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mercoledì 5 aprile 2023

Cuel di Livosa, Monte Stivane e Monte Sflincis da Ponte (Moggio Udinese).

Cuel di Livosa, Monte Stivane e Monte Sflincis da Ponte (Moggio Udinese).

 

Localizzazione: Prealpi Giulie

 

Avvicinamento: Lestans-Pinzano-Gemona-Pontebbana- Ponte presso Moggio Udinese quota 294  m. Lasciare l’auto presso uno degli spiazzi adibite a soste per gli automezzi.

 

Regione: Friuli-Venezia Giulia

 

Provincia di: Udine

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Dislivello: 800 m.

 

Dislivello complessivo: 800 m


Distanza percorsa in Km: 17


Quota minima partenza: m. 294 m.

 

Quota massima raggiunta: 792 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 5 ore

In: solitaria

 

Tipologia Escursione: naturale-storico-escursionistica

 

Difficoltà: escursionistiche esperti per via di numerosi fuori traccia.

 

Tipologia sentiero o cammino: Sentiero nel bosco- carrareccia asfaltata-

 

 

Ferrata-

 

Segnavia: CAI 743

 

Fonti d’acqua: lungo la carrareccia

 

Impegno fisico: medio

Preparazione tecnica: bassa

Attrezzature: no

 

Croce di vetta: no, solo tondini dell’IGM ( monte Somp Pave e monte Consavont.

Ometto di vetta: sì, ma solo sulle due cime del monte Sflincis

Libro di vetta: solo sul monte Sflincis

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

Consigliati:

 

Periodo consigliato:  tutto l’anno

 

Da evitare da farsi in:

 

Dedicata a: chi ama scoprire nuove località

 

Condizioni del sentiero: semplici tracce

 

N° 673-674-675.



Cartografici: IGM Friuli – Tabacco 020
2) Bibliografici:
3) Internet: 

Data dell’escursione: martedì 31 gennaio 2023

 

Data di pubblicazione della relazione:


Malfa

Non c’è uno senza due, quindi, dopo cinque giorni, rieccomi all’imbocco della vallone scavato dal Fella, per completare la serie di monti che da Tugliezzo conduce sino a Resiutta. La cresta è percorribile anche in giornata se si va con due auto, ma essendo in questa determinata avventura in solitaria, ho preferito dividere in due tempi l’opera.  Ancora con  i ricordi vividi della precedente escursione mi spingo più avanti come punto di partenza, esattamente nella località Ponte, e non avrei mai immaginavo che vi  fosse in loco un punto di ascesa ai monti della sinistra orografica del Torrente Fella. Dopo essermi beccato un posto di blocco ad opera dei simpatici carabinieri, procedo lungo la strada Pontebbana, proprio pochi metri dopo, a destra dell’autovia, trovo uno spiazzo dove l’asciare l’automezzo. Erroneamente mi lascio ingannare da una galleria, chiusa al traffico, che percorro per intero in direzione sud, per poi scoprire che non era quello l’esatto punto di partenza, ma bensì, un cartello CAI numerato 703/A che introduce una labile traccia che poco dopo conduce a una comoda carreggiabile. Il tempo perso nell’errore di valutazione me lo abbuono come riscaldamento, e di seguito percorro il sentiero che tramite una ripida rotabile mi porta in quota. Dopo pochi metri di cammino salgo  tanto con l’altimetro, così tanto da osservare dall’alto la cittadina di Moggio Udinese ovattata dal fumo della nota cartiera. Percorro una tediosa carreggiabile che dopo una serie di tornanti mi conduce in un piano, al cospetto di una casera chiusa (Casera Ravorade), dove le laboriose api che scorgo da una finestra sono ancora  in letargo. Percorro il sentiero per una decina di metri ancora, finché, nella selva oscura, scorgo una traccia segnata   che mi consiglia di seguirla. Di buon grado colgo il consiglio, iniziando un’ascesa all’interno della pineta, finché il sentiero non costeggia il versante orientale del Cuel di Livosa, mostrandomi parte del tratto che percorrerò di seguito, ovvero,  il versante settentrionale e dirupato del Monte Pacol.

La traccia è ben battuta, e in pochi minuti mi conduce quasi in vetta al Cuel De Linosa. In prossimità  della cima lascio provvisoriamente la via, andando alla ricerca  della massima elevazione del colle ( q. 772 m.), che trovo dopo un susseguirsi di dossi, essa è materializzata da un pino silvestre.  Ripreso il cammino a ritroso, ho avuto l’impressione che tra i dossi vi fossero le tracce di remoti trinceramenti, tutta questa mia sensazione è dovuta alle non naturali forme di alcune fosse, come se fossero stati dei ripari. Raggiunto il sentiero iniziale approdo nella piana adiacente, ancora innevata, e mi dirigo ai ruderi degli Stavoli di Verzag, percorrendo parte del sentiero 743, già  battuto nella precedente escursione. Gli stavoli serbano ancora un vissuto, persiste parte del mobilio e delle stoviglie, la mia impressione è che l’abitato sia stato abbandonato in fretta e furia nel noto terremoto del 1976. Fa impressione  scorgere i materassi che vengono giù dal piano superiore, e il pensiero, come in uno spaccato temporale mi riporta al  fatidico maggio dell’evento sismico. Dopo la breve visita, proseguo a oriente, percorrendo il sentiero 743, fino a transitare lungo il tratto eroso, che da lontano pareva impraticabile. Solo la parte finale è franata, e grazie all’ausilio del lavoro delle anime buone della manutenzione sentieri,  riesco a continuare l’escursione; sul tratto franato  si  è proceduto a creare una traccia che scendendo di alcuni metri, e di seguito risalendo, supera il tratto franato. Rientrato sul vecchio percorso continuo il cammino, lasciandomi sedurre dalle affascinanti e innevate elevazioni che a nord proteggono la cittadina di Moggio, tra cui spicca per l’aspetto imperioso il Monte Pisimoni. Continuando con il passo lentissimo, mi inebrio di natura,  e di seguito raggiungo un’abitazione che sulla carta topografica è nominata Stavoli Stivane. L’edificio è privato, e sul retro attrae la mia attenzione un piccolo camion, sicuramente in disuso,  serbato sotto una tettoia.   Trattasi dell’'OM Tigrotto, un autocarro medio-leggero che fu prodotto dalla Officine Meccaniche (OM) dal 1957 al 1972. La sua visione mi riporta indietro nel tempo, alla mia infanzia, e visto che abitavo in un quartiere periferico di Palermo, sovente ammiravo codesti  simpatici automezzi transitare nella via adiacente la mia abitazione, e ogni qualvolta fantasticavo,  immaginando di guidarne uno anch’io. Oggi, che ho quasi 12 lustri di età, dimentico per un attimo la mia era geologica, giocando con gli occhi a scrutare all’interno del mezzo, riscoprendo una tecnologia superata e rivivendo per brevi istanti un’atmosfera e un’epoca ormai rapita dall’oblio. Lasciato a malincuore il Tigrotto al suo divenire, proseguo il mio cammino, risalendo a nord e in libera, proprio alle mie spalle, il monte Stivane. Quando sono quasi in cresta scorgo il chiaro solco di una remota trincea che percorre in tutta la sua lunghezza il crinale. Con un movimento da est a ovest, raggiungo il vertice del monte ( q. 792 m.), anche questa vetta non fruisce di segni artificiali che manifestano la massima quota, ma un altro pino silvestre che adopero come fondale per la foto ricordo. Ripreso il cammino, percorro la cresta a ritroso, sino a scendere di quota e incrociare la mulattiera che percorrevo in precedenza (il sentiero 743) e con una repentina perdita di quota raggiungo le pendici occidentali del Monte Sfincis, la carta mi illustra di avere due cime, e la più alta non è la goniometrica. Lasciando il sentiero ufficiale, miro al ripido pendio, e destreggiandomi tra la vegetazione selvatica raggiungo la quota più alta ( q. 712 m.), stavolta materializzata da un corposo ometto di sassi dalla forma circolare e dai resti di qualcosa in legno tinto di rosso, sicuramente quelle che rimane di una croce in legno.  Per non essere da meno dei precedenti escursionisti, amplio l’opera aggiungendo altri sassi all’ometto, e di seguito mi sposto sulla quota goniometrica del monte materializzata da un piedistallo in ciottoli edificato come se fosse  un cippo commemorativo eretta in onore di un eroe, e fosse celebrativo lo fu. Non trovo segni goniometrici sulla sommità del pilastro, effettuo le foto ricordo, e riprendo il cammino. Le elevazioni che avevo in programma sono finite, quindi, per completare l’anello, continuo l’escursione a oriente. Dalla vetta, seguitando per il sentiero 743, scendo rapidamente di quota, raggiungendo la bucolica e affascinante località fantasma di Cros, dove pare che il tempo si sia fermato. Transito come un fantasma tra gli stavoli, carpendo con lo sguardo più particolari, dall’architettura degli edifici agli oggetti di uso comune appesi all’esterno, un indagare che rende ricco il mio sapere sulla vita montana di un tempo. Superato il borgo e dopo aver lambito un’ancona, continuo per il sentiero segnato che perde quota rapidamente, specie l’ultimo tratto che si aggetta quasi a piombo sull’affluente del Fella proveniente dalla Val Resia. Superato un moderno ponte sospeso sullo stesso torrente, mi ritrovo a lambire le moderne abitazioni di Povici, scoprendo una frazione che dai piccoli segni si rivela all’avanguardia e con un alto senso civile. Mentre cammino per dirigermi a Resiutta, attiro l’attenzione un mercante arabo in transito con la sua auto. Ci fermiamo a dialogare, instaurando una costruttiva conversazione, dove vaghiamo dall’esistenzialismo al creato. Di seguito, finita la chiacchierata,  proseguiamo per la nostra strada, e io continuo per Resiutta. Proprio alla periferia della frazione vengo attratto da un monumento eretto un tempo dalla Repubblica Veneziana, in un’epoca in cui il Friuli era una terra assoggettata. Sono passati secoli, ma quel leone in marmo ruggisce ancora e brama potere, come se non volesse liberare dalla sudditanza psicologica i locali, ed è spesso quello che percepisco ancora quando converso con gli amici friulani. Riprendo il cammino verso l’auto, l’ultimo tratto è parte della strada locale e il tratto della Statale Pontebbana che mi conduce al punto di partenza. L’avventura si è conclusa, ho completato il ciclo di elevazioni che avevo in mente in zona, scoprendo un aspetto della montagna friulana molto affascinante e selvatico, arricchendo ulteriormente il mio sapere su questa meravigliosa terra, di altre pietre preziose.  

Malfa







































































 

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