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martedì 1 giugno 2021

Anello del Monte Mason (San Francesco) Valle D’Arzino-UD.

Anello del Monte Mason (San Francesco) Valle D’Arzino-UD.

 

Note tecniche. 

 

Localizzazione: Prealpi Carniche- Gruppo del Verzegnis- Dorsale Verzegnis-Piombada.

 

 

Avvicinamento: Pinzano- Anduins- Valle D’Arzino- San Francesco- lasciare l’auto presso uno spiazzo nella frazione di Marins.

 

Regione: Friuli-Venezia Giulia.

 

Provincia di. Udine

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Dislivello:700 m.

 

Dislivello complessivo: 920 m.


Distanza percorsa in Km: 13


Quota minima partenza: 390 m.

 

Quota massima raggiunta: 1091 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 5 ore

In: Solitaria

 

Tipologia Escursione: Selvaggio- Naturalistica

 

Difficoltà: Escursionisti Esperti abili ad agire in ambiente selvatico e con percorsi senza tracce e segni.

 

Ferrata- valutazione difficoltà:

 

Segnavia: CAI 840 sino al Rio Cuvii, dalla Malga Cuvii nessun segno e rare tracce. Poco prima della Val Forchiet una traccia del remoto di sentiero, sino a San Francesco

 

Fonti d’acqua: si, ruscelli, cascate, torrenti, un’apoteosi spettacolare del regno dell’acqua.

 

Impegno fisico: medio alto

Preparazione tecnica: media alta

Attrezzature: no

 

Croce di vetta: no

Ometto di vetta: no

Libro di vetta: si, impiantato barattolo di vetro ancorato a un ramo di faggio,

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

1)               Cartografici: IGM Friuli – Tabacco 028
2) Bibliografici:
3) Internet: 

2)               Periodo consigliato: primavera-autunno  

3)                

Condizioni del sentiero: Ben battuto e ben segnato sino al bivio per la Malga Cuvii, di seguito è indispensabile avere eccellente senso di orientamento e attrezzatura per ambienti selvaggi.


Consigliati: Ramponcini da erba per i tratti esposti e selvaggi.

Data: mercoledì 25 maggio 2021

Il “Forestiero Nomade”
Malfa

Per vivere bene bisognerebbe porsi, nei confronti della vita, come un fanciullo di fronte ad un oggetto sconosciuto e misterioso, senza certezza ma con molta curiosità, ed è quello che ho fatto con quest’ultima escursione nella splendida Val d’Arzino.  Ho giocato a fare il bimbo avventuroso, memore dei libri di avventura letti da piccino. La mia meta è una cima sconosciuta, Monte Mason, essa non è tra le più alte della Val d’Arzino, ma possiede una quota e un nome, quindi sono curioso. Stavolta mi organizzo da casa, creandomi una traccia GPS sulla mappa calibrata dell’IGM.  Disegno un itinerario che ricalca quello CAI nel ripercorrere il sentiero 840. Dalla Malga Cuvii, studiandomi le curve di livello, tratteggio un percorso che conduce in cresta al Monte Masone, e di seguito, continuando nell’operazione creativa, ripercorro un remoto sentiero che dalla vetta, tramite la cresta mi riporti a San Francesco con un percorso ad anello. Ideata la traccia la carico nel Garmin, ora non mi rimane che partire e applicare il lavoro. Il mattino dell’escursione sono emozionato, il meteo dovrebbe reggere. Scruto da casa il cielo che appare coperto di nubi, ma sono ottimista. Più veloce della luce mi catapulto nella Val d’Arzino, raggiugendo la frazione di San Francesco dove tutto è irreale. Un gallo con il suo chicchirichì annuncia alla comunità che è giunta l’ora di destarsi dal torpore notturno. Sosto l’auto nel solito parcheggio di Marins, proprio sotto una vecchia abitazione dove alle porte di ingresso stanno appesi due ciondoli rossi in legno: uno a forma di cuore e l’altro di stella. Volgo lo sguardo alla meta, essa si eleva a oriente, e la piccola frazione è posta proprio ai suoi piedi.

Zaino in spalle, parto, e sin da subito mi fermo a commentare con alcuni gentili Valligiani: per prima incontro una signora che transita in bici, e di seguito colui che si occupa della sentieristica locale, dedicando tutto sé stesso a questa nobile causa.  Il simpatico amico, durante la conversazione, mi svela alcuni segreti. Saluto il nuovo conoscente e procedo per la mia meta, imboccando la carrareccia che si inoltra nel vallone a oriente (indicazioni per i sentieri 827 e 840 su tabella CAI).

I primi tratti della strada forestale li conosco a memoria. Al primo bivio viro a destra, e sin da subito cambia la caratteristica del percorso: dalla stradina si passa al sentiero, nudo e crudo, e anche umido. Non ho nessuna idea di cosa mi aspetti, ma fiducioso ed eccitato vado avanti. Poco più avanti sento lo scroscio rumoroso dello scorrere

dell’acqua, sono a ridosso del punto di congiunzione del Rio Armentaria con il rio Sclusons. Mi abbasso dall’argine e guado il torrente tramite un esile ponticello in cemento armato, che da subito mi da una botta di adrenalina per via dell’esposizione. Passato sull’ argine opposto, mi barcameno tra i sassi e lo scorrere dell’acqua, guadando l’affluente di destra. Saltello sui massi, sino a raggiungere una meravigliosa cascata, che da sola per bellezza non ha nulla da invidiare ad altre ben conosciute. Rimango incantato al cospetto del getto continuo d’acqua. Il cielo pare tingersi di blu, e questa dolce armonia mi inebria. Lascio a malincuore la vasca d’acqua color smeraldino e proseguo per il sentiero 840. Risalgo un ripido e breve tratto macerato, sino a raggiungere il bel sentiero inerbito che raggiunge la valle solcata dal Rio Sclusons sino all’omonima Forchia. Lungo il tragitto ho modo di ammirare, anzi, di perdermi nella bellezza dei numerosi ruscelli che alimentano il rio di fresche e zampillanti acque. Mi addentro nel vallone, i colori ora sono ovattati dalle ombre dei faggi, scorgo solo un paio di edificazioni umane: due muri di contenimento, il resto è solo quiete.

Dalla forchia di Sclusons scruto dall’alto per comprendere bene la posizione geografica. Riesco a riconoscere i ripidi versanti meridionali del monte Gran Pala e quelli orientali del Monte Cuar. Il paesaggio è radicalmente mutato. In discesa dalla forchia, percorro un sentiero inumidito da fiotti d’acqua che affluiscono da varie sorgive e la vegetazione è quella tipica dei versanti assolati, ovvero aghiformi di pini e abeti. Il sentiero scende ripidamente sino a guadare più volte il Rio da Cita e di seguito il Rio Cuvii. Questo tratto ispira al sottoscritto sentimenti indescrivibili, mi sento un uomo fortunato nel poter fluire di uno degli scenari più incantanti della montagna. La melodia costante dello scorrere dell’acqua, gli armonici giochi cromatici e l’odore emanato dalla stessa vegetazione, mi inebriano, donandomi quelle sensazioni primordiali provate dai nostri avi quando si avventuravano in territori ignoti.  Percepisco che sono nei pressi della Malga Cuvii, è proprio dietro la parte terminale della Forchiatta sbuca una stradina di servizio, e dopo pochi metri avvisto la malga (769 m.). Scorgo una figura umana fuori di essa, esce, entra dentro un automezzo e in retromarcia va via. Proseguo per il prato e mi avvicino all’edificio della malga. All’esterno, proprio sotto una pensilina è disposto un tavolo in legno e sopra di esso sono posati delle bottiglie di vino, due tazze di caffè, una piccola moka e un portacenere colmo di mozziconi. Sento ancora l’aroma del caffè, la porta è aperta, chiedo a voce alta e più volte se c’è qualcuno all’interno della casera. Nessuna risposta. Una scaletta porta in alto, sicuramente la zona letto, mentre nel caminetto all’angolo ardono ancora dei ciocchi di faggio. Una sedia solitaria in stile Van Gogh mi invita a sedermi per riposare, ma non posso anche se vorrei. Esco fuori, chiedo ancora a voce alta se qualcuno mi ascolta. Tutto tace. Ai margini del prato noto un tavolo con panca, mi reco presso di esso per fare una breve pausa, per poi riprendere il cammino. Mentre consumo un alimento energetico, vedo sopraggiungere un’auto, una figura femminile esce dall’abitacolo, gironzola intorno alla malga e poi mi si avvicina chiedendomi se ho visto i residenti. Le riferisco ciò che ho visto poco prima. Dopo alcuni minuti, la donna mi si avvicina ancora. Ella ha un aspetto simpatico, capelli color argento e gli occhi furbetti del colore del cielo. Ci presentiamo e instauriamo una simpatica conversazione. Mi spiega che le acque del Rio Cuvii vengono soprannominate dai locali “Fonte del Conte” con riferimento al Conte Cecon. Una legenda locale narra che il nobile si dilettava a mandare i messi alla fonte per usufruire di queste acque e di altro. E per altro, ridiamo con la signora, la causa potrebbe essere stata oltre al logico approvvigionamento idrico un interesse del conte per le spose dei sudditi. Mi congedo dalla simpatica Elena, e mi avvio per il mio proposito. Proprio al margine del prato noto un ponticello in legno, attraverso codesto, guado l’impluvio, e risalgo il costone che porta il nome di “La Forchiatta”.  Procedo a ruota libera. Finora la traccia creata sul GPS si è dimostrata esatta, quindi, fiducioso, séguito d’istinto, ben cosciente che in caso che mi perda ricorrerò allo strumento. Risalgo il costone per balze erbose come un furetto, mantenendomi vicino il Rio da Pinet.  Ad un tratto individuo una labile traccia che aggira il costone, mantenendosi regolarmente sotto cresta, finché   la forcella che precede il Monte Mason svanisce nella faggeta.  L’azzurro cielo filtra all’orizzonte, mi avvicino all’impluvio, ritrovando la traccia e la seguo fino alla forchia (982 m.).

Alla mia destra in direzione nord sale il ripido costone che porta alla vetta del monte Mason. Decido di privarmi del superfluo, lasciando il contenuto in un sacco che riprenderò al ritorno. Procedo con il solo zaino, dove all’interno serbo una giacca tecnica, una borraccia d’acqua e i ramponcini da erba. Una volta pronto mi avvio, scorgendo una leggera pesta che seguo, di seguito la traccia si perde sul versante orientale del monte. Alla mia destra ho solo ripide e insormontabili pareti. Ritorno indietro sino al ripido costone, dove noto un tratto erto ma articolato. Lo risalgo piano piano, afferrandomi ai piccoli ramoscelli e ai ciuffi d’erba. È molto verticale in alcuni tratti, ma non mi perdo d’animo, guardo sempre in su mirando ai prati sommitali di cresta. Raggiunti quest’ultimi spero di trovare un comodo crinale. Mi guardo intorno, finalmente posso ammirare un panorama degno di nota, vasto e luminoso. Improvvisamente avverto un senso di felicità, ma non è ancora finita. Una fitta vegetazione ostacola il cammino in cresta, decido quindi di calzare i ramponi e procedere, calandomi spesso sul versante orientale per superare alcuni ostacoli. Dopo un altro rilievo (anticima) dove mi arrampico, ne scopro un terzo, dovrebbe essere la vetta effettiva e definitiva. Ultimi tratti di salita ed eccomi in cima (1091 m.), ovvero un fazzoletto di erba tra arbusti selvaggi e senza alcun segno di passaggio.  Sono felice, soddisfatto, provo sensazioni indescrivibili, quelle che tutti avvertiamo quando raggiungiamo una meta ambita. Istallo su un ramo (legandolo con nastro adesivo) il classico barattolino in vetro con il materiale dove appuntare i segni del passaggio. Per scrutare il paesaggio mi tocca uscire fuori dal fazzoletto selvaggio e girargli intorno a 360 gradi. A nord notevoli appaiono le pareti verticali del Monte Gran Pala, a sud il versante boschivo del Cuar, a ovest la cresta del Monte Giaf e Agarial, e a Nord Ovest l’inconfondibile sagoma del Piombada. Le dolomiti friulane, lontane, sono ancora imbiancate, e coperte da nubi.  Finita la rapida sosta, penso al rientro, e ho intuito una via meno impegnativa. Proprio sotto la vetta, a sud, dopo la selletta, mi calo a occidente, dentro il ripido versante, che è meno erto rispetto a quello fatto in salita. All’interno della faggeta procedo con sicurezza, mi par di seguire un’ideale traccia, ma è solo intuitiva. Istintivamente seguo la logica, come se fossi un lupo, e raggiunta una selletta che collega il monte Mason al colle senza nome, viro a sud, indirizzandomi verso la forcella dove ho lasciato il sacco. Sono fortunato! Dopo un centinaio di metri ritrovo la traccia e con somma sorpresa essa mi guida direttamente al faggio dove avevo adagiato il sacco. Rimango basito, è davvero magico quello che è avvenuto, la montagna mi sorprende sempre, e in positivo. Ripreso il carico, proseguo per i miei propositi, percorrendo la cresta a sud. Guadagno da subito una cinquantina di metri di quota, e spero di trovare la traccia di un sentiero segnato sulla mappa. Anticipo di qualche metro la scelta a occidente, e mi ritrovo dentro una faggeta che con il crinale forma un ampio teatro naturale (1019 m.). Vengo tratto in inganno. Infatti, dando un’occhiata al GPS, scopro che sono ben 70 metri di quota al sopra all’ipotetico sentiero, quindi, senza perdermi d’animo, mi calo in basso, attraverso il solco scavato da un impluvio, naturalmente coadiuvato dalla vegetazione.  Raggiunta la quota dell’immaginaria traccia, proseguo a intuito fino alla base del vallone cercando i segni di passaggio. Lo scroscio continuo dello scorrere dell’acqua accompagna il mio incedere a ridosso delle pendici meridionali del monte Bierbi. Tra l’assolato pendio scovo una labile traccia, la seguo sino a un impluvio con copiose acque, una volta guadato ritrovo la traccia, ben marcata, che mi guiderà fino a San Francesco. Il sentiero, seppure ben netto, è coperto dalla fitta vegetazione, e taglia a mezza costa il ripido versante con delle pareti verticali. Constato che si tratta di un’area e ardita cengia, che percorro con pacatezza, intuendo che il peggio è passato. Il proseguo è aiutato dal meteo che migliora attimo dopo attimo.  Il comodo e selvaggio sentiero, dopo aver aggirato le pendici occidentali del monte Bierbi, perde dolcemente quota, fino a fiancheggiare dall’alto la strada provinciale che precede San Francesco. La traccia persiste ma è sempre occultata dall’invadente vegetazione, a volte riesco a intuirla tramite l’allineamento degli alberi, che attestano che il sentiero è remoto. Una leggera deviazione mi porta a lasciare la selva e ritrovarmi sul ciglio della strada, difronte a una cappella votiva.  Fine dell’escursione selvaggia. Non rimane che percorrere la strada che da San Francesco mi conduce alla frazione di Marins. Durante l’ultimo tratto di strada, spesso scruto nella direzione del monte che ho appena conquistato. In un bar di San Francesco, dall’esterno mi giunge il brusio dei frequentatori, molti sono i centauri, visto l’aspetto sicuramente sono teutonici.  Il viandante stralunato procede tra i simili come se fosse un marziano.  Al mio passaggio percepisco lo sguardo curioso di alcuni giovani. Raggiungo il posteggio, spengo il GPS e adagio lo zaino nell’auto, sui sedili posteriori. Mentre mi appronto per il rientro saluto una signora intenta a curare il suo piccolo orto, ella mi risponde e mi chiede se ho trovato delle vistose fioriture. Le rispondo che ho trovato di tutto, e instauriamo una felice conversazione. In pochi minuti vaghiamo nel passato: mi parla dei suoi nonni, e di episodi ormai confusi nel tempo. Sono assorto e incantato nell’ ascoltarla. La saluto, e mi avvio per il ritorno. Rientro percorrendo a ritroso la Val d’Arzino, accendo l’autoradio per ascoltare le gioiose note di Paul McCartney, e lassù il cielo è sempre più blu. Non solo amo sognare ma anche realizzare ciò che sogno, e anche oggi ho realizzato.

Il Forestiero Nomade.

Malfa.   

 




























































































 

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