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lunedì 4 dicembre 2023

La vita coi cani, un omaggio a Magritte.

Un doveroso omaggio a Magritte, il mio migliore amico.

Malfa

 

 

"La vita coi cani è strana. Diventerai, senza nessuno che te lo insegni o ti spieghi come farlo, il capo branco di un cane che sarà pronto a qualunque cosa per te non appena saprà riconoscere il tuo odore e la tua voce.

La vita coi cani è misteriosa. Sarai spiato da un Grande Fratello peloso che non perderà nessun tuo movimento, specialmente quando capirà dove sono la cucina ed il recipiente dei biscotti.

La vita coi cani è crescere. Non puoi farci niente, non puoi fermare il tempo perché quel cucciolo che hai tenuto in braccio crescerà troppo velocemente, per diventare il grande amico che ti vorrà accompagnare ovunque andrai. I cuccioli durano troppo poco.

La vita coi cani è confronto. Avrai sempre uno sguardo con il quale misurarti, affogherai senza poterti salvare nelle profondità inimmaginabili degli occhi di un cane. Dove la gente crede che non ci sia un'anima.

La vita coi cani è sincera. Non avrai bisogno di raccontar loro una bugia o delle storie inventate perché tanto, qualunque cosa tu dica loro, i cani la sanno. Sempre.

La vita coi cani è scomoda. Ti ritroverai una sera d'inverno, con la tramontana che ti graffia il viso ed il gelo che ti arriva alle ossa, a passeggiare da solo con il tuo cane che corre e scodinzola felice, incurante del vento che gli arruffa il pelo e del caldo che avete lasciato in casa.

La vita coi cani è buffa. Parlerai con un essere che non ti potrà mai rispondere e che però ascolterà ogni tua parola, con così tanta attenzione ed interesse che non ritroverai in nessun altro uomo o donna al mondo.

La vita coi cani è ritorno a casa. Nessuno come il tuo cane sarà felice di vederti ogni volta che spunterai dalla porta dalla quale ti ha visto andar via; imparerà i tuoi orari, riconoscerà il tuo passo e sarà lì ad aspettarti, anche quando sarà vecchio e stanco, saltando di gioia come se non ti vedesse da un mese.

Anche se sei uscito per comprare il giornale.

La vita coi cani è rinuncia. Perderai a poco a poco quella porzione di divano su cui stavi tanto comodo, dove ti godevi il riposo ed il meritato relax dopo giornate faticose e noiose. E la cosa bella sarà che non ti dispiacerà affatto.

La vita coi cani è comunione. Dividerai il tuo ultimo boccone con il tuo cane, perché non potrai resistere al suo sguardo implorante che hai incrociato purtroppo per te mentre stavi cenando.

La vita coi cani è insegnamento. Sono loro che ti mostreranno, semplicemente correndo in un prato o sulla riva del mare, la bellezza di una giornata di sole e l'importanza di stupirsi -ogni volta- davanti alle cose semplici.

La vita coi cani è amore. Quello che proverai ad emulare, che proverai a restituire al tuo cane senza però riuscirci. Ma cimentarti in questa prova sarà una delle tue imprese più entusiasmanti.

La vita coi cani è un viaggio. Nessun sentiero di montagna ti sembrerà lo stesso dopo che lo avrai percorso insieme al tuo cane: ricorderai profumi, odori e colori del bosco che prima non avevi sentito o visto; proprio come succederà per il tratto di vita che farete insieme.

La vita coi cani è una parentesi. Per te è una parte della tua vita, un dolce intervallo fra mille impegni e anni da riempire di cose da fare, un breve cammino insieme ad un cane che tu ben sai, ad un certo punto, si fermerà per lasciarti andare da solo. Invece per il tuo cane, la tua vita è tutto."

La vita coni cani è...meravigliosa.”

 

La vita coi cani.

Emanuele Spud.









































 

sabato 2 dicembre 2023

Sto navigando a vista.

Sto navigando a vista.


Odo canti di sirene di cui ascolto quello sincero.

Non voglio perder tempo per fare diventare cigno un’oca, al primo temporale essa sghignazzerà addossandomi  le colpe del suo non divenire, quindi, preferisco donare il mio tempo a un cigno maturo e dal piumaggio oscuro.

Cara roccia bianca ti confesso che non ho considerazione di un’ancella che esibisce movenze e falsi sorrisi, preferisco la compagnia delle Dee che posseggono i neuroni che viaggiano come i neutrini.

Intuisco che hai ben compreso che sono un po’ matto, si, vado a ruota libera e stanotte sono andato in giro a scrutare le stelle, e anche a litigare con DIO, ma non l'ho trovato.

Il significato di tutto è che:

l'una è dentro di me

e la tiro fuori da me ,

l'altra è al di sopra di me

mi tira fuori da me.

Malfa.

 

 

Amami Carnia.

Amami Carnia.


Amami Carnia,

amami terra mirabile,

oggi bramo le tue tenerezze…


Cammino verso la luce del sole e il borgo che m’invoglia da tempo antico, stavolta la strada è lucente e il giorno da ore dona la sua energia. Tutto è sublime, e giunto nella cittadina di Villa Santina, non m’inoltro  nella lontana valle ma viro a destra, risalendo i morbidi tornanti che in pochi attimi mi portano al belvedere aggettante sulle  amate catene montuose. Mi fermo un’istante ad ammirare il paesaggio, sono stregato e non mi avvedo della foresta che giace priva di vita dopo l’immane tragedia. Vago a ruota libera, stavolta non adopero le mappe ma il cuore. Transito per piccolo centro di Lauco, ammirando le tipiche abitazioni. Camini che fumano mentre l’odore delle castagne abbrustolite inebria l’aria, sto vivendo dentro una poesia ancora non scritta.


Amami Carnia,

amami terra mirabile,

oggi bramo le tue tenerezze…


Volti scolpiti dall’esistenza incontrano il mio sguardo, bimbi felici corrono per la contrada, vado oltre e mi addentro nell’anima della montagna. Un campanile forte e possente si slancia, accarezzando il cielo per fare da gendarme alla valle, ora son giunto a Vinaio. Vorrei lasciare l’automezzo e percorrere a piedi il ponte che trascende la realtà ma ancora vado oltre. La mia meta è in vista e oggi brilla di un giallo dorato. Bianche abitazioni poste a meridione mi invitano a non distrarmi per proseguire e giungere fin dove le ruote lo permettono. Altre curve mi portano in alto, mentre cielo si libera del bianco candore mitigando la temperatura. La chiara strada si biforca, mi fermo presso una cappella votiva,   mi giro, sento delle voci; infatti, sopraggiungono uomini con un remoto vissuto e si preparano alla grande festa dei cristiani.

Mi allestisco, indosso gli scarponi e mi avvio per il sentiero che parte proprio da dietro una rustica abitazione. Pochi passi e vengo accolto dal latrare poco convinto di un cane, acqua gettante e fili di ghiaccio, l’inverno stenta a venire e l’autunno non vuol morire.


Amami Carnia,

amami terra mirabile,

oggi bramo le tue tenerezze…


Dovrei percorrere quello che rimane del vecchio sentiero guidato da macchie magenta simili a petali di rosa e  strane tinte sulle cortecce dei faggi, esse mi invitano a stancarmi per risalire il ripido versante. Intravedo tra le fronde nude di foglie i prati sommitali, un giallo oro che si sposa volentieri con l’azzurro cobalto del cielo. Incanto, i radi faggi appaiono come sculture, vanitosi di sedurre lo sguardo del viandante nel loro mostrare il ligneo e sinuoso corpo. I fili d’oro a volte si piegano mostrandomi la via, cavalco la cresta finché la muraglia di faggi mi guida alla meta. Un esile paletto con cartello annuncia che le fatiche sono finite; niente croci o edificazioni assurde, solo la semplicità del momento e del singolo sasso. Il cielo d’inverno è immaginifico e oggi non fa eccezione, i giochi del colore della limpidezza mettono in evidenza le catene montuose con le cime regine. Danzo intorno al simbolo di vetta, raccolgo dalle radici di un faggio abbattuto e alcuni ciottoli per erigere un ometto votivo. Il silenzio spinge lontano i pensieri, vorrei e non vorrei essere qui, la mente è strana, ti fa stare bene quando non lo desideri, oggi sono tormentato dall’amore per questa terra, la bellezza del paesaggio riesce appena a moderare le fiamme della mia passione. Per la calata scelgo la via più breve, tracciando un filo diretto con il borgo. Mi denudo degli abiti da viandante per vestirne altri, preparo il pranzo apparecchiando sul tavolo in legno posto poco distante. Mentre mi nutro ammiro l’operosità degli attigui carnici, stanno preparando qualcosa, la cappella eretta nel loro giardino è perfettamente curata, la loro fede è un puro ordine.

Rientro a valle contemplando i borghi, a Lauco mi soffermo davanti una trattoria, il gestore intento a spazzare, è di una gentilezza disarmante, sicuramente ritornerò, si ritornerò, la Carnia mi è patria e madre. Durante il rientro mi attendono le minacciose ciminiere del mattino, un esplicito suggerimento a fuggire lontano, sì lontano e in Carnia.


Amami Carnia,

amami terra mirabile,

anche oggi gioito delle tue tenerezze…

Malfa.

 



















 

venerdì 1 dicembre 2023

Fine di un’amicizia in Val Tramontina.

Fine di un’amicizia in Val Tramontina.
Non è detto che chi va in montagna appartenga al migliore dei mondi, spesso l’ambizione e l’apparire posso distruggere sul nascere alcune amicizie, o svelare che il sentimento era altro, e questa è una storia vera che vado a raccontare.
Durante un’escursione con Fox e Felix, proprio nella Val Tramontina, dopo aver peregrinato per false tracce a causa dello scarso senso di orientamento di Fox, ci fermammo poco prima della lunga via aerea che porta allo Zuc di Santins, le nostre valutazioni del tempo da impiegare per chiudere l’anello discordavano. Fox era ottimista, pensava di chiuderlo in poche ore, io quello un po’ scettico, prevedevo che avremmo fatto notte, anche per via del mio incedere lento ( scoprii in seguito che dovevo operarmi all’anca), Felix si mantenne neutrale, qualsiasi soluzione noi avremmo preso gli andava bene. Cercai di convincere il gruppo, che era tardi per osare, e camminare di notte non è mai prudente, malgrado eravamo tutti forniti di torce frontali. Proviamo a scendere per una via indicata dalla freccia rossa, prima non riuscivamo a trovarla la stessa, una volta trovata ci abbassammo di alcuni metri, seguendo dei vistosi bolli rossi, che portano sopra dei paurosi salti. Intuiamo che la via è alpinistica, quindi procediamo a un dietro front, ritornando sui nostri passi. Lo Zuc di Santins ormai è inevitabile, ritornare indietro è impossibile, quindi, armati di santa pazienza e buona volontà proseguimmo, preparandoci ad affrontare l’oscurità.
Questo episodio evidenziò le diverse personalità del gruppo: Fox è il più temerario e ambizioso, Felix è aperto a qualsiasi soluzione, mentre io sono quello accorto. Ripreso il cammino per la lunghissima dorsale, mi concessi a delle riflessioni, così il tempo mi passò velocemente. I compagni mi precedevano di alcune centinaia di metri, mentre udivo il loro parlare in lingua autoctona, e vista la distanza il suono mi appariva non decifrabile, questo mi permise di isolarmi dal contesto e percepire il percorso come una avventura solitaria.
La luce è sempre più fiacca, il sole sta per tramontare e i pensieri volano lontano, a quando, da bimbo, per riconquistare la libertà fuggii dal collegio dove ero stato rinchiuso, percorrendo tanti chilometri per i monti che precedono la mia città natia, quello fu il mio primo approccio con la montagna.
Ritornando alla realtà osservo che il sole emette gli ultimi stanchi raggi e la luna si prepara a regnare e illuminare le tenebre. Così arrivai alla cima dello Zuc di Santins, mi sistemai i calzettoni dentro gli scarponi, ultima breve pausa, prima della lunga discesa dal ripido pendio fino alla Forchia de Agardala.
Fox ci precedeva di poco, intento a scovare i bolli rossi prima che cali la notte. Lungo la vetta dello Zuc di Santins ci attendevano ancora dei saliscendi, un vero supplizio per le ginocchia, finché scendemmo dentro un catino, imboccando a destra un ripido canalino, dove con molta prudenza ci abbassammo, perdendo vistosamente quota. Con l’oscurità i bolli rossi non si scorgono più, ma intuiamo la logica del percorso, e grazie all’esperienza maturata da noi singoli, trovammo la giusta via, che ci portò in basso sino alla forcella, dove seguimmo una traccia che si innesta nei pressi della stalla di Zomenzons (rovine) con il sentiero 831.
Seguire il sentiero CAI non fu difficile, dei compagni ormai intravedevo solo le ombre che mi precedevano, mentre lassù, la luna puttana mi corteggiava, una Selene seducente, che nel medesimo istante faceva la civettuola con tutti i viandanti della notte, ingannandoli nell’elargire i suoi freddi raggi, mentre è palese che si prostituisse per quella manciata di parole che noi umani chiamiamo “poesia”.
La notte amplificava le sensazioni dando corpo ai sentimenti, raggiungemmo la Forchia de Agardala e adornammo il capo con le torce frontali, stavolta non fui più l’ultimo, mi misi in mezzo, così riuscivo a mantenere il gruppo compatto. Felix fa da apripista, io che sono lento in mezzo, mentre Fox (il più giovane del gruppo), chiudeva la compagnia. Come è previsto dalla più nobile regola della progressione dei gruppi in montagna, il più forte si mette ultimo per via del minor tempo di recupero di fatica che di solito impiega. È la prima volta che procedevamo in zona in notturna, e per Felix fu una prima assoluta. Procedemmo velocemente e senza intoppi, fino a raggiungere il sospirato borgo di Palcoda, dove Fox si liberò di tutta la sua adrenalina accumulata, percuotendo a più non posso la campana della chiesa. Fu quasi fatta, ci attendeva l’ultima salita fino alla forcella che precede l’ultimo tratto di sentiero che porta alla strada forestale.
Poco dopo la sella, si provvide ad allertare il buon Buck, sperando che fosse raggiungibile via telefonino, per evitarci l’ultimo tratto su asfalto (letale per le gambe); la fortuna ci assistette, verrà a prenderci e ci darà uno strappo con l’auto sino al nostro automezzo. Gli ultimi metri di sentiero fluirono serenamente, ci imbarcammo sull’auto di Buck e raggiungemmo il punto di partenza dove lasciammo l’auto. Stanchi ma euforici ci approntammo per la partenza, non prima di aver tranquillizzato i nostri cari a casa con i doverosi messaggi.
L’avventura si concluse in un caffè di Tramonti di Mezzo, con un’ottima birra, fummo soddisfatti. Dopo aver degustato la fresca bionda estratta dal luppolo si ripartì per le rispettive abitazioni. Necessitammo di una doccia calda , che ci allievasse dalle fatiche della giornata, per accompagnarci nell’ultimo e dolce viaggio del giorno, quello verso le braccia di Morfeo. Domani sarebbe stato un altro giorno, altre montagne e altri compagni di ventura.
Entro pochi mesi, fui operato all’Anca e mi fu somministrata una protesi che mi permise di affrontare ancora lunghe avventure selvatiche per monti. Ma non dimenticai più la lezione, in montagna se si parte in tre si rientra in tre, e le ambizioni vanno coltivate in solitaria senza mai mettere a rischio la sicurezza degli altri compagni di viaggio.
Malfa.