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mercoledì 7 febbraio 2024

Cima delle Monache:

 

 

Solo racconto:

 

La bella Cima delle Monache segue la sequenza dei monti selvaggi che ultimamente ho scelto come mete per i viaggi spirituali. L’elenco delle cime da conoscere insieme alle valli che le circondano è lunghissimo. Le Dolomiti d’Oltrepiave offrono valide opportunità a coloro che amano stare in solitudine, almeno per alcune ore della loro vita. La solitudine stimola anche a rendere il carattere più rude, diretto, autentico. Questa è la motivazione del mio errare, immergermi nella vera natura, nella montagna più autentica e poco frequentata. Questa mattina nel percorrere in auto i primi metri della Val Cimoliana, ho provato nostalgia. Sentivo le voci dei miei compagni dell’ultima avventura “gli spiriti liberi”, ho in mente i loro volti sorridenti, l’entusiasmo, come se quell’escursione fosse stato il primo giorno di scuola, e ci si ritrova con i compagni dopo un’estate passata lontani. I ricordi sono freschi, guido, e la mente è spesso distratta dalle voci e dalle risate, alcune frasi mi sono rimaste impresse, è stato bello, divino, forse irripetibile. Giungo al Pian de Fontana, che sono in anticipo sui tempi, ne approfitto per prepararmi con calma. L’aria è frizzante, odo il vicino scorrere del torrente, sono pronto, e con lo zaino pieno di sogni e Magritte al seguito, inizio questa nuova avventura. Guado il torrente, prima per instabile passerella, e poi tra i sassi, primo bagnetto per Magritte. Oltre, sulla sponda alla destra orografica del fiume inizia la breve strada forestale, che svanisce nel fitto bosco di faggi. Altri ricordi avvolgono la mente, ho percorso questo tratto con “Federica e Loris”, splendide creature, forse figlio di un Dio, sicuramente lo sono, in loro presenza tutto è magico, e i sogni più assurdi diventano realtà. Al bivio per la valle dei Cantoni, i ricordi mi lasciano, essi proseguono a destra in direzione della Cima dei Preti, il mio nuovo sogno prosegue a sinistra, guadando il secco rio segnato da ometti. Da questo punto in poi tutto mi sarà nuovo; mi preparo, tolgo il gilet tecnico che mi scalda, sistemo la bandana, e con il fido andiamo alla ricerca del nostro silenzio perduto, risalendo la Val dei Frassin. Guado subito il torrentello dove le acque scorrono copiose, lo memorizzo come sorgente dove poter riempire le borracce al ritorno. Il sentiero con stretti tornanti risale il bellissimo bosco, magico, un vecchio faggio dall’enorme mole domina sui compagni, gli passo vicino, lo ossequio, chissà quanti viandanti ha visto nella sua lunga vita. Il fitto faggeto lascia il posto ai prati sommitali, una vecchia casera, quasi rudere mi attende, dentro tracce di umani, graffiti sulla porta, la luce filtra, adombrando gli oggetti come il pennello di Rembrandt. Dalla valle avevo intravisto le cuspidi rocciose, ma dal basso ne ignoro i nomi, ora, orientandomi con la mappa li nomino, dalla destra a sinistra: la Cima del Frassin, la Cima delle Monache, e la Cima Sella. Percorro i verdi pascoli a occidente canticchiando un motivetto del grande poeta De Andrade. Supero un torrente in secca, dei paletti mi invitano a salire sul bel ripido pendio verde. Radi mughi mi fanno compagnia, il mio sguardo è fisso sulle dolomitiche e verticali pareti delle cime citate in precedenza. Ecco! Vedo un grande ghiaione che scende dalle rocce, quasi in verticale, fino ad incontrare il torrente. Osservo il suo vertice, si incunea dentro le pareti delle Monache e del Frassin, con l’obiettivo della macchina fotografica identifico una delicata linea orizzontale, è il sentiero che porta a esso. Ho chiaro tutto quello che devo fare e la cima non è più lontana. Raggiunta la bella casera di Laghét di Sopra, effettuo la prima sosta, niente male, ho percorso quasi mille metri di dislivello. Lascio lo zaino fuori dall’edificio, Magritte si appisola mentre ispeziono il locale. Nel piccolo bivacco c’è di tutto, stufetta a legna, tavolo con panche, letti (in numero di otto)e anche una riserva di viveri. Firmo il libro dei visitatori e mi porto all’esterno, chiudendo accuratamente le imposte. Poco dopo sopraggiungono due simpatici escursionisti, padre e figlio. Mi riconoscono, ci presentiamo, mi parlano con piacere della gita del gruppo “Spiriti Liberi”, e degli amici che erano tra i partecipanti. Son contento delle loro parole. Parliamo del più e del meno, li invito se vogliono venire in cima con me, desistono, per loro, la casera è già un traguardo. Dopo aver curato l’occhietto del mio fedele compagno, proseguo per la mia meta. Mi congedo con un abbraccio dai nuovi amici, ci saluteremo anche dopo, a distanza, mentre percorro l’esile cengia per ghiaie e loro intraprendono la via del ritorno. Dalla casera raggiungo il punto confluenza di alcuni sentieri, seguo quello che mi porta al bivacco Gervasutti, numerato 389. Dapprima per zolle erbose tra i mughi, fino a raggiungere la base delle verticali e impressionanti pareti delle rocciose cime. Non nascondo che spesso butto l’occhio sulla lontana ma ben visibile Cima dei Preti, ci adoriamo, è stato un amore vissuto con intensità. Il sentiero, tra insidiose ghiaie prosegue a oriente, alcuni tratti sono franati e vanno superati con perizia. Finalmente raggiungo il vertice del ghiaione, lo attraverso orizzontalmente, fino a raggiungere il suo estremo a oriente, lambito dalle precipiti pareti del Frassin. Lo risalgo usando l’intuito, cercando tra le ghiaie i punti più percorribili. Trovo un ometto, e un altro sopra, sono nella direzione giusta. Sotto le pareti, presso un masso, lascio lo zaino, vorrei lasciare anche Magritte, ma penso che l’eroico amico meriti anch’esso la gloria della vetta. Mettendo a rischio i miei movimenti, si parte in due, stavolta più leggeri, percorrendo il ghiaione. Il canalone sembra strozzarsi sotto le verticali pareti, ma si apre a sinistra, una bellissima torre fa da faro, passo sotto la sua ombra e sempre a sinistra raggiungo uno spuntone. Sempre tra ripide ghiaie lo supero, scoprirò dopo che lo si poteva aggirare, bypassandolo per uno stretto canalino. Raggiunto il punto superiore, sempre per ghiaie, ma meno instabili, proseguo la faticosa salita, le pareti a destra sono verticali, lasciandomi intuire che devo spingermi a sinistra, dove una luce si apre sul ripido canalone. È meraviglioso procedere senza segni e ometti, qui viene fuori per abilità il vero “spirito libero”. Mi spingo a sinistra e sempre per ripide ghiaie, percorro il lato destro del canalino, tra rocce e fili d’erba che mi portano dentro lo stretto e incassato canalone. Per roccette raggiungo l’esile crestina, la ghiaia ora è farinosa, ne percorro a sud il dorso fino a raggiungere la lunga cresta della Cima. Dopo pochi passaggi per zolle erbose raggiungo l’ante-cima, vorrei fermarmi, ma a occidente vedo un cocuzzolo, è la cima principale. Proseguo lungo la bellissima cresta come un equilibrista, essa divide la valle dei Frassin dalla Val Santa Maria: la prima esposta sulle verticali pareti e la seconda sui ripidissimi prati verdi. La cresta è un’autentica linea di demarcazione tra due valli, due mondi, due colori e io viandante, funambolo, proseguo verso la meta di oggi. Scendo di alcuni metri aiutato da un mugheto, per poi risalirlo, ed ecco raggiunta la vetta: tre sassi nascosti da erba e da timide stelle alpine. Pianto il bastoncino da trekking, come un conquistatore pianta la bandiera sopra la terra appena conquistata. Oltre i sassi, il vuoto su entrambi i versanti. Assicuro il mio compagno, e tento l’impresa più difficile, ovvero un autoscatto. Adopero la mini -sacca come cavalletto, il tutto mi riesce, ma quante peripezie! Fatta la foto ricordo per i nipotini, mi godo il tutto, seduto sulla vertiginosa cima, e ammiro il paradiso in terra. Mi giro sull’altro versante, altro paradiso: dalla Cima dei preti ai Monfalconi è lungo l’elenco delle cime da nominare. Conviene godersi il paesaggio, il tempo scorre inesorabile, per fortuna la giornata è meravigliosa; nessuna nube all’orizzonte, solo piccole chiazze di bianco, donate dalla natura per rendere più pittoresche le foto. La cima Sella esercita un richiamo irresistibile, ma non come le Sirene di Ulisse, che con il loro canto attiravano l’eroe omerico verso gli scogli, dove infrangersi e perire. I monti sì che attraggono, ma come le ninfe che stregarono l’eroe omerico, cito Calipso, che abitava l’isola di Ogigia, ove approdavano uomini bellissimi ed eroici di cui non faceva che innamorarsi, ma che poi dovevano partire. E questa magica seduzione l’esercita la montagna, con i suoi innumerevoli aspetti. Tre sassi, bianchi, apparentemente insignificanti è la meta di questa lunga e faticosa escursione, questo volevo. Nessuna croce, ne simbolo inconfondibile, ma solo tre sassi adagiati tra le sparute stelle alpine, in bilico su quest’immaginaria fune. Non sono felice, ma di più, di più! Per un attimo mi sento un dio, e sono preso da sentimenti di onnipotenza. Sopra di me solo il cielo azzurro, e sotto, il mondo intero, ma solo per un attimo, quell’istante che è il fine di ogni amante della montagna, di ogni spirito libero. L’istante, in cui ci liberiamo della ragione, per seguire l’eterno viaggio verso il non conosciuto, verso l’eterno divenire. Ripresa la ragione, affronto il ritorno per lo stesso viaggio dell’andata, facendomi guidare dalle mie due inseparabili amiche ”Prudenza e Calma”, che solo poche volte non ascoltai. Con esse raggiungo, l’auto, e con un baciamano le congedo. Un ultimo sguardo alla valle, e rientro tra gli umani, con la mente piena di ricordi e una storia da raccontare.

Malfa.




























 

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