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lunedì 29 giugno 2020

Cima Val Piccola (2133 m.) e anello di Piancavallo dal Piano delle More

 Cima Val Piccola (2133 m.) e anello di Piancavallo dal Piano delle More.

Note tecniche:
Avvicinamento: Maniago-Aviano-Piancavallo-Pian delle More.

Località di Partenza: Pian delle More 1190 m.
Dislivello: 943 m
 Dislivello complessivo: 1400 m.
Distanza percorsa in Km: 23 chilometri
Quota minima partenza: 1190 m.
Quota massima raggiunta: 2133 m.
Tempi di percorrenza.7 ore escluse le soste.
In: Gruppo.
 Tipologia Escursione: Selvaggia- solitaria (versante friulano)
Difficoltà:  Escursionisti Esperti Spiriti Liberi-
Segnavia: CAI 925; Alta via n° 7, 923; 922; 933; Seggiovia in discesa dal rifugio Arneri; pista forestale dagli impianti sportivi di Piancavallo sino al Piano delle More.
Attrezzature: si.
Croce di vetta: No.
Libro di vetta: si.
Timbro di vetta: timbro rifugio Semenza
Riferimenti:
1)               Cartografici: Tab 012
2)               Bibliografici:
3)               Internet:
Periodo consigliato: maggio-ottobre
Condizioni del sentiero: Ben segnato e battuto
Fonti d’acqua: No (terreno prevalentemente carsico)
Data: 27 giugno 2020

Il “Forestiero Nomade”
Malfa
 Nelle piccole elevazioni spesso la si cerca e la si trova l'armonia, come dire “che nelle botti piccole si conserva il vino buono”. Anche se sono leggermente astemio, confermo, che nelle diversamente grandi spesso si trova l’infinito. La cima Val Piccola è un appuntamento rinviato solo di una settimana, ma è giunta la sua ora. Stavolta del gruppo faranno parte Dario e Francesco.  Da tempo non si andava assieme in montagna, e quindi è giunta l’ora di porre fine a questa mancanza. Previa intesa su WhatsApp, siamo riusciti ad accordarci sull’orario dell’appuntamento, ma non sul luogo dell’escursione, anche se la zona di Piancavallo prevale tra le probabili scelte. Alle cinque del mattino ci troviamo presso la stazione dei carabinieri di Montereale di Valcellina, essendo di passaggio imbarco Dario a Maniago. Arrivo presto nella città dei coltelli e trovo Dario presso un lampione acceso e si ride sin da subito. Si, Dario e io ridiamo spesso durante le nostre conversazioni, e passeremo l’intera escursione tra la delizia dei monti e l’allegria.
Giunti a Montereale aspettiamo il terzo elemento, e dopo si parte. Arriva Francesco, trasborda il suo materiale nella mia auto e via per Piancavallo. Le nubi basse ingannano, e non presagiscono un’escursione felice, ma l’esperienza ci consiglia di aspettare prima di sentenziare.
Arrivati al Pian delle more (1190 m.) ci approntiamo, subito in maglietta, fa molto caldo, e intuisco che i compagni ventura sono abituati ai climi rigidi.
Si parte (sentiero 925), il passo è veloce e costante, ma presso il tratto che piace tanto a Dario, ovvero quello attrezzato, diventiamo loquaci; sicuramente perché inizia il tratto ripido, e parlare aiuta a fare fiato. Tra noi è un continuo comunicare e camminare, tra gli argomenti trattati cito l’Etica Nicomachea di Aristotele, un trattato di architettura di Bramante e naturalmente la meccanica quantistica (o fisica quantistica o teoria dei quanti) di Max Planck. Naturalmente non è bello scrivere la verità, ovvero che abbiamo ciarlato come delle comari di basso borgo. Così tra le bellezze della ripida Val Grande, giungiamo al magico teatro, ancora dieci minuti e siamo alla Forcella Val Grande, calcolando il tempo, abbiamo impiegato meno di due ore, non male.
Proprio sotto la forcella assistiamo all’esodo di un branco di camosci dalla Cima Val Grande a quella della Val Piccola. Un attimo di poesia che ci incanta, la montagna ci ha dato il suo benvenuto. Raggiunta la forcella (1926 m.), si pensa sul da farsi, le nubi giocano sporco, coprendo tutto, sono davvero bizzarre, ma il nostro occhio esperto non si fa ingannare. Mi accorgo che malgrado la nebbia, il vertice del monte Caulana è sgombro da nubi, quindi intuiamo, che superata una certa quota si apra un universo. Allora si attacca la cima Val Piccola che è posta subito a sinistra della forcella. Non scorgo segni, si procede a tentoni, mirando al pendio, tra la roccia erosa dal tempo e le zolle d’erba. Dopo alcuni metri avvisto un ipotetico ometto, io e Dario procediamo in una direzione, Francesco, come guidato e chissà da quale dea, procede in tutt’altra direzione.
Presso una parete, troviamo un tratto facilmente abbordabile, passaggi semplici di primo grado, poggiando le mani si è subito sopra. Francesco lo troviamo su, e ci precede di alcune decine di metri. Procediamo nella roccia carsica, prestando molta attenzione, e mirando sempre alla cresta del monte. Alcuni ometti ci guidano nella giusta direzione. Il pendio è ripido ma non faticoso, le nuvole giocano a creare immagini da sogno, e noi non siamo più reali, ma sagome fantastiche che si dissipano nella nebbia, come i sogni del mattino che svaniscono al sorgere del sole.
Sono davvero emozionato, percorrere lo sconosciuto pendio mi da tanta felicità, identica a quella che degli esploratori nelle nuove terre, non so nulla di quello che ci aspetta, ma noi avanziamo. Francesco è sparito, forse vagherà lassù, io e Dario ci fermiamo presso l’ante-cima, dove le nubi ci danno una tregua, rivelandoci scorci di paesaggio sublimi, tra cui la cima del Laste, il puntino rosso del bivacco omonimo e la piramidale figura del Sestier che sbuca dalle nubi come una figura ascetica che sale alla luminosa volta celeste.
La cima dista pochi passi, l’omino che si scorge è Francesco, noi rallentiamo il passo, godendoci il preludio alla vetta. Confesso a Dario, che solitamente nelle mie avventure solitarie, quando mi trovo a pochi metri dal raggiungere la meta, mi emoziono assai, rallento il passo, mi do una sistemata, come se dovessi bussare alla porta dell’amata. Infatti, mi aggiusto la bandana legandola bene, tiro le cinghie dello zaino e inizio a percorrere la comoda e verde cresta finale. Sono quasi alla cima, mi fermo ad aspettare Dario, e insieme giungiamo alla meta (2133 m.).
La cima Val Piccola è davvero fantastica: semplice, umile e non arrogante. Nel suo piccolo è più alta del: Monte Caulana, dell’Amariana, del Chiampon, della Grauzaria, del Plauris, dei Musi e del Verzegnis, cime tanto rinomate e molto frequentate. Lei è la sconosciuta damigella del Laste, che a sua volta è il paggio della Cima Manera, ma oggi, per noi. essa è una maestà, la Regina, e noi, umili vassalli, ci inebriamo dei paesaggi che essa ci elargisce.
Depongo tra i pochi sassi un contenitore con il simbolo degli spiriti liberi, e un blocco appunti per i viandanti. Felici e soddisfatti iniziamo la discesa verso la forcella di partenza, proseguire per cresta è solo un privilegio per valenti alpinisti degni di Bonatti.
Raggiunta la forcella, si prosegue per la forcella Laste (sempre sentiero 925). Nel frattempo, ci raggiunge un escursionista dal volto stralunato e dall’attrezzatura minimalista, pare che si sia perso, ci chiede dove si trova e come procedere per la meta dove siamo diretti noi. Con allegria ascolto i commenti dei miei compagni, effettivamente come cantava Lucio Dalla, nella valle Sperlonga non si perde nemmeno un bambino.
Si prosegue all’interno della valle citata in precedenza, in uno scatto fotografico noto che Dario sormonta la vetta di un ometto, magia della valle. L’ambiente è carsico, entrambi lo conosciamo, percorso sia in estate che in ambiente invernale. Sfioriamo alcuni inghiottitoi tenebrosi, finché siamo sempre più vicini al bivacco Laste, ultimi metri ed eccoci davanti al suo cospetto: bello, inconfondibile rosso fuoco ma chiuso per il Covid.
Degli escursionisti ci osservano con l’aria divertita e stralunata, effettivamente nessuno dei tre ha l’accento locale e manco limitrofo, potremmo essere anche degli extraterrestri penso a Eugenio Finardi e canticchio:<< Extraterrestre portami via
Voglio una montagna che sia tutta mia
Extraterrestre vienimi a cercare
Voglio un colle su cui ricominciare>>
 Decidiamo di rinunciare alle altre cime limitrofe, sono appena le undici del mattino, ma Francesco ci da un’idea folle, quella di compiere un anello sovraumano, ovvero di aggirare la cima della Palantina. Accettiamo con entusiasmo, gli costerà una birra doppia a testa al rifugio. Si scende di pochi metri oltre la forcella Laste, effettuando una visita di cortesia al noto rifugio Semenza, già gremito di escursionisti. Troviamo posto solo all’interno, così consumiamo un lauto pasto accompagnato dalle citate doppie birre, come veri uomini che non devono mai chiedere.
Finito il momento ludico, abbiamo il piacere di conoscere la bella gestrice del rifugio, scoprendo che sia una fan del nostro gruppo, quindi immancabile foto di rito.
Ripreso il cammino (sentiero 923) percorriamo la traccia che lambisce le pareti orientali del Cornor, esso è tanto trafficato, veneti e non, hanno davvero il culto della montagna e di questa località; molti provengono dal magico altopiano del Cansiglio.
È un continuo salutarsi, sorridersi e darsi la precedenza, e piace la gente allegra, fischietto il noto motivetto dei Beatles “Come together, right now Over me…”.
Imbocchiamo a un bivio (quello a sinistra), il sentiero a cui siamo destinati, è sempre il 923. Una lunga fila di escursionisti, intervallata da ampi spazi tra loro, ci annuncia che una nutrita comitiva di romani sale verso il rifugio Semenza, sono davvero tanti. Ci fermiamo spesso anche a dialogare con loro, sono davvero simpatici, come scrivo spesso, la montagna unisce, e qualcuno se ne faccia una ragione.  
Raggiunto il grande masso al centro della valle “Sasso della Madonna”, noi che siamo degli eretici ci concentriamo sulle difficoltà alpinistiche del sasso stesso, piuttosto che notare una brutta statuetta della madre del Cristo posta in modo davvero improprio sul masso erratico.
Si prosegue stavolta per il sentiero 922 che circonda il ripido costone che porta al Cimon della Palantina.  Aggirato il versante entriamo nel catino erboso che ospita i ruderi della casera Palantina, il sentiero porta alla stessa, dove ai margini scorgiamo una numerosa comitiva giacente sul prato. L’immagine pittoresca mi richiama alla mente il noto dipinto “Colazione sull'erba “di Claude Monet. Presso la panca posta all’esterno del rudere, effettuiamo una sosta, si decide di proseguire per il 933 sino al rifugio Arneri.
Ora le nubi sono davvero minacciose, Cumulo-nembi si addensano e avvicinano, acceleriamo il passo, percorrendo i dorsi carsici e inerbiti che precedono il rifugio. Raggiunta la pista sciistica, noto le attrezzature della seggiovia, e commento a Dario, che in vita mia non l’ho mai presa. Mi viene un’idea e propongo al gruppo, in cambio di una birra al rifugio Arneri, che insieme si possa usufruire della seggiovia in discesa, così evitiamo quel tratto ripido e antipatico che porta a Piancavallo (percorso tante volte in passato, è una vera tortura per le ginocchia). Mi aspetto che Francesco sia contrario alla proposta, invece è così entusiasta che anzi la fa sua; quindi, tutti felici, birra al rifugio e poi brilli in seggiovia. Che ridere a pensare alla partenza dalla teleferica: all’avvio chiudo gli occhi, ma poi aprendoli inizio a scherzare e a ridere a crepapelle. Tengo stretti in pugno i bastoncini telescopici, non vorrei infilzare con una loro eventuale caduta i malcapitati che transitano in basso. Anche Francesco non ama avvertire il vuoto, mentre il noto alpinista Dario se la ride, lui, sicuramente è abituato a esperienze più adrenaliniche.
Raggiunta in basso la stazione teleferica, eseguiamo una foto di rito, consapevole che alla pubblicazione della medesima alcuni amici ci avrebbero preso in giro. Ora ci aspetta la lunga strada forestale che dal centro di Piancavallo ci porta al Piano delle More, un vero toccasana, perché, malgrado il chilometrico percorso, si mantiene in piano, un naturale esercizio di stretching per le giunture ortopediche. Raggiunta l’auto, ci approntiamo velocemente e raggiungiamo la valle, direi con un filo di tristezza, perché ci siamo divertiti. Adesso, mentre racconto e scrivo, rivivendo i momenti, sorrido e rido ancora. Siamo davvero degli spiriti liberi, ognuno a modo suo, ma degli amici veri, sinceri, leali, lo si evince chiaramente dalle foto e dalle espressioni dei nostri volti.
 Il Forestiero Nomade.
Malfa



























































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