tinte delle pareti delle abitazioni. Anche quest’ultima avventura è terminata ed è stata meravigliosa, la stessa ci ha svelato un altro luogo del Friuli a noi sconosciuto. Durante il rientro  in auto decidiamo di desinare. Per me non è la prima volta quello di nutrirmi mentre sono alla guida, durante le escursioni altre attività sono prioritarie, tali da mettere in secondo piano quelle poco avventurose come il consumare il pasto.

Durante il rientro, ispirato delle  molteplici luci ipnotiche degli autoveicoli che si muovono nell’oscurità della sera, rivivo l’avventura, felice della nuova cima da ricordare e di una nuova storia da raccontare.

Il Forestiero Nomade.

Malfa





















































































 

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