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mercoledì 24 giugno 2020

Monte Caulana dal Piano delle More

 Monte Caulana

Note tecniche.


Avvicinamento: Maniago-Aviano-Piancavallo-Pian delle More.

Località di Partenza: Pian delle More 1190 m.
Dislivello: 900 m
 Dislivello complessivo: 1000 m.
Distanza percorsa in Km: 9,5 chilometri
Quota minima partenza: 1190 m.
Quota massima raggiunta: 2068 m.
Cima Val Grande 2007 m.
Tempi di percorrenza. Cinque ore escluse le soste.
In: coppia.
 Tipologia Escursione: escursionistica
Difficoltà: Escursionisti
Segnavia: CAI 925
Attrezzature: si.
Croce di vetta: si.
Libro di vetta: si.
Timbro di vetta: No.
Riferimenti:
1)               Cartografici: Tab 012
2)               Bibliografici:
3)               Internet:
Periodo consigliato: maggio-ottobre
Condizioni del sentiero: Ben segnato e battuto
Fonti d’acqua: No (terreno prevalentemente carsico)
Data: 21 giugno 2020

Il “Forestiero Nomade”
Malfa

 Il detto “la fortuna aiuta gli audaci “, per il sottoscritto è Bibbia. Il non operare e il non agire non può che portare al nulla. Quindi alla base di tutto c’è una scelta, e più questa è coraggiosa e più dà soddisfazione. Allora dove sta l’ardire in questa escursione? Semplicemente nell’avere scelto una località dove erano previste piogge pomeridiane. Decisione repentina dell’ultimo minuto, mentre ero in auto, consultando due mappe diverse: una localizzata in Carnia con la meta presso Paularo, e l’altra nell’altopiano di Piancavallo. Il monte Caulana non è certo una cima che richiede abilità tecniche particolari, è un’elevazione che con la sua affilata cresta si proietta nell’azzurro cielo delle dolomiti friulane. Dalla pianura si riconosce la sua inconfondibile sagoma piramidale. Durante il tragitto in auto il cielo è sgombro da nubi, ma non è di un turchese luminoso e saturo, ma sfumato e delicato come un pastello. Dalla località montana di Piancavallo scendiamo verso Barcis, seguendo le indicazioni per il Piano delle More.  Raggiunta la località di partenza, mentre ci approntiamo, due figure in verde oliva sbucano dal bosco, sono cacciatori. Loro conservano le armi nelle apposite custodie e il loro carniere appare vuoto, hanno uno sguardo mesto, come quello dei soldati in ritirata dopo una cocente sconfitta. Una volta pronti, si parte, siamo nella configurazione familiare: Giovanna, io e il fido Magritte, il Caulana sarà l’obiettivo minimo. Fa molto caldo, dopo pochi metri di sentiero ci liberiamo dalle giacche tecniche, rimanendo in maglietta, siamo alle prime ore del mattino e questo la dice lunga su cosa ci aspetta.
La rigogliosa fioritura che precede il mese dedicato a Giulio Cesare rende sublime da subito il nostro cammino. I colori che riflettono i fiori sono molti più numerosi di una tavolozza di un pittore. Siamo inebriati, a Giovanna palpita così forte il cuore che lo odo anch’io che sono mezzo sordo. Spruzzi di giallo, sempre più cospicui ci annunciano la gioia dei maggiociondoli in fiore, una regale contesa tra il giallo brillante della pianta e i raggi solari, una disputa che diviene armonia e di seguito l’apoteosi della bellezza.
Visto che ne stiamo beneficiando, perché non impazzire d’amore? La vista dei rari gigli Carniolum dall’intenso color rosso di cadmio, ci fa invocare al vento: <<Vita, siamo felici, perché parte di questo mondo!>>.
 Dopo aver percorso un prato gremito di massi erratici ci inoltriamo nel boschetto che precede la Val Grande. Il monte Caulana è ancora segreto al nostro sguardo, ma intravediamo il crinale della cima Colossere. Superata una paretina attrezzata, risaliamo il ripido pendio nell’ adombrato bosco di faggio, camminiamo con un passo lento a causa del caldo, dando precedenza ai molteplici escursionisti. Poco sotto il tratto che lambisce le pareti settentrionali della cima Val Piccola, incontriamo un escursionista in discesa, egli ha una dolce espressione e i modi gentili, intuisco che oggi incontreremo compagni di avventura dallo spirito cordiale. Superato il breve tratto in ghiaia entriamo nel catino erboso che precede la forcella Val Grande. Lo spettacolo a cui assistiamo è notevole: alla nostra destra il crinale del monte Caulana, con delle piccole sagome mobili che percorrono nelle due direzioni l’affilato e aereo sentiero. Per chi non l’avesse mai percorso il Caulana, a primo acchito sembra audace, quasi impossibile, ma è solo la soggezione che proietta l’imponente mole. Comunico alla mia signora, che le sue fatiche termineranno al vertice del gigante dormiente, come reazione non si preoccupa, anzi, forse perché estasiata dalla continua bellezza che la circonda, annuisce con un sorriso. Poco sotto la forcella citata in precedenza, ci raggiungono altri due gruppi di escursionisti, che si fermano alla forcella, noi con il nostro solito passo procediamo a destra, puntando alla forcella Caulana. Mi fa riflettere un certo tipo di movimento in montagna, molti scattano e si fermano, scattano e si fermano, ripartono e poi si rifermano, mi sembra un atteggiamento isterico, ma mi rispondo da solo: <<Ognuno va con il suo passo, e che libertà sarebbe se tutti fossimo uguali?>> Raggiunta la forcella Caulana, mi volto indietro a osservare il volto stupito e meravigliato di Giovanna. Il paesaggio si apre sulla lunghissima e articolata dorsale che porta sin al lontano ma visibile Col Nudo, il vero confine naturale tra Friuli e Veneto.
Alcuni tratti della magnifica catena li ho percorsi in precedenza, altri ancora ne devo scoprire, per fortuna ci sono sempre i sogni da realizzare. Iniziamo l’ascesa e l’attacco alla cima del Caulana, si un vero arrembaggio, come anticamente compivano i pirati ai danni dei galeoni spagnoli. Alcuni si scandalizzano del teschio che adopera il gruppo “La montagna per spiriti liberi “come logo. Non comprendo questa paura della morte essendo cosciente che sin dalla nascita ci è compagna, mi fanno più paura i morti viventi, quelli che consumano ossigeno vivendo una vita insignificante, ma anche questo come tutto il resto è opinabile. Agli stessi rispondo, che usare simboli come l’aquila o la montagna, non è originale, ma una banale imitazione di segni visti e rivisti e abusati, noi per fortuna non siamo rari, ma unici.
Tornando al Caulana, avverto Giovanna di non farsi ingannare dall’aspetto della cresta, essa è meno difficile di come appare. Infatti, man mano che percorriamo la traccia, essa, da invisibile diviene ben visibile, come per incanto. La percorriamo prima a sinistra e poi a destra del crinale, si sale sulla prima elevazione, ci si abbassa ripidamente e sino al vertiginoso intaglio e si risale la seconda elevazione finche si raggiunge la comoda e inerbita cresta finale.
Vogliamo godere dell’ultimo atto e coglierne la sublimazione, così lasciamo passare gli escursionisti visti in precedenza alla forcella, e piano piano raggiugiamo la rudimentale croce, come nel deserto infuocato si arriva all’oasi. Malgrado per me non sia la prima volta su questa vetta, l’emozione è identica a quella provata in precedenza. Mentre Giovanna si adopera a firmare il libro di vetta, e tenere buono il ringhioso Magritte (non riesce a comprendere che le cime non sono solo sue), io fraternizzo con gli escursionisti. Il corposo ometto ospita un tubo porta libro di vetta, scopriamo che all’interno delle pagine è custodito un foglio con il nostro logo, lasciato lì da altri spiriti liberi. Nel frattempo, altri escursionisti arrivano in vetta. Dopo la clausura forzata dovuta al Covid 19, la gente frequenta più assiduamente e con entusiasmo le vette, e questo mi fa piacere. le montagne, grandi o piccole che siano, appartengono all’umanità intera e non solo a pochi presuntuosi ed egoisti trogloditi.
In cima si fraternizza, il sorriso e l’espressione di beatitudine sono impressi nei volti. Do un’occhiata alle nubi, sembra che vogliano congiungersi per poi divertirsi nello scatenare fulmini e saette, ma è una mia ipotetica e bizzarra fantasia. Iniziamo la via del ritorno, e dopo la forcella ci concediamo anche l’ascesa alla piccola elevazione della Cima Val grande, mentre dall’alto osserviamo altre pattuglie di escursionisti che gravitano la valle, è un continuo via vai.
Scesi dall’ultima cima, raggiungiamo la forcella Val Grande, in mente avevo altri propositi. Non so se continuare, scruto ancora il cielo, mi fermo, sono indeciso. Avendo abbandonato il mio lato competitivo, mi contento della giornata odierna e riprendo il cammino del ritorno, mi giro indietro a osservare verso la forcella e le nubi sono svanite, sicuramente per provocarmi, come se volessero dirmi: <<Vieni Malfa, vieni su, su dai! Non vorrai rientrare proprio ora che il cielo è azzurro? Dai, sii intrepido, dai! Vieni su, le altre cime ti vogliono, ti desiderano, e tu non puoi mollare visto che dall’aspetto vuoi apparire come un guascone.>> Codeste nubi sono proprio birbantelle, simili alle sirene di Ulisse. Per l’occasione non metto i tappi di cera nelle orecchie e né mi velo lo sguardo, rispondo loro con una non celata ironia: Care nubi, siete simpatiche e *str….* straordinarie, concedetemi un’ attenzione, portate da parte mia una missiva alle signore rocciose.<< Care altezze, visto che è saputo  e risaputo che voi da lì non vi muovete neanche se voleste, ci incontreremo prossimamente e vi racconterò storie dell’altro mondo che voi donzelle di pietra…>>. Così, dopo l’ironica e immaginaria comunicazione, iniziamo la lunga discesa, percorrendo a ritroso la Val Grande. Il cielo si libera di tutte le nubi, e la volta turchina stavolta è di una gradazione intensa, anche i colori del paesaggio sono più saturi. Altri escursionisti salgono, e tutti indossano un bel sorriso. Noi procediamo rilassati anche nella discesa, scoprendo e immortalando particolari della vegetazione. Non abbiamo premura, e le condizioni meteo che volgono dal bello al magnifico ci favoriscono. Dai prati che precedono il Piano delle More udiamo un continuo vociare, interi nuclei familiari gravitano intorno alla fonte o nei ripari adombrati dalle vigorose fronde dei faggi, è un pullulare continuo di gente. Si respira un’aria nuova, e il sentimento di rinascita pervade l’umanità positiva, quella a cui il Covid 19 non ha incattivito l’animo, quelli che hanno compreso che la natura è la nostra vera ricchezza e unica àncora di salvezza. Raggiunta l’auto fraternizziamo per più di un’ora con il gruppo titolare dell’auto adiacente. Il periodo di chiusura dovuto alla pandemia, ha davvero fatto riscoprire alla gente quanto è bello scambiarsi le idee, e di sicuro essere loquaci di questi tempi non è una malattia ma una valvola di sfogo. Una volta nelle montagne regnava il silenzio, ora regna l’allegria e la voglia di socializzare. La libertà, cari amici, è anche questo, liberi di scegliere un sentiero frequentato o una valle selvaggia e inaccessibile anche ai camosci.
Il forestiero Nomade.
Malfa.



























































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