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domenica 3 aprile 2022

Anello del Monte Oselar dalla Forchia Zuvial (Tramonti di Mezzo PN)

Anello del Monte Oselar dalla Forchia Zuvial (Tramonti di Mezzo PN)

 

Localizzazione: Prealpi Carniche- Catena Valcalda Verzegnis- Gruppo Valcalda Taiet- Dorsale del Valcalda.

 

Avvicinamento: Lestans- Toppo-Meduno-Val Tramontina- Tramonti di Mezzo- Indicazioni per la Forchia Zuvial- Punto sosta presso uno spiazzo sito alla fine della stradina asfaltata (quota 740 m. circa)

 

Regione: Friuli- Venezia Giulia

 

Provincia di: PN

.

Dislivello: 636 m.

 

Dislivello complessivo: 1020 m.


Distanza percorsa in Km: 13


Quota minima partenza: 740 m.

 

Quota massima raggiunta: 1338 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 5 ore

In: Solitaria

 

Tipologia Escursione: Escursione in ambiente selvatico- con tratti di percorso privi di segni, e altri con tracce labili

 

Difficoltà: Escursionisti Esperti

 

Tipologia sentiero o cammino: Sentiero 830 CAI, remoto, che ricalca le antiche vie di accesso alle malghe- Spesso i sentieri tracciati in nero sulla mappa sono più agevoli, sicuramente dovuta alla frequenza dei cacciatori.  Il sentiero 810 CAI, è abbastanza comodo e ampio, non presenta nessuna difficolta, direi turistico.

 

 

Ferrata-

 

Segnavia: CAI 830-815

 

Fonti d’acqua: si

 

Impegno fisico: medio

Preparazione tecnica: bassa

Attrezzature: no

 

Croce di vetta: no

Ometto di vetta: no

Libro di vetta: installato contenitore per viandanti- spiriti liberi.

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

1)               Cartografici: IGM Friuli – Tabacco 028
2) Bibliografici:
3) Internet: 

2)               Periodo consigliato:  

3)                

4)               Da evitare da farsi in:

Condizioni del sentiero:


Consigliati: Ho adoperato i ramponi a sei punte solo nel tratto finale della vetta del monte Oselar, per via della presenza di ghiaccio.

Data: mercoledì 9 marzo 2022

Il “Forestiero Nomade”
Malfa

Finalmente è maturato il tempo di esplorare una parte del territorio della Val Tramontina. Benché  il sottoscritto graviti da tempo nella meravigliosa valle, e sia iscritto da sedici anni alla sottosezione CAI, non mi ero mai addentrato ancora nel Canale di Cuna, e lo stesso vale per l’Aquila del Frascola. Sono esperienze alpine note e ambite, che ho rinviato a un futuro prossimo, ben cosciente che il passare del tempo non giochi a mio favore. Per l’ascesa al monte Oselar è scoccata la scintilla della curiosità. Notai la sua vetta per la prima volta dalla cima del Monte Rossa, fu  un autentico colpo di fulmine. Durante una precedente visita in Val Tramontina, ho incontrato il responsabile del CAI locale , gli ho chiesto delucidazioni in merito alle condizioni della strada forestale che da Tramonti di Mezzo conduce alla forchia Zuvial; l’amico mi ha tranquillizzato, la stradina è libera, non vi è presenza di ghiaccio, quindi, inizio il conto alla rovescia per la conquista. Un mercoledì, il giorno dopo di quello notoriamente festeggiato dalle donne, parto per l’avventura, ignorando del tutto cosa mi aspetti. Per un capriccioso snobismo avventuroso, evito anche di indagare sul web. Parto letteralmente “all’Avventura” per la Val Tramontina, che dista solo 20 chilometri dalla mia abitazione.

Ogni qualvolta che vago all’interno della splendida valle, il pensiero va al mio maestro di montagna, Vittorio Pradolin, un uomo speciale, buono, cordiale, gentiluomo di altri tempi. L’ho sempre considerato come un secondo padre, regnava una stima reciproca. Confesso, che quando vago per i monti, ho due angeli custodi che mi seguono nelle peripezie, mio padre e Vittorio, sono la mia autentica sicurezza. Viaggiare per la valle è emozionante anche per altri aspetti: ogni singola cima mi rievoca esperienze vissute. Tramonti di mezzo è una sorpresa, la piccola frazione me la sono lasciata per ultima, per questo stadio particolare della mia vita. Durante un sopralluogo turistico con la mia famiglia, abbiamo ammirato le romantiche costruzioni, ed ora è il giunto il momento che mi inoltri in profondità, sino alle pendici che sovrastano lo storico Canale di Cuna. La stradina che dalla frazione porta alla Forchia Zuvial è angusta ed aerea, spesso dissestata. L’avventura vera e propria inizia dalla frazione di Tramonti di Mezzo.

Risalgo la stretta valle con una serie di tornanti, e da quanto dislivello guadagni per ogni tornante superato, mi pare di giungere in vetta direttamente con l’auto. La strada asfaltata ha un inizio e una fine.  Un metro dopo l’inizio dello sterrato nello spiazzo adiacente a destra, trovo un punto dove sostare l’auto, accanto ad un automezzo, sospetto di sapere chi sia il proprietario.

Lasciata l’auto e indossato lo zaino, parto, in direzione di un cartello con indicazioni CAI, posto a pochi metri dal punto di sosta. Inizio subito con una mulattiera, che proviene dalla valle. Intuisco che sarà una lunga camminata, ma con una pendenza moderata. Poche centinaia di metri di ombra ed esco dalla selva per scoprire un tratto eroso e dirupato, una frana ha portato via parte del remoto sentiero. Sono al prologo di quello che mi aspetta, ovvero un secondo tratto eroso, alle pendici meridionali del monte Ciuf. Davvero sorprendente, sia per l’aspetto dolomitico,  sia per l’apertura panoramica verso le creste attigue.

Lo sguardo si spinge oltre l’orizzonte, sfiorando la dorsale che dal monte Givoli conduce fino al monte Agarial.  Il tratto di macereto è lungo alcune centinaia di metri, con una pesta instabile ma percorribile, simile a una linea sottile che porta all’altro estremo, ed è emozionante provare le inaspettate sensazioni dolomitiche. Raggiunto il sentiero inerbito, do uno sguardo al tratto appena percorso, scoprendo in alto, nascosta tra le rupi sommitali del Monte Ciuf, una finestra rocciosa da dove filtra il color turchese del cielo. Riprendo il cammino sulla comoda mulattiera, sono rari i casi in cui si interrompe ancora a causa di ostacoli, tra cui rivoli o tratti franati, essa, scorre dolcemente e  lineare all’interno della pineta, fino a lambire le rocciose pareti di quello che pare un comodo antro. All’improvviso la magia: lo spirito si meraviglia grazie alla splendida visuale del teatro naturale che si apre come un proscenio, sormontato  dalle crude e bianche rocce del monte Sciara e della Cuesta Spioleit.

La mia meta, posta poco più in basso, pare un orso dormiente, è toccata da neve residua, anche se attrae di più l’attenzione e la voglia di conquista il cocuzzolo posto poco sopra.

Avvisto una casera dominante sul versante che sto percorrendo, attrae la mia attenzione, in seguito scoprirò chiamarsi rifugio Gardelin. Non sono distante dalla meta, mentre cammino mi studio l’avvicinamento, cerco di intuire da dove poter salire in vetta, anche se qualche timido timore me lo donano le lingue del nevaio. Sono fiducioso, al seguito ho il materiale adatto per qualsiasi evenienza. Mentre cammino, vengo distratto da una traccia segnata e da un cartello con la scritta Casera Savoiet, un bivio, viro immediatamente a sinistra, in seguito scoprirò che la scelta è stata azzeccata. Una comoda traccia,  sicuramente di origini remote, con diversi tornantini, mi conduce velocemente in cresta, presso un dosso, a ridosso dei pittoreschi ruderi delle stalle Gardelin.

Durante l’ascesa ho modo di lasciare segni e costruire ometti, e i ricordi volano a un ex compagno di ventura: scendevamo da un monte nel gemonese,  il tratto era dirupato, volevo erigere ometti per chi sarebbe venuto dopo di noi, e ricordo ancora la sua reazione:<< Ma se non lo fanno gli altri, perché lo dobbiamo fare noi?>>La risposta mi stupì, può darsi che anche questo modo di  agire fu una delle cause del divorzio. Continuo il racconto. Raggiunti i ruderi delle stalle Gardelin, mi spingo oltre, camminando su un soffice prato ricco di margherite, e prominente all’affascinante figura del Monte Spicher di Tui. L’elevazione è proprio a due passi, ma decido che ritornerò in seguito con mia moglie, per adesso mi dedico al monte Oselar. Dai ruderi mi par di scorgere qualcosa che sventola, si è la bandiera azzurra del Friuli, che si erge dalla casera Savoiet, posta a poche decine di metri. La raggiungo ed effettuo la prima sosta dell’escursione. Visito l’interno del bel bivacco, è meravigliosamente  attrezzato e organizzato, la sensazione è quella che gli occupanti, cacciatori, siano appena usciti per una battuta. Tutto pulito, munito di tutti i confort. Non sono sorpreso, per via dell’esperienza personale in ambienti con forte presenza maschile. Gli uomini sono sorprendenti nella cura delle abitazioni e dei materiali. Riconosco dalle foto appese uno dei frequentatori, andavamo assieme a fare manutenzione dei sentieri della valle, e abbiamo frequentato lo stesso corso di roccia. Estraggo dal mio zaino un libro, “Ragazzi di Vita” di Pier Paolo Pasolini, effettuo un’intitolazione sul risguardo del libro, dedicandola agli amici di Tramonti. Lascio il bivacco e riprendo il cammino, dirigendomi a oriente. Poco sopra la casera diparte una traccia,  che con andamento orizzontale conduce alla meta. La pesta ben marcata incrocia il sentiero 830, quello lasciato in precedenza prima del bivio, e che ascende fino al monte Sciara. Io continuo per il tratto marcato, prima sul versante inerbito, e di seguito,  una volta guadato il letto di un  torrente asciutto, si inerpica sul versante occidentale del monte Oselar. Appare la prima neve, e avvicinandomi si mostra corposa. Decido per sicurezza di  indossare i ramponi e proseguire, seguendo, per quanto intuibile, la vecchia traccia. Raggiunta la cresta che collega il monte Oselar al corpo della Cuesta Spioleit, mi indirizzo verso la meta. Sul versante orientale la neve è residua, pochi passaggi ripidi e sono in vetta (1338 m.), al cospetto di un masso, nessun ometto. Zaino a terra, e subito al lavoro, prima il dovere e poi il piacere( deformazione professionale). Erigo una spartana croce, e piazzo il barattolo per gli appunti di passaggio del viandante in un incavo ricavato nella roccia . Una volta finite le operazioni, mi concedo al piacere della contemplazione. Bello il paesaggio, e la giornata è splendida e dal sapore primaverile. La visuale spazia dai monti che cullano la frazione di San Francesco alla Val Tramontina. Questo luogo è davvero un paradiso, un meraviglioso ambiente selvatico. Mi pare di scorgere qualcosa dalla quota 1423 m. sembra un ometto, traguardo con lo zoom della reflex, e scopro un curioso camoscio che mi sta osservando: <<Ciao cucciolone, grazie della compagnia.>> Sicuramente una volta la valle brulicava di montanari, oggi serba solo il ricordo del magico aspetto. Per la discesa ho un altro piano, non rientro per lo stesso sentiero dell’andata, ma provo a raggiungere il Canale di Cuna, precisamente la chiesetta di San Vincenzo. Mi assicurerò della percorrenza di un remoto sentiero tracciato e tratteggiato in nero sulla mappa, esso rasenta le pendici occidentali dell’Oselar.

Rifatto il cammino a ritroso, e raggiunto il sentiero 830, lo percorro in discesa, e mi rendo conto che del sentiero CAI non vi è rimasto nulla, solo dei radi e sbiaditi segni tinti sulle cortecce degli aghiformi. Scendo dal crinale affidandomi all’intuito, fino a raggiungere la mulattiera dell’andata. Effettuo una breve deviazione per vistare il bivacco Gardelin, davvero un sito affascinante e riparato a nord da possenti pareti rocciose. Visito l’interno dell’edificio, esso si presenta scarno e arcaico, quasi in abbandono. Peccato! Spero che gli amici cacciatori provvedano a frequentare più spesso codesto riparo. Lasciata la casera, riprendo il cammino, guado un rivo da dove zampilla la fresca acqua. Pochi metri ancora ed eccomi dove ho cambiato direzione all’andata, stavolta seguo le indicazioni per la  Casera Mosareit. La prima gioia che avverto è nel constatare che il sentiero è pulito e ben marcato, quindi, la mia intuizione si rivela felice. Confesso che godo nello scendere a valle. Fluisco velocemente dentro il bosco di faggi, guadando un torrente segnato con ometti, e seguitando per una traccia che rimanda ai vetusti cammini di montagna. Bel cammino, selvaggio quanto basta, un piacere per l’animo. Avvisto i ruderi di quello che un dì fu un borgo, “Mosareit”, di esso è rimasto poco in piedi, le pareti pericolanti e il cigolio di qualche anta consumata dal tempo. La traccia si dipana dentro le passate mura degli stavoli, il transito è un pochetto pericoloso (un calcinaccio mi colpisce a un braccio). Sbuco fuori dai ruderi, continuando la discesa per il pendio, fino ad avvistare dall’alto il campanile della chiesetta di San Vincenzo. Fatta! Missione compiuta, e mi ritengo soddisfatto. La chiesetta è davvero graziosa, pare disegnata dalle mani sognanti di un bimbo solitario ma pieno di fantasia. Visito l’interno della chiesetta alpina, peccato che sia spoglio, molto più affascinante l’immagine esterna. Avevo deciso di pranzare una volta raggiunta la località, ma rinvio ancora, posso resistere al richiamo della fame. Inizio il cammino del rientro pensando che sia meno faticoso, dovendo risalire un’ampia e comoda mulattiera, trecento metri di dislivello ( sentiero CAI 810). Invece avverto il travaglio. Percorro la schiena di un crinale chiamato Riviala, è molto ombroso per la folta vegetazione, durante il cammino scorgo solo un rudere. Raggiunta la Forchia Zuvial passo tra altri ruderi, ma stavolta si scende. Decido di proseguire per lo stesso sentiero che stavo percorrendo, evitando di transitare su una stradina sterrata, che raggiungo successivamente, dopo un breve tratto nel bosco. Negli ultimi metri lungo la carrareccia, lambisco un altro rudere,  la comoda arteria mi conduce all’auto. L’automezzo che avevo visto alla partenza non c’è più, ho avuto la sensazione di non essere solo alle falde del monte Sciara, tutte queste mie sensazioni verranno di seguito confermate. Mi avvio con calma per il ritorno, e una volta raggiunta la frazione di Tramonti di Mezzo, procedo per il lago di Redona, dove troverò la sosta nello spiazzo adiacente alla strada che domina i ruderi semi sommersi di Borgo Movada. Finalmente, nella quiete della valle, procedo al desinare, attimi che scorrono svogliati e inebriano la mente, come la lenta ascesa delle acque del lago di Redona che sommergono i ruderi del borgo Movada. Affascinato dai riflessi del lago, rivivo i momenti salienti dell’avventura. Qualche giorno dopo ritornerò nei pressi del monte Oselar, ma questa sarà un’altra avventura da raccontare.

Il Forestiero Nomade.

Malfa. 




















































































 

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