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venerdì 18 giugno 2021

Cima Croda Bianca e anello delle quattro forcelle dalla frazione Pineda (Valle del Vajont).

Cima Croda Bianca e anello delle quattro forcelle dalla frazione Pineda (Valle del Vajont).

 

Note tecniche. 

 

Localizzazione: Gruppo Col Nudo- Cavallo.

Avvicinamento: Montereale Valcellina-Barcis-Cimolais-Erto-rotabile per le frazioni di Pineda- Lasciare l’auto presso una cappella votiva al margine della stradina.

 

Regione: Friuli-Venezia Giulia

 

Provincia di: Pordenone

.

Dislivello: 1110 m.

 

Dislivello complessivo: 1350 m.


Distanza percorsa in Km: 16 Km.


Quota minima partenza: 770 m.

 

Quota massima raggiunta: 1784 m.

 

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 8 ore

In: Solitaria

 

Tipologia Escursione: Selvaggio-naturalistica-Alpinistica

 

Difficoltà: Escursionisti Esperti l’anello delle quattro forcelle- L’ascesa alla vetta della Croda Bianca per Escursionisti esperti dotati di ottimo senso dell’orientamento e idonei ad agire in ambiente selvaggio con percorso privo di segni e di tracce- Arrampicata in libera con passaggi di primo e secondo grado su roccia fracida, e spesso sprotetti. Cresta della Croda Bianca affilata e molto esposta.

 

Tipologia sentiero o cammino: Dalla partenza bivio percorso turistico- L’anello delle quattro forcelle è ben segnato e marcato, ma sul versante occidentale vi sono molteplici franamenti che rendono selettivo l’anello. Il versante orientale è escursionistico. L’ascesa alla Croda Bianca dalla forcella Agre è assolutamente priva di tracce e selettiva, soprattutto la parte terminale immersi in oceano di Mughi, e la cresta affilata e molto esposta. Roccia fradicia.

 

Ferrata-

 

Segnavia: CAI 905; 906;

 

Fonti d’acqua: Si, all’inizio e alla conclusione dell’anello.

 

Impegno fisico: alto

Preparazione tecnica: alta

Attrezzature: no

 

Croce di vetta: no

Ometto di vetta: si, bello.

Libro di vetta: istallato barattolino in sostituzione di un contenitore in plastica, ho riposto tutto il materiale trovato dentro barattolino in vetro, aggiungendo anche una biro.

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

1)               Cartografici: IGM Friuli – Tabacco 021
2) Bibliografici:
3) Internet: 

2)               Periodo consigliato: estate-autunno

3)                

4)               Da evitare da farsi in: Con condizioni di sentiero umido o gelato

Condizioni del sentiero: Ben marcato e segnato l’anello delle quattro forcelle.


Consigliati: Scorta d’acqua.

Data: 15 giugno 2021.

Il “Forestiero Nomade”
Malfa

 

 “Se smetti di sognare è finita…

Con i propositi che derivano dai sogni, ho ideato quest’ultima escursione, abbinando all’affascinante anello delle quattro forcelle con partenza da Pineda la classica ciliegina sulla torta, ovvero la selvaggia elevazione della Croda Bianca. In questo mondo non ci sono più rilievi illibati, tutti sono stati scalati dai cacciatori o dai contemporanei e intrepidi alpinisti.

Alcune montagne sono molto selettive, solo per pochi, per gli intrepidi, quelli che hanno una curiosità superiore alla stessa paura del pericolo, e io sono uno di questi.

Come rapito da una forza sovrannaturale, ho deciso all’ultimo momento di affrontare la Croda Bianca, mi balenava in testa da tempo e aspettavo il momento propizio, che giunge nel bel mezzo di questo splendido mese di giugno. Preparo lo zaino, aumentando solo il carico d’acqua, non mi serviranno corde ed altro.

Il mattino ho raggiunto la frazione di Pineda, nella valle del Vajont che trovo avvolta da nubi che in giornata si dissolveranno. Controllo che sia tutto a posto e mi avvio, per il sentiero 905, che dalla piccola frazione si inoltra nella Val Mesaz.

Dopo pochi metri di sentiero mi ritrovo sull’ampia carrareccia, la temperatura è ancora mite, quindi il passo dell’incedere è lesto, mi scaldo, mi metto in canotta, e riprendo il cammino più velocemente, fermandomi di tanto in tanto a scattare foto alle molteplici fioriture che tanto adoro.

Ad un tratto un assordante rumore preannuncia l’arrivo di una grande ruspa, guidata da un simpatico buon tempone. Breve scambio di parole, in pochi minuti, sappiamo da dove veniamo, chi siamo, e dove andiamo. Come nell’antica Grecia si fraternizza, basta poco, un sorriso sincero che sveli il volto più recondito e autentico del nostro animo. Riprendo il cammino, e raggiunto il bivio dove il sentiero 905 prosegue a sinistra per Casera Ditta, io continuo a destra per la carrareccia, che stavolta è numerata 906.

Cammino sulla strada forestale per una serie di brevi tornanti, ma l’attacco vero e proprio del sentiero, è occultato dalla vegetazione e da un enorme macigno che sta in bilico sul ciglio della stessa carrareccia.

Trovata la traccia e i segni, risalgo con vistosa pendenza il vallone che scende dalle pendici orientale della cima Mora. Questa lunga ascesa mi porterà alla forcella Canduabo, la prima dell’anello che sto percorrendo in senso antiorario. Effettuerò in un‘unica tirata, circa mille metri di dislivello, passando dal fitto bosco di faggio ai dirupati canaloni, alcuni dei quali ancora con la presenza di nevai insidiosi.

In questa ascesa ho la fortuna di incontrare un topino, scientificamente chiamato dal mio amico Tiziano “bellissima arvicola rossastra (Myodes glareolus),”. L’animaletto l’ho immortalato sul davanzale di una delle sue numerosissime abitazioni (buche). Intento nello scrutarmi, è grazioso e curioso. Sorrido, sono io l’intruso nel suo ambiente, e il fotografarlo mi sembra già invadente. La dea Artemide ancora una volta mi ha gratificato con questo incontro, e stavolta il messo è il bel roditore di montagna.  Raggiunta la prima forcella di Canduabo (1608 m.), prendo in mano il cellulare per immortalare l’attimo, nel medesimo istante ricevo la telefonata di un numero sconosciuto. Rispondo, è una voce femminile, una signora che opera in una compagnia di forniture idriche, che mi propone un’offerta vantaggiosa. Le spiego l’attimo che sto vivendo, e le chiedo gentilmente di rinviare la comunicazione. Concludo la conversazione e noto che il cellulare è andato in blocco, non risponde ai comandi, quindi è inutilizzabile. Questa situazione mi trova impreparato, e mi distrae momentaneamente dalla bellezza del luogo.

A causa di tutto ciò sarò fuori dal mondo civile fino al rientro a casa, e la cosa non va bene. Serbo il telefono cellulare e continuo l’escursione, iniziando a percorrere il versante occidentale del monte, le dirupate e accattivanti pendici meridionali della Croda Bianca. L’ambiente è selvaggio, sentieri da caprioli, ma nessun passaggio è difficile, solo un paio di tratti erosi dal tempo danno apprensione, basta solo avere un passo fermo e un po’ di attenzione. È assai emozionante passare alla base delle placche del monte, brevi antri ma nessun pertugio di sicurezza in caso di mal tempo. La lunga esperienza fatta sui versanti ripidi mi fa vagare con sicurezza, la traccia è sempre ben visibile, e il paesaggio davvero sublime.

 Rimango colpito dalle vertiginose pareti del versante orientale del Monte Toc, inaccessibili e affascinanti. Per fortuna il meteo con il passare del tempo migliora, e passo dopo passo, mi avvicino alla seconda meta, la forcella Agre (1574 m.).

La sella è materializzata da un faggio con i caratteri Agre scritti in rosso, in cui alla base, in un incavo, è stato ricavato l’alloggio per un barattolo di vetro, con all’interno il libro dei viandanti, reso inservibile dall’umidità. Scendo di pochi metri, seguendo i segni CAI, indirizzandomi verso il versante orientale, e decido di fare una sosta meditativa sul proseguo dell’escursione. Estraggo da una piccola sacca che ho al seguito una relazione sul monte Croda stampata su un foglio A4 e serbata in una custodia trasparente in plastica. La leggo più di una volta, mi guardo intorno e la descrizione mi risulta poco chiara. Ripongo lo scritto e mi organizzo per l’ascesa seguendo il mio intuito selvaggio. Decido di liberarmi degli oggetti superflui posti nello zaino e li lascio all’interno di un sacco che adagio alla base di un faggio. Una volta pronto, con me al seguito nello zaino porto il GPS, una giacca tecnica, una borraccia d’acqua. Passo dalla configurazione   escursionista esperto a lupo, e inizio l’ascesa rasentando una parete rocciosa, posta a nord, dopo di che, mi addentro in un vallone, ripidissimo, cadenzato da rari affusti, finché a monte si apre in un prato d’erba mista a ghiaia.

Tutto questo tratto percorso e quello in seguito fino al raggiungimento della vetta, sarà compiuto senza l’ausilio di nessuna traccia o segno. Dalle ghiaie mi sposto a sinistra, presso un crinale, e rasentando una parete rocciosa, mi addentro nell’imbuto alla fine del canalone, dove la vegetazione si fa più fitta e compaiono i primi mughi.

Alla mia destra osservo le strapiombanti pareti della versante orientale della Croda Bianca. Scruto, scorgendo in alto, dopo un’immensità di fittissimi mughi la bianchissima e luminosa cresta del monte. Mi fermo, rifletto, ed escogito come raggiungerla.  Mi faccio spazio tra i mughi, operazione non facile e immane, mi par di essere Laocoonte che lotta contro i serpenti marini, ma stavolta sarò io il vincitore. Infatti, riesco a raggiungere un albero solitario posto in mezzo alla mugheta, ma nella furibonda lotta ho perso e irrimediabilmente, un bastoncino da trekking, inghiottito dal mostro aghiforme. Al rientro in suo onore sacrificherò sull’ara i miei pantaloni da trekking. Mi districo a più non posso tra i tentacoli della mugheta e raggiungo la solitaria Acacia. Mi fermo a riposarmi dalla fatica affrontata nella prima ripresa, e prima di iniziare la seconda ripresa, mi ristudio l’ambiente. Poco avanti, dopo una serie di mughi, si erge una verticale e ben articolata parete, decido di avvicinarmi a essa, e una volta raggiunta, con passaggi di primo grado, e coadiuvato dai mughi e dagli appigli sulla roccia, scalo la stessa, sino ad arrivare alla base della cresta.

Da quest’ultima scorgo una cengia, anche se è molto esposta, è percorribile a oriente. Dopo alcune decine di metri, scorgo nella roccia una fenditura abbordabile, sarà un primo grado più, che con pochi movimenti mi porta sull’affilata cresta.

Dire che il crinale è tagliente come una lama non è un eufemismo. Cammino quasi carponi a occidente, tenendomi saldo ai mughi, in bilico tra la Val Mesaz a nord e la valle che si affaccia in Veneto a sud. Dopo il primo tratto affilato, la crestina si apre di un metro, ma devo lottare con i mughi, finché percorro un’insicura insellatura che si assottiglia, mostrandomi un pauroso strapiombo a nord. Con cautela mi calo, mantenendo la mia esposizione a sud, e ben appigliato alle rocce (molte sono fradice e si muovono) procedo fino alla forcella, da dove risalgo, tramite una insidiosa, affilata ed esposta cresta, cosparsa, per non farmi mancare nulla, del temibile ghiaino. Ritrovata la cresta, procedo con tratti altalenanti, sempre esposti su entrambi i versanti, finché non raggiungo la base del cupolone finale. In quest’ultimo percorso mi è venuto in mente il filosofo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche e la sua più grande opera “Così parlò Zarathustra” e in particolar riferimento al funambolo, l’autore si concentra sull’ambivalente figura del funambolo, utile per caratterizzare il percorso dell’uomo. Quest’ultimo, infatti, è per Nietzsche una sorta di “cavo teso tra la bestia e il superuomo”, un ponte, un elemento di transizione ormai al tramonto.

La figura del funambolo è stata interpretata in modi assai diversi, ora come uomo del presente che osa, spirito libero e dinamico, ora invece come il filisteo della professione al di fuori della quale non è nulla, ora come il simbolo dell’uomo che tende alla perfezione ma è ancora preso dalle vecchie fedi…

Fatta questa breve riflessione, con un leggero taglio, sempre tra i mughi, e poco sotto la linea di cresta, mi spingo fino a pochi metri sotto la vetta, dove gli indomiti mughi si diradano e capitolano per dare visione e deferenza all’ometto di pietre che sancisce la conquista del monte.

Il corposo ometto assume al mio sguardo la mirabile bellezza immaginaria di un arco di trionfo. Mi avvicino a esso con fierezza e beatitudine. Ho conquistato qualcosa di speciale, di unico, ne sono cosciente. Dalla lettura di un foglietto di carta, piegato e serbato in un cofanetto tra i sassi dell’ometto, deduco, che la vetta è frequentata solo da alpinisti di un certo spessore. Negli ultimi tre anni solo due visite e tre presenze, e con me fan quattro. Isso sul bastoncino da trekking il vessillo dello spirito libero, e istallo il mio barattolino di vetro, avendo molta cura verso il materiale preesistente, che custodisco con rispetto nel mio contenitore.

Dalla vetta il paesaggio è meraviglioso, spazia dai vicini monti: Toc e Cima Mora, alla maestosità del Col nudo, grande montagna che ho avuto l’onore di scalare in passato. Le catene montuose limitrofe del Friuli le conosco: in quelle del veneto mi perdo, riconoscendo tra le nubi lo Schiara. Desidererei concedermi il meritato riposo, ma mi aspetta la discesa dalla cresta, e questo distrae i miei pensieri.

Ripreso lo zaino, inizio il rientro, dall’affilata crestina decido di proseguire sino in fondo, raggiugendo l’ometto dell’ante-cima. Oltre non si va, a meno che non fossi Icaro. Studio il versante, e scendo a sud, tuffandomi, e non esagero, tra i mughi, finché, raggiunto un costone, lo aggiro, sino a immergermi ancora tra i mughi per raggiungere l’acacia solitaria dell’ascesa.  

La lotta è stata impari, ho subito profondi strappi nei calzoni, graffi su tutto il corpo, ma ho vinto. La mia sete di conquista è stata più poderosa della loro resistenza. Raggiunto l’affusto solitario, penso alla funzione della pianta in quel determinato luogo: pare un falso scopo, come lo chiamiamo noi artiglieri, un punto di riferimento, una guida, un faro, e tutti i mughi per questo lo rispettano. In fondo mi somiglia. Esso si diversifica dalla massa, e vola più in alto, avendo una visione pulita dell’ambiente in cui vive, consapevole di essere una guida di sicuro affidamento. Quante metafore ci dipinge la montagna e sta a noi saperle interpretare. Dall’acacia miro alla parete verticale posta in basso, dove trovo qualcosa che somiglia all’inizio di un canale, e dentro di esso, tra la folta vegetazione, mi destreggio, raggiungendo il verticale canale percorso all’andata. Fuori dai mughi procedo in discesa, zizzagando e stando attento a non scivolare sulle foglie secche. Una volta raggiunta la base del canale, devio a destra, pochi metri ancora ed eccomi al sacco con il mio materiale.

Ho una sete matta, durante l’ascesa ho razionato l’acqua, me ne rimane solo mezza borraccia, infatti accedo direttamente al succo di frutta. Sto in bilico, appoggiato a un tronco di faggio, non ho fame, ma qualcosa devo mangiare. Tiro fuori dalla borsa viveri due uova soda, le sguscio, e con un pizzico di sale che serbo in un barattolino do gusto. Rimetto il materiale nello zaino, e con esso mi riprendo il peso in totale. Ora le scelte sono due, e costato che il cellulare è ancora inutilizzabile. Fatti i conti, penso che il più è fatto e quindi non mi rimane che fare l’anello completo, con le restanti due forcelle: la Malbarc e la Bassa. Infatti, l’intuizione si rivela felice, è un continuo e dolce perdere di quota per un lunghissimo, ben marcato e segnato sentiero.  Volo tra i faggi del versante orientale, per poi passare sotto una paretina, ma nulla di complicato, il percosso fatto in precedenza sul versante occidentale è più impegnativo. La perdita di quota e constante e dopo la forcella Malbarc (1403 m.), sempre abbassandomi di quota, aggiro un colle, percorrendo un lunghissimo traverso che pare interminabile.  Sopraggiungo al punto dove il sentiero 906 si congiunge   e si sposa con il 958 proveniente dalla Val di Galina, pochi metri sotto la Forcella Bassa (1330 m).

Subito dopo la forcella, valicando a nord, trovo i resti di un bivacco posto all’ombra della forcella, da esso prosegue il sentiero 906, in una costante lunghissima discesa, per il versante orientale della Val Mesaz.

 Ho tanta sete e solo un goccio d’acqua nella borraccia, cerco di resistere, mentre odo a oriente lo scroscio del continuo scorrere del Torrente Mesaz, percepisco che in basso lo dovrò guadare.

Presso quota mille metri giungo a un bivio, avrei preso la continuazione a nord, non segnata CAI, ma transiterò per Casera Ditta, sperando di trovare qualcuno per avvisare casa che farò tardi. Quindi viro per il sentiero CAI, con le indicazioni per la Casera Gnan, e dopo una serie di tornanti, proseguo per la casera Ditta.

Giunto sull’’argine del torrente Mesaz, mi lascio incantare dalle fresche acque, stando in bilico sui massi e provvedendo a riempiere le borracce che ho al seguito e dissetarmi. <<Questa sì che è felicità!>> Esclamo! Ripreso il cammino, guado il torrente, raggiungendo la sovrastante casera Ditta. Purtroppo, nell’edificio trovo solo dei conigli al pascolo, non c’è nessuno. Sono stanchino, procedo per Pineda tramite il sentiero 905, sino a intravvedere Adriano, il gestore del rifugio in ascesa. Lo incrocio, lo saluto, e gli spiego il mio problema, e se gentilmente può avvisare Gigliola, l’amica di mia moglie, che io sto bene e che procedo al rientro. Mi rassicura che sarà fatto, quindi mi congedo da Adriano e riprendo il cammino. Dopo alcuni tornanti, il sentiero si immette sulla strada carrozzabile percorsa in mattinata, e in meno di un’ora raggiungo Pineda, e con essa l’auto. Fine dell’avventura. Parto in fretta! Dopo aver messo in moto l’auto, attacco anche il carica batteria del cellulare, sperando in una soluzione tecnica del problema. Nulla! Rimane bloccato. Mi avvio verso la pianura Friulana, l’atmosfera è crepuscolare, ho fame. Ho posto lo zaino sul sedile accanto al conducente, mentre guido estraggo dalla borsa viveri il panino, e lo consumo con voracità, mandandolo giù con l’acqua raccolta nel torrente. Presso la località Cellino, mentre guido, provo a muovere lo spinotto del carica batterie del cellulare. Miracolo! Grazia ricevuta! Il cellulare ha un sussulto di vita, resuscita e si riavvia, riprendendo le remote funzioni vitali. Chiamo di corsa casa, e sono sereno nell’avere la conferma, che il gestore della Casera Ditta è riuscito ad avvertire tramite interposti del mio ritardo. Ad un tratto cade la linea per mancanza di copertura di rete, tipica della valle del Cellino. Ne approfitto per rilassarmi e ripensare alla lunga giornata escursionistica e ai molteplici episodi accaduti, e la gioia per il lieto fine. Sono felice per aver conquistato una cima di tutto rispetto, che malgrado la non eccelsa altitudine mette a dura prova lo spirito e la tecnica dell’escursionista. Anche questa volta, la divinità mi ha concesso la sua benevolenza, scoprendo in me un temerario amante, che non si ferma davanti alle difficoltà, anzi, si esalta, portando a termine la missione che si è prefissato. Sedurre e amare l’eccelsa, la Montagna.

Il Forestiero Nomade.

Malfa.

 





































































































 

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