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domenica 20 novembre 2022

Cuesterelde.

Cuesterelde.

 

Localizzazione:  Prealpi Carniche.

 

Avvicinamento: Lestans- Travesio-Paludea-Clauzetto- Pradis di Sotto- Frazione di Blancs

 

Regione: Friuli- Venezia Giulia

 

Provincia di: Pordenone

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Dislivello: 460 m.

 

Dislivello complessivo:460 m.


Distanza percorsa in Km: 12


Quota minima partenza: 522 m.

 

Quota massima raggiunta: 946 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 3

In: solitaria

 

Tipologia Escursione: selvatico naturalista

 

Difficoltà: escursioni esperti atti a operare in ambiente privo di segni o di tracce.

 

Tipologia sentiero o cammino: sentiero remoto dismesso- sentiero remoto campale

 

 

Ferrata- no

 

Segnavia: CAI 820

 

Fonti d’acqua: si

 

Impegno fisico: medio

Preparazione tecnica: bassa

 

Difficoltà di orientamento: alta



Attrezzature: no

 

Croce di vetta: no

Ometto di vetta: no

Libro di vetta: no

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

Consigliati:

 

Periodo consigliato:  tutto l’anno

 

Da evitare da farsi in: condizione di terreno gelato

 

Dedicata a: a chi ama esplorare i sentieri di una volta

 

Condizioni del sentiero: sul colle quasi del tutto assente, intorno al colle ben visibile e di antica percorrenza.

 

N° 617



Cartografici: IGM Friuli – Tabacco
2) Bibliografici:
3) Internet: 

Data dell’escursione: giovedì 26 maggio 2022

 

Data di pubblicazione della relazione: sabato 19 novembre 2022

 

Il “Forestiero Nomade”
Malfa

Pradis è un nome che per anni mi ha rammentato una nota marca di acqua minerale. Tempo fa svolgevo servizio nella caserma di Vacile, e spesso da giovane sergente qual ero, mi toccava fare il turno di servizio nell’allora polveriera ( oggi dismessa) di Usago, dove spesso a mensa ci veniva propinata  la stessa acqua minerale con la nota scritta Pradis. Quest’acqua minerale, assieme al selvatico paesaggio sono stati per il sottoscritto  un richiamo che mi rimandava al territorio di cui ero ospite. Passano i mesi, passano anche gli anni,  e scopro che la località  che dà il nome all’acqua minerale è proprio dietro l’angolo dove vivo, sull’altopiano posto alle pendici meridionali del monte Taiet. Studiando la mappa del territorio, scopro che la fonte dell’acqua è anche  la stessa sorgente dove nasce il Torrente Cosa. Il  Cosa, magico nome, è un corso d’acqua a cui sono affettivamente sono molto legato, principalmente perché lambisce la frazione dove vivo e  ho comprato casa, e anche per la sua gloriosa storia. Tra gli affluenti del Tagliamento, il Cosa è uno dei  più storicamente importanti, per via di una remota  frequenza umana sin dalla preistoria. 

L’escursione nasce sotto i più benevoli auspici, non sarà solo lo scoprire un mondo selvatico di un colle, ma anche un doveroso omaggio a un territorio che serba un passato di tutto riguardo. La mattina del cammino, al sorgere del sole, transito con l’auto per le strette stradine di Clauzetto, dirigendomi alla volta di Pradis di sotto. Una volta raggiunta la località delle Grotte Verdi, mappa alla mano, mi indirizzo nella valle che ospita le frazioni di Gerchia e  Planelles.

Il punto di sosta per l’automezzo lo troverò nell’ultima frazione sita prima del fondo valle, ossia, il borgo di Blanc. Un esiguo numero di case è la consistenza della frazione, ma è dotata di un comodo parcheggio. Mi appresto al cammino, respirando profondamente a pieni polmoni l’aria fresca mattutina, la natura al sorgere del sole ha un tono particolare e inconfondibile. Una volta pronto, parto, seguendo la carrareccia che si inoltra a nord sulla sinistra orografica del Torrente Cosa. Poco dopo , presso la carrareccia, un cartellone mi avvisa che ho raggiunto la Fonte Acqua Pradis, e lo stesso consiglia di procedere a passo d’uomo ed è quello che finora ho fatto dalla frazione di Blanc.

Lascio la stradina per seguire un originario sentiero , più o meno a filo con l’argine,  che man mano che avanzo si inabissa nella flora. L’antica via di comunicazione è dismessa, occultata dalla vegetazione selvatica, e per quanto sia ardimentosa, la seguo, fino a scendere nell’alveolo ghiaioso del torrente. Mi trovo esattamente al centro dove confluiscono ben tre impluvi anonimi, entrambi discendenti dal selvaggio versante del Taiet. Tutto il paesaggio che mi circonda è abraso e crudo,  e ostenta la cruda roccia elaborata per millenni dall’erosione degli eventi atmosferici. Mi piacerebbe visitare oltre gli angusti, gli ambienti astrusi che scorgo nelle profondità, ma sarà per un’altra volta.

La mia direzione è oltre il confluire delle acque. Con peripezia guado il torrente passando sull’altro versante orografico. Un rudere mi attende,  testimone di un passato in cui il sentiero era frequentato dalla gente di montagna. Tutti gli stavoli hanno inferriate, mi domando come era la vita un tempo, e se i boschi fossero frequentati da individui poco raccomandabili.  Penso proprio di sì, perché pare che ci si barricasse più che chiudersi dentro. Tra le fronde cerco un indizio di sentiero, un’impresa difficile, ma qualcosa la trovo e la seguo. L’ambiente non è molto frequentato, ed è anche ombroso. Risalgo il ripido pendio, e a volte ho dei sobbalzi adrenalinici, quando mi ritrovo a filo, quasi sospeso,  su uno dei paurosi baratri che si aggettano nel vuoto, e le circostanti pareti dirupate non fanno che aumentare la soggezione all’ambiente. Sicuramente un dì questa traccia  era una pesta ben marcata, sia i cacciatori che i boscaioli risalivano la china in cerca di prede e legname. Senza effettuare soste, continuo l’ascesa, passando anche in un tratto dove il crinale si affila per poi riprendere ampiezza, e raggiungere la parte alta del colle. Il vertice del Cuesterelde è una cupoletta d’erba posta a fianco delle meravigliose pareti rocciose del monte Taiet. 

Una volta raggiuta la vetta, continuo il cammino, fino a raggiungere il sentiero ufficiale CAI numerato 820 che parte dalla località La Fratta e conduce alla vetta del monte Taiet. Percorrendo il sentiero ufficiale mi par di andare comodo, come se non avessi gli scarponi ai piedi, bensì confortevoli pantofole. Una traccia ben battuta mi rilassa, conducendomi serenamente nei prati che dividono il versante da cui sto scendendo da quello orientale e ombroso del Monte Ciaurlec. Raggiunti i campi in basso, decido di tagliare per gli stessi, con direzione sud, percorrendo una antica via di comunicazione che parte dagli stavoli posti a nord della frazione di Tunulins. Il cammino è brioso, confesso che percepisco un senso di felicità difficile da spiegare a parole per quanto lo provi intensamente. Cammino e mi specchio nel cielo, mi vedo:  zaino in spalle, scarponi ai piedi, macchina fotografica al collo, mentre amo tutto ciò che mi circonda.

Mi emoziona tutto: i fiori, le foglie, anche quelle d’ortica, guardo amorevolmente gli alberi e gli insetti… In ogni singolo elemento che mi circonda trovo  la perfezione della natura. La flora è un caleidoscopio di segni ornati e colori ben abbinati. Il mondo è così meraviglioso che ti fa apprezzare in pieno la vita, mi sento, anzi, sono fortunato…

Camminando continuo ad ammirare tutto, gli stavoli, i muri a secco, le fronde degli arbusti che si stagliano nell’azzurro.  Seguo l’antica via, mantenendomi vicino al versante meridionale del Cuesterelde. Mi appaiono dei piccoli stavoli, alcuni sono curati e abitati, mentre altri rapiti dall’oblio. Lungo il cammino lambisco cappelle votive e croci in metallo, che ricordano  una fede che sa di pagana da quanto è ostentata in ogni dove, e che non oso criticare, consapevole che una volta, questa povera gente, aveva solo due compagni di vita, il lavoro e la fede. Segue una piccola traccia che affianca un ruscello, ed eccomi  fluire nel corso d’acqua che  proprio in questo luogo viene battezzato Torrente Cosa. Guado il rivo, e mi posto sull’altra sponda, dove, accomodandomi accanto ad un arbusto selvatico, decido finalmente di desinare. Estraggo dallo zaino la borsa viveri, e tiro fuori il panino con il beveraggio. Mentre sgranocchio il panino, con lo sguardo sto fisso allo scorrere delle acque che scolpiscono nell’eterno fluire le rocce, creando dei sassi ben modellati. Le stesse acque, sospinte anche dal mio sguardo, fluiranno giù a valle, sfiorando frazioni e cittadine, come Paludea, Travesio, Lestans, Barbeano, Provesano e Gradisca, prima di confluire nel Tagliamento; e le stesse acque, miste ad altre di mille torrenti, confluiranno nell’Adriatico per lasciarsi andare alle irrequiete correnti, che le sposeranno con le acque del Tirreno, dove troveranno quelle provenienti dal mio borgo natio,  mutando il nome in Mediterraneo. L’acqua, questo magico elemento vitale,  è libera, quindi, non crea confini, per questo è il perenne simbolo universale della Vita.

Il Forestiero Nomade.

Malfa








































































 

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