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venerdì 20 ottobre 2017

Cima Laste


 Cima Laste dalla Val Cimoliana.



Racconto.



Ci sono vette e luoghi che per bellezza catturano i nostri sogni, che sono fonte di ispirazione per avventure. La cima Laste l’ho scoperta per caso anni fa, leggendo su un noto blog le difficoltà tecniche. Allora non ero pronto, e dalla memoria piano piano è svanita. Quest’anno, tanto propizio per le escursioni nelle dolomiti friulane, ho vagato spesso nella Val Cimoliana, prediligendo l’anfiteatro naturale dominato dalle bianche placche della Cima dei Preti. Ho percorso la val dei Cantoni insieme al mitico duo “Federica Loris”, raggiugendo la Cima dei Preti con ben 2000 metri di dislivello. Con l’amico Roberto abbiamo percorro la Val dei Frassin per conquistarne la cima Sella, e sempre assieme, il successivo e bellissimo anello della Val del Drap. In solitaria, insieme al fedele Magritte raggiunsi la Cima delle Monache; ma qualcosa di incompiuto è rimasto, la bella cresta che ho ammirato da più cime, e da varie angolazioni. Ero cosciente, che ancora dovevo risalire il selvaggio versante della Val Frassin, tra i boschi di faggio e i prati lambiti dai biondi larici.  Durante l’ultima escursione sulla “Spalla del Duranno”, mentre ero preso ad ammirare l’inconfondibile mole della Cima dei Preti, noto la massiccia parete di roccia alla sua destra, aggettante sulla sottostante val Montina; sul momento ne ignoravo il nome, poi ho avuto l’illuminazione: << Ca… è la Cima Laste!>>Esclamo, fotografando a raffica il suo versante occidentale, per poi studiarlo a casa. Da quell’istante la cima entra nei miei propositi di attuazione immediata, scendendo dalla forcella Duranno, ne fantastico la conquista.

Due giorni dopo sono pronto per l’impresa. Arrivo nella Val Cimoliana che è buio pesto, viaggio con gli abbaglianti dell’auto attivi, sperando di non speronare un capriolo o altro animale selvatico. Giungo nel parcheggio in località Pian di Casa, spengo l’auto, non si vede nulla. Aprendo il portabagagli dell’automezzo mi aiuto con la piccola luce interna per fare i nodi ai lacci degli scarponi. Sono pronto, controllo che l’auto sia chiusa, azzero i dati del GPS, allungo i bastoncini da trekking e parto. Devo guadare il torrente, per pochi minuti non mi va di adoperare la torcia frontale, quindi guado a memoria, sperando di non fare uno “splash”. Tutto va come è previsto. Ritrovandomi dall’altra parte dell’argine procedo per la valle, percorrendo per la nona volta questo tratto di sentiero. La montagna, come se percepisse la mia necessità di luce, assolda la sua amica Eos. Il primo chiarore, mi mostra le fronde degli alberi e la timida luna che gioca a nascondino. L’Aurora, sapiente divinità, illumina le rocce della Cima dei Preti che per riflesso spande la sua luce sul bosco. la montagna mi ama, rendendomi sereno il tragitto. Non ho fretta, compagna nel cammino mi è la serenità. Con breve e costante passo, risalgo il bosco, supero il secco torrente, e rientro nella fitta selva dei Frassin. Conosco ogni minimo dettaglio, e lo stesso la faggeta di me. Mi complimento con la vegetazione per i bellissimi colori, che le danno un’eleganza unica. Ottobre è il mese dedicato alla vanità della natura, che appare bella come non mai.  Raggiungo Casera Laghet di Sopra, fa caldo, entro all’interno dell’edificio per apportare la firma sul libro di via. Tra i visitatori che mi hanno preceduto, uno proviene dalla piccola frazione dove abito, leggendo la destinazione, anch’egli si è diretto sulla cima Laste. Bene! Troverò sicuramente tracce di passaggio, e magari degli ometti ex novo.

Lasciato il bivacco, mi accingo a dirigermi più in alto, nella bella prateria “Pala Anziana”. Il sole è cocente, ma mi mantengo previdente, non tolgo il gilet, non vorrei prendere il colpo di freddo che alla mia età potrebbe essere letale. Per sentiero raggiungo i vasti prati della Pala Anziana, dentro la mente mi frulla un’idea, aspetto di avvicinarmi alle pendici del colle nominato “2249 m”, per prendere la decisione definitiva. Eccolo, mi fermo al limite del sentiero, dal basso ammiro le pareti orientali del Laste, in lontananza sono attratto dal quel ghiaione che sicuramente porta al canalone. Decido di uscire dal sentiero (quota 2130 m.), e improvvisando una direzione proseguo per le pendici occidentali della quota 2249 m. Mi fermo all’incirca dopo un centinaio di metri di dislivello, procedendo alle operazioni per l’assalto finale alla cima. Lascio accanto a un masso ben identificabile lo zaino, portandomi al seguito solo la mini sacca, con lo stretto indispensabile, più un souvenir da esibire per un caro amico. Alleggeritomi dal peso, volo, cammino lesto tra zolle e roccette, taglio in diagonale la lingua di ghiaia, dove costruisco un ometto, un altro ne trovo su, e altri ne costruisco in seguito. Mi dirigo alla base del canalone (a sinistra della cima Laste), lo risalgo mantenendomi a destra, confortato dalla presenza di uno sparuto ometto. A metà canalone mi porto al centro di esso, salendo per zolle erbose, fino a dirigermi verso la luce che filtra dalla forcella. Sono emozionato, pochi metri prima della forcella mi fermo, quasi intimorito, so che mi attende uno spettacolo impressionante. Percorro gli ultimi metri a rallenti, costeggiando le pareti (a sinistra il Tridente, a destra il Laste), alcuni massi e un ometto precedono la forcella (2455 m.), Improvvisamente sono investito dalla luminosità, guardo oltre la forcella, rimanendo sbigottito. Il mondo ora è verticale e labile, la controluce dipinge di scuro le grandezze della Cima dei Preti e del Duranno. Trattengo l’emozione, guardando a destra per vedere la direzione da seguire.  Da questo istante e fino al rientro alla forcella, la testa deve essere collegata alle gambe, non sono concesse titubanze o errori, tutto potrebbe essermi fatale. Procedo, individuando una cengia esposta a occidente. La roccia è friabile, come commentavamo con Loris (scherzando) definendo il mondo sbriciolabile delle dolomiti, un marcio che va dalla semplice cengia, al passaggio di primo marcio, o secondo marcio e più. Benché sia da solo, non ho paura, forse è la luce che mi dà coraggio. La roccia è asciutta, proseguo per l’esile ed esposta cengia fino a raggiungere una selletta, poi una seconda e una terza, tutte sorvegliate da piccoli ometti, che fanno da indicatori. Sosto per brevi istanti nei punti dove ho più equilibrio, per ammirare la Val Montina.  Riprendo l’ascensione, procedendo con piccoli passi e lo sguardo alla ricerca di altri ometti o segni(sbiaditi). Dopo aver percorso la cengetta, imbocco a destra un canalino, lo percorro sul margine destro, aiutandomi con i numerosi appigli, qualcuno di grosse dimensione mi rimane in mano. Raggiunta una spalla, proseguo a sinistra, per un canalino e un’altra cengetta, che mi inganna. Vado oltre di un paio di metri, non trovo tracce e ne ometti, sono quasi preso dallo sgomento, mi giro e guardo indietro; sospiro di sollievo! Noto, che la piccola cengia percorsa in precedenza svolta destra. La percorro fino a individuare una freccia rossa dipinta alla base della paretina, breve salto che mi porta tramite balze e detriti fino alla cresta. Mi fermo, alla mia sinistra una crestina con un ometto, alla mia destra una serie di ometti che diligentemente mi indirizzano alla quota chiaramente più alta della precedente. Per affilata crestina proseguo, fino a raggiungere la cima del Monte Laste (2555 m). Un corposo ometto e la cresta sgretolata ne sono l’immagine. Esalo un sospiro di sollievo, so bene che ancora mi aspetta la discesa, trattengo l’adrenalina e mi godo, il panorama.

Stupenda visione a 360° delle cime: dei Preti, Duranno, dolomiti del Cadore, dolomiti friulane e le Prealpi del pordenonese. È un’atmosfera irreale: la bella giornata priva di nuvole, il cielo terso che va dal blu cobalto per toccare sfumature di lapislazzuli (sorrido), rende il tutto, magico, unico e irripetibile. Non so se sono felice o commosso, ho le emozioni bloccate, devo riportare la pellaccia a casa, e quindi rimango concentrato. Effettuo una foto da dedicare a un amico, ci accomuna la fede per la montagna, ma qualcosa di dissacrante ci divide, e io malgrado la serietà che il momento esige, mi concedo un momento di goliardia. Ripresa la discesa, sono sbalordito per il breve tempo che ho impiegato per raggiungere la vetta, procedo per il rientro. Non è per niente facile, perché, benché munito di ottima memoria i segni sono confondibili; è facile calarsi in un canalone differente da quello previsto. Con pazienza, ripercorro i miei passi, fino a raggiungere la cengetta che mi porta alla forcella. Raggiunta quest’ultima, emetto un urlo portentoso, tale da udirsi sia in Friuli che in Cadore, liberando nel medesimo istante l’adrenalina fin qui accumulata.  L’urlo acutissimo è stato liberatorio, ora sono allegro, canto, oserei dire che schiamazzo, improvvisando canzoni di John Lennon in un russo improvvisato. Allegramente e con l’autostima al culmine, scendo velocemente dal canalone, come se fossi “Giulio Cesare che rientra dalle Guerre Galliche”. Recuperato lo zaino presso quota 2249, senza levare nemmeno la sacca mi porto al vertice del piccolo colle. Qui sistemo i materiali, mi ricompongo, approntando prima lo zaino per il rientro, e poi dedicandomi al pranzo. Tutto appare irreale, sono pago; il guerriero che ha sconfitto il nemico può finalmente riposare le membra. Così tanto gustoso mi sembra il pasto, lo consumo dall’alto del colle, da dove ammiro i monti circostanti. Effettuo una lunga pausa, i miei guanti da combattimento, calzati sui manici dei bastoncini telescopici sembrano indicarmi il segno di vittoria. È stata una grande conquista, combattuta nella silenziosa e selvaggia valle delle dolomiti d’Oltrepiave. Malgrado il sole sia ancora alto, e inganni con la vitalità della luce, mi appresto a scendere, rientrando a valle per il sentiero dell’andata. Sono ben sicuro, che per un lasso di tempo sarò latitante da questa valle, finché i ricordi della bellezza del luogo avranno del tutto sostituito quelli della fatica. Con i buoni propositi e il morale alle stelle, raggiungo l’auto, e di seguito, con il mezzo la valle, per raccontare i vividi ricordi.

Il Forestiero Nomade.

Malfa.


Note tecniche.

Localizzazione: Dolomiti D’Oltre Piave-Gruppo Duranno-Cima dei Preti.

Avvicinamento: Montereale Valcellina-Barcis. Cellino-Cimolais-Ponte del Compol-Val Cimoliana- Pian della Fontana.

Dislivello: 1630 m.

 Dislivello complessivo: 1650m.

Distanza percorsa in Km: 16 km.

Quota minima partenza: 920 m.

Quota massima raggiunta: 2550 m.

Tempi di percorrenza. 6,5 ore escluse le soste

In: Solitaria

 Tipologia Escursione: Selvaggio estremo.

Difficoltà: https://www.vienormali.it/images/layout/dif-EE.gif E.E.

Segnavia: CAI 389-390

Attrezzature: Nessuna.

Croce di vetta: No.

Libro di vetta: No.

Timbro di vetta: No.

Riferimenti:


Bibliografici: Antonio e Camillo Berti, Dolomiti                                                    Orientali, volume II.

Paolo Beltrame, 101% Vera Montagna.

Stefano Bussa- Andrea Rizzato: Dolomiti D’Oltrepiave.

Internet: VIENORMALI https://www.vienormali.it



Cartografia consigliata: Tab 021

Periodo consigliato: giugno-ottobre.

Condizioni del sentiero: Ben segnato e marcato.

Fonti d’acqua: Molteplici, a qualsiasi quota.

Data: 16 settembre 2017



Il “Forestiero Nomade”

Malfa





























































































2 commenti:

  1. Volevo solo evidenziare che la forcelletta iniziale non è quella adiacente al Tridente, ma quella superiore. Da cui ne consegue che il tracciato in foto 5 è errato, sviluppandosi in realtà più in alto (peraltro la traversata non si spinge nemmeno così a sinistra).
    Ma l'importante è divertirsi 😉

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