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martedì 23 agosto 2016

Cime Centenere 2095 m. dalla Val Zemola.

 
                                              Cime Centenere 2295 M. 

                                      Note tecniche.

Localizzazione: Dolomiti Orientali Friulane -Gruppo del Duranno- Cima dei Preti.

Avvicinamento: Montereale-Barcis-Cimolais-Passo San Osvaldo-Erto- Rotabile per la val Zemola.

Punto di partenza: Parcheggio quota 1179, pochi metri sotto il rifugio Casera Mela.

Dislivello: 1100 m.

Dislivello complessivo: 1126 m.

Distanza percorsa in Km: 14,5 km.

Quota minima partenza:1179 m.

Quota massima raggiunta: 2295 m.

Difficoltà: escursionistico fino alla base della forcella, dopo per esperti con passaggio di I grado non esposto.

Segnavia: CAI 374-Bolli blu fino al rifugio, verdi presso la forcella.

Tempo percorrenza totale: 4,5 ore.

Fonti d’acqua: Numerosi ruscelli durante l’ascesa e fonte presso il rifugio Maniago.

Attrezzature: Nessuna.

Cartografia consigliata. Tabacco 021.

Periodo consigliato: giugno-settembre

Condizioni del sentiero: Ben segnato e ben marcato.

Data: Sabato 20 agosto 2016

 

 
Relazione.

Cime Centenere 2295 m.

Cime Centenere appuntamento rinviato di una settimana a causa del sopraggiungere del maltempo. Sul web ho cercato una variante diversa da quella che sale dalla valle Cimoliana, imbattendomi nella bella relazione di Andrè Rao, a cui mi ispiro per questa escursione. Non avevo ancora percorso la Val Zemola fino al rifugio Maniago, quindi ne approfitto per prendere più piccioni con una fava. Nel giorno che precede l’escursione appronto lo zaino per un percorso che non prevede ferrate e terreni malagevoli. Insomma, un bel giro che mi porterà alla cima più elevata delle Centenere. Arriva il sabato, durante la prima colazione dalla terrazza di casa osservo l’orizzonte, anche se il cielo è plumbeo, la giornata non si presenta male. Parto! Percorrendo l’itinerario automobilistico che passando da Barcis, Cimolais e passo Santo Osvaldo mi porta ad Erto. Entro nel leggendario borgo seguendo le indicazioni per la Val Zemola. Percorro l’esposta ed ardita forestale scavata sul fianco occidentale della valle solcata dal torrente Zemola. Arrivo al parcheggio (quota 1171 m.) presso il rifugio Casera Mela, spengo il mezzo, zaino in spalle e sogni al seguito, parto per questa nuova avventura. Seguo le indicazioni per il rifugio Maniago (sentiero CAI 374), una carrareccia che si inoltra nel bosco superando alcuni stavoli. Un cartello con indicazioni per casera Galvana e Rifugio Maniago mi invita a seguire il sentiero a destra. La comoda traccia costeggia dall’alto il torrente Zemola fino a guadare l’ampio greto (bolli blu). La visione si apre sulla val Zemola e sulle cime che la circondano. Al di là dell’argine è posto un cartello con le diramazioni per casera Galvana (sentiero 908) e per il rifugio Maniago (sentiero 374). Seguo quest’ultima traccia che con moderata pendenza mi porta a guadare un ruscello. Il sentiero ben marcato e segnato risale la faggeta, intersecando in più punti la carrareccia di servizio al rifugio. I segni e i cartelli sono chiari, è impossibile perdersi. Raggiunta all’incirca la quota di 1600 metri il sentiero esce allo scoperto costeggiando dall’alto il torrente di Bozzia, ed effettuando una lunga ansa che diventa panoramica sulle bellissime cime poste a occidente, tra cui le tre grazie “Monte Borgà, La Palazza e monte Zita”. La lieve pendenza rende piacevolissima l’escursione. Un piccolo bosco di Larici precede l’ampio prato dove è sito il rifugio Maniago (quota 1730 m.), come per magia lo intravedo da lontano tra le fronde. Raggiunta la struttura rimango affascinato dai bastioni meridionali del monte Duranno, così imponenti da intimorirmi. Fuori dal rifugio incontro il gestore intento a sistemare le attrezzature, lo saluto, ricambia. Procedo per la forcella del Duranno, non prima di essermi dissetato alla simpatica fontana creata con un tronco d’albero. Sopra il rifugio si diramano due sentieri: a sinistra per il sentiero alpinistico e attrezzato Osvaldo Zaldonella (382), a destra per la forcella del Duranno il 374. Proseguo per quest’ultimo risalendo il sentiero ben marcato che attraversa un mugheto. Rapidamente guadagno quota portandomi sempre più vicino al Duranno. Scruto le sue pareti, intravedo l’enorme canalone che lo solca in mezzo e la famosa cengia. Numerose volte mi fermo ad ammirarlo e fotografarlo, è un rapimento mistico. Entro in un’altra dimensione e in essa mi lascio andare. A causa della luce proveniente da est sono soggetto alla controluce, non riesco a vedere bene le pareti occidentali delle cime delle Centenere, ne ignoro lo sviluppo, procedo seguendo il sentiero. È mia abitudine (irrinunciabile) quella di approfondire e studiare gli itinerari delle escursioni da effettuare e contemporaneamente di cancellare dalla mente i particolari, lasciando alla memoria solo le quote, il numero dei sentieri e qualche indicazione topografica. Questo metodo mi preserva dalla noia, lasciandomi vivere totalmente l’avventura. I mughi cedono il passo alle balze erbose, il bel sentiero supera un impluvio secco, sempre per traccia marcata risalgo il pendio di ghiaie e zolle d’erba portandomi alla base della parete rocciosa. La mia attenzione viene attratta dallo skyline di figure umane che in controluce attraversano la forcella, seguite poco dopo da quattro stambecchi. Immagini surreali, sembra la scena cult del “Settimo Sigillo” di I. Bergman, quando la morte conduce gli uomini verso l’inevitabile destino. Intravedo delle figure umane tra i meandri della parete, intuisco che percorrono delle cenge, mi piace! Mi manca il contatto con la roccia dolomitica, le mie mani hanno bisogno di toccarla.  Sono giunto sotto la parete, ed incontro una simpaticissima coppia di ultra sessantenni veneti accompagnati da un vispo cagnetto. Gioco con il fido, mi fermo a conversare con la signora, loquace quanto me, scoprendo che il suo papà era originario di Messina, sopravvissuto al terribile terremoto del 1908. La signora è solare, un peperino dagli occhi azzurri, il marito è silenzioso, personalità da orso, tipico uomo di montagna. Mi perdo nel volto della signora che somaticamente mi ricorda quello di mia madre, ritrovando nei suoi lineamenti qualcosa di familiare. La Grande Signora di roccia riesce a far incontrare e dialogare esseri che normalmente nelle città nemmeno si saluterebbero. La magia di liberare lo spirito e di purificarsi in un unico disegno sovrannaturale.

Salutati gli escursionisti mi appresto ad affrontare il tratto roccioso. Nulla di trascendentale, solo un passaggio di primo grado basso e anche protetto. Lo risalgo alla destra seguendo i segni CAI, il bollo a sinistra verde non mi convince, al ritorno costruirò un ometto nel punto più facile dove superarlo. Uscito dal salto procedo prima tra roccette e poi per esile cengia di ghiaia, risalendo un piccolo tratto di sfasciumi fino alla base della parete che precede la forcella. Mi fermo a fotografare, il posto merita, e il vicino spigolo meridionale del Duranno è fantastico, se non bastasse devo aggiungere al sublime la visita di un curioso stambecco. Dire che sono in estasi è riduttivo. Continuo! Arrivato in forcella (quota 2217 m.) mi dà il benvenuto una famigliola di stambecchi. Ad intuito ricostruisco il nucleo familiare. Padre, madre e due figli, classica famiglia.  Lui (il padre) tiene sott’occhio la situazione, è il più coraggioso, si avvicina fino ad un metro da me. Mantengo un atteggiamento naturale, come se non fossi sorpreso dalla loro presenza. La sua signora mi sembra civettuola, si adagia sull’erba e come una musa posa per la mia reflex. Ha intuito la mia passione per la pittura o forse vuole essere immortalata per Facebook? I due cuccioli ora si avvicinano, il padre soffiando li richiama! Chiaro è il motivo di tale rimprovero, si applicano poco nello studio (materia: alpinismo, settimo capitolo, “le pareti di VI grado”). Estraggo dalla mia borsa il contenitore con la frutta secca, spargendola vicino loro, e salutata l’allegra famiglia proseguo per la mia meta, che a occhio dista solo poche centinaia di metri. Il sentiero 374 scende di poco procedendo a meridione verso la forcella Lodina. Proseguo dalla forcella per tracce di stambecco e risalgo a meridione l’affilata crestina, mantenendomi a oriente sul ripido e inerbito versante. Dei paletti indicano l’evidente itinerario da seguire. Un piccolo salto percorribile senza l’aiuto delle mani mi porta nell’ultimo tratto, ancora pochi metri d’erba e di rocce, sfioro alcune stelle alpine. Eccomi sulla piccola ed esposta massima elevazione delle Centenere (quota 2295 m.), solo un paletto e un cumulo di sassi, niente croci o altri simboli. Cima spartana da dove poter ammirare, nuvole permettendo, il paradiso. Nel frattempo le nuvole birichine giocano con le cime dei monti e i loro viandanti. Nascondendo e svelando in un gioco di luci e ombre le meravigliose dolomiti. È uno spasso, fantastico, mi copro con la giacca a vento e mi siedo ad assistere allo spettacolo, canticchio le parole della bellissima canzone di Fabrizio De André “Le Nuvole”.

<< …vanno vengono, ogni tanto si fermano, e quando si fermano sono nere come il cervo, sembra che ti guardano con il malocchio. Certe volte sono bianche e corrono, e prendono la forma dell’airone o della pecora, o di qualche altra bestia; ma questo lo vedono meglio i bambini che giocano a corrergli dietro per tanti metri. Vengono vanno ritornano, e magari si fermano per tanti giorni che non vedi il sole e le stelle, e ti sembra di non conoscere più il posto dove stai. Vengono vanno,

per una vera mille sono finte e si mettono lì, tra noi e il cielo, per lasciarci soltanto la voglia di pioggia.>>

 Poesia, magia pura, arte, sono inebriato. È tutto vero? Non lo so, e chi lo può sapere?! Intanto mi diverto, guardandomi intorno. Sono seduto in bilico sull’orlo dell’abisso, le verticali pareti di roccia che a occidente strapiombano sulla Val Zemola, e sull’altro versante osservo i ripidi prati che dominano Cimolais. L’eterno funambolo che vive in me sazia la sua sete di vivere due mondi paralleli, sperando che la fune non si spezzi. Trascorsa un’ora sulla cima, rientro per lo stesso sentiero, ma svogliatamente. Alla forcella trovo ancora gli amici stambecchi, mi ostacolano il passaggio, un invito a prestare la mia attenzione ai loro giochi? Cortesemente colgo l’invito, assistendo ad uno spettacolo circense. Gli acrobati animali si esibiscono in una serie di salti, apprezzo molto il dono, li ringrazio e scendo per la caratteristica forcella del Duranno. In breve guadagno la base della parete rocciosa. Ripreso il sentiero, lesto, mi avvio verso il rifugio incontrando lungo il percorso numerose comitive di escursionisti. Raggiunto il rifugio Maniago, sosto presso la fontana, dissetandomi con l’acqua fresca. Tutto intorno un brulicare di escursionisti dai svariati dialetti. Evidentemente il rifugio grazie alla sua posizione naturale esercita un forte richiamo sugli amanti del trekking italiano. Le nuvole, basse, mi invitano a rientrare all’auto, rinviando in futuro i propositi di allungare con altre mete l’escursione. Scendo per il sentiero dell’andata, incontrando e fermandomi a conversare con diversi escursionisti. Raggiunta l’auto, mi appresto alla partenza. Sento un vociare, aguzzo l’orecchio, è una comitiva CAI bresciana, incavolati a causa del loro capo gita che li ha piantati in asso. Sorrido, e penso a una famosa massima Zen. << Paese che vai “Topo-Gigio” che trovi!>>

Finiva così la dolce escursione nella Val Zemola, uno scrigno di gioielli per chi ama la montagna.

Il vostro “Forestiera Nomade”

Malfa.


































































































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