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sabato 6 gennaio 2024

Colle degli Spiriti Liberi e Col Monaco

Colle degli Spiriti Liberi e Col Monaco

 

Solo racconto:

 

Avventura introspettiva presso i verdi colli della comunità montana di Castelnovo. Località che amo e che sin dal 2003 è stata il mio ABC della montagna e della libertà intesa come muoversi nella natura. Il lungo protrarsi del periodo di clausura a causa del Covid 19 stimola brevi viaggi a pochi metri da casa, quindi, dopo aver visitato la vetta del selvaggio monte Santo con partenza da Lestans, ho deciso di continuare a peregrinare nella medesima località per scoprire cosa si cela oltre lo stesso monte. Stavolta come luogo di partenza ho scelto il Comune di Paludea, lasciando il l’automezzo presso l’adibito parcheggio di una pizzeria- trattoria non più in attività (Locanda al Borgo). Decido di compiere un anello in senso antiorario, risalendo sino alle frazioni di Faviz e Rez tramite una stradina di servizio, per poi imboccare una remota carrareccia che taglia le pendici meridionali del monte Santo. Bello quest’ultimo tratto, percorso ora solo dagli amanti della montagna e della mountain bike. Scopro tra le fronde della selvaggia vegetazione i remoti ruderi abbandonati dal tempo, a tale visione mi si apre il cuore. Adesso non sono più il fuggitivo viandante, ma un uomo perduto nel tempo. Percorro questa carrareccia, ammirando tutte le singole foglie, da quelle rosse come l’amore alle altre imbrunite e prossime alla caduta, lasciandomi rapire dai disegni surreali dei fiori oltre tempo, e altro ancora, tipo l’osservare i singoli alberi per cercare di indovinarne la specie. Querce, acacie, faggi, noci e castagni fanno a gara a confondermi le idee, scruto le foglie per terra e le cortecce per avere più indizi, è un universo di sapere e poesia che bisogna conoscere e saper leggere. La strada di campagna si stringe sino a divenire sentiero, un bel viottolo che birbante passa tra le braccia scarne dei vetusti alberi. Giunto presso una forcella senza nome scorgo tracce di passaggio alla mia destra, uno sguardo alla mappa, e miro al vertice della quota 451 m. chissà cosa scoprirò? Poco sotto il crinale, un fitto raggruppamento di scarni noccioli mi devia la direzione, lo aggiro a destra, ed eccomi sul filo di cresta. Un crinale di roccia, coperto e velato da una impervia vegetazione che ne oscura la visione sulle sorelle prossime. Percorro la cresta, sono in prossimità della massima quota, eccola 30 metri più avanti, aggiro della vegetazione che mi ostacola, e mi avvicino al masso da dove dei giovani arbusti ne coprono il vertice. La pietra sarà alta un paio di metri, un balzo e sono al vertice. Scopro con piacere sulla roccia che è stato cementato il tondino IGM in metallo con un triangolino e la scritta “Chi danneggia è punito”, mi pare giusta la minaccia. Idea! Battezzo il colle. Che nome gli do? Indovinate, facile, “Colle degli Spiriti Liberi”. Libero il masso dalla vegetazione superflua, e installo in una cavità insita nello stesso masso un contenitore con il simbolo del gruppo, una penna e dei fogli per apportare il segno del passaggio. Felice e contento della meta raggiunta, ossia  i 451 metri di quota della libertà, riprendo il cammino. Raggiunta la forcella, mi rendo conto che ho smarrito la mappa che avevo al seguito, mi sarà caduta dalla tasca della giacca, ma ho un’ottima memoria, quindi proseguo a sinistra, prima per il sentiero, passando proprio sotto un gigantesco castagno, davvero mirabile la sua imponente figura, un magnifico re del bosco. Ancora pochi metri di sentiero e raggiungo una carrareccia. Quest’ultima risale il versante settentrionale del monte Santo e si inoltra sino a Celante di Castelnovo. lascio il comodo cammino proprio sotto il colle quota 431 m. seguendo una traccia a destra che lo aggira sino a raggiungere la località citata in precedenza. Il sentiero è davvero magnifico, antico e vissuto, resti di scalinate, muri a secco e un vecchio stavolo, altri momenti di poesia da aggiungere a già quelli vissuti. Non sono insensibile ai richiami, il bosco parla, chiama, tocca e racconta. Raggiunta la periferia di Celante di Castelnovo, saluto un indigeno che va a zonzo con due bottiglie di vino vuote, sicuramente liberate del prezioso nettare dallo stesso omino, per dimenticare o festeggiare, chissà che cosa. Seguo la strada asfaltata a occidente sino a una cappella, non nascondo che la frazione mi rapisce, le abitazioni erette con i sassi sono miste a quelle di cemento, è come leggere un passato mai passato da un presente mai presente. Presso una cappella votiva bianca e luminosa, scorgo l’inizio del sentiero che mi porta al colle che è frequentato sin dai tempi remoti  dalle antiche civiltà friulane e in seguito da un solitario monaco. Col del Monaco non è la prima volta che mi vede ospite, ricordo che al vertice mi aspetta una chiesetta e i resti di una fortificazione preromana tra il settimo e il nono secolo a.C. Davvero notevole e incantevole questa avventura che sto vivendo. Continuo! Seguo il ben curato sentiero, una stradina campale, e pochi metri prima di uno stavolo, viro per la traccia a destra, che sale in cresta, e si congiunge alla chiesetta con campanile. Essa è stata prima abitata dall’eremita monaco nelle sue primitive strutture (ruderi del fortilizio), e successivamente, nel Seicento, edificata e resa disponibile al culto. Sono immagini affascinanti quelle che memorizzo, e la giornata cinerea le rende ancora più magiche, sembrano sogni avvolti dal mistero. Sfioro i resti della millenaria torre di avvistamento e un pensiero lo dedico alle sentinelle di guardia, sicuramente celti, ne avverto la fatata presenza. Rientro per la stradella, sfioro uno stavolo, ne apro con rispetto la remota porta, scruto al suo interno, era un ricovero per animali, ma quanta perizia noto nell’edificazione. Osservo tra i ciottoli delle pareti i cocci di cotto, segni dell’opera dell’uomo che il tempo può solo rivelare con orgoglio. Poco più avanti è sito un pozzo, l’apertura sembra una cappella votiva coperta da un’insolita volta, forse per coprire l’acqua dalle impurità involontarie delle intemperie. Ripercorro il sentiero dell’andata, stavolta in discesa, l’avventura volge al termine. Per la strada asfaltata proseguo sino a raggiungere quella principale che dal paesello di Clauzetto porta alla frazione di Paludea. Percorro l’arteria in prossimità della sponda sinistra del torrente Cosa, ricco di copiose acque che le recenti piogge hanno contribuito ad alimentare. Pochi metri ancora di cammino ed eccomi al capoluogo, Paludea, fine dell’avventura. È stato un bel vagare, magico e a volte onirico. Un altro gioiello da incastonare nella corona della vita di uno spirito libero.

Malfa.

                                               



















































 

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