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lunedì 19 ottobre 2020

Il Monte San Calogero o Monte Euraco da Caccamo

Il Monte San Calogero o Monte Euraco da Caccamo

 

Note tecniche. Il Monte San Calogero o Monte Euraco è un sistema montuoso all’interno dei comuni di Termini Imerese, Caccamo e Sciara. Il monte si presenta come un poderoso massiccio costituito da calcari e dolomie originatesi dal mesozoico. A nord si affaccia sulla costa tirrenica, mentre a sud-ovest presenta due dorsali. La sua morfologia è varia e complessa, a tratti molto accidentata, con valloni profondi in cui si insedia la vegetazione naturale. Il contrasto paesaggistico fra le parti sommitali, aspre e selvagge, e quelle a valle, che hanno una dolce morfologia collinare, è molto forte. Ad ovest l'erosione fluviale delle rocce calcaree ha comportato la formazione di imponenti gole, canaloni e forre, come per esempio i valloni Pernice e Tre Pietre, dagli alvei profondamente incassati lungo una discontinuità tettonica. Queste erosioni torrentizie hanno messo a nudo le stratificazioni rocciose di epoche diverse, consentendo ai geologi di risalire alle origini del monte. Dalla sua vetta si può godere di un panorama bellissimo e spettacolare. Secondo la tradizione nelle sue rupi dimorò San Calogero e in una roccia lasciò l'impronta del suo piede nel cacciare i demoni che travagliavano il monte. Sulla cima il santo edificò una chiesa in onore di Maria Vergine, che ora è dedicata al santo. Di essa rimangono solo dei ruderi perimetrali. Si racconta che sino alla metà del XX secolo nei pressi della chiesetta era ancora visibile una statua frammentaria di pietra locale raffigurante il santo. A proposito del suo nome sappiamo che il territorio montano che si estende tra Caccamo e Termini era frequentato da calogheri, eremiti che avevano scelto di vivere la loro santità nel silenzio e nella solitudine. Questi anacoreti erano venerati e venivano visitati dagli abitanti del luogo: questa devozione diede origine al culto di San Calogero. Secondo alcuni autori il Calogero di Termini Imerese è forse da identificare con San Teoctisto, abate basiliano di Caccamo che vi dimorò nel IX secolo. Sulla montagna si è insediata un’avifauna molto interessante, nidificante ed installata sulle pareti più ripide del monte dove è possibile osservare l’aquila reale, la poiana ed il falco pellegrino. In primavera e in autunno, nelle zone più pianeggianti, accorrono numerosi uccelli di varie specie, alcuni dalle livree particolari come il rigogolo o le upupe. È possibile anche incontrare tracce dell’istrice e della volpe. Nella vegetazione arbustiva sta lo zigolo nero, un uccello stanziale. Fra i rettili si trovano quasi tutte le specie presenti in Sicilia. Il Monte San Calogero è dal 1998 una riserva naturale orientata.

 

 

 

Localizzazione:

Regione: Sicilia

Avvicinamento: Autostrada Palermo-Catania-Svincolo per Caccamo-Da Caccamo paese indicazione per la riserva di Monte San Calogero. Lasciare l’automezzo un centinaio di metri dopo che la stradina asfaltata di campagna ha termine (810 m. circa).

Dislivello: 600 m.


Dislivello complessivo: 600 m.


Distanza percorsa in Km: 9


Quota minima partenza: 810 m.

 

Quota massima raggiunta: 1326 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 4 ore

In: coppia

 

Tipologia Escursione: paesaggio-escursionistica

 

Difficoltà: escursionistica

 

Ferrata- valutazione difficoltà:

 

Segnavia: bolli verdi e arancio

 

Impegno fisico: medio

Preparazione tecnica: bassa

Attrezzature: no

 

Croce di vetta: si

Ometto di vetta: si

Libro di vetta: si

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

1)               Cartografici: IGM Sicilia–
2) Bibliografici:
3) Internet: 

2)               Periodo consigliato:  

3)                

4)               Da evitare da farsi in:

Condizioni del sentiero:

 

Fonti d’acqua: si

Consigliati:

Data: 15 settembre 2020

Il “Forestiero Nomade”
Malfa

La bellissima montagna di San Calogero si eleva imperiosa dalle acque del Mar Tirreno. Anni fa, alla prima visione m’incantò, e un intenso desiderio di conquistarla nacque in me, rinnovandolo di anno in anno.

Forse mi è mancato il coraggio di affrontare il monte, mi ha intimidito la sua immensa mole, esso, per i suoi irti pendii aridi e assolati e per il dislivello, appare inespugnabile. Ma la curiosità come fregò il gatto attira allo stesso modo l’escursionista curioso, e quest’anno ho deciso di soddisfare il desiderio!

Effettuando delle ricerche dalle web ho scoperto che la bella elevazione ha un nome cioè “San Calogero” (anticamente era frequentato da calogheri, eremiti che avevano scelto di vivere la loro santità nel silenzio e nella solitudine) e i sentieri di accesso non sono proibitivi, anzi, è una meta frequentata da molti escursionisti.

Tra gli itinerari possibili scelgo il classico, ovvero, il sentiero che inizia dalla campagna che domina Caccamo, raggiungendo la sovrastante depressione che prende il nome di Santa Maria. Durante il tragitto in auto, nella stradina del contado, abbiamo modo di ammirare la bella campagna siciliana, soprattutto (avendo i vetri dei finestrini abbassati), di inebriarci dagli aromi effusi dalla natura, Tutto questo contesto è davvero sublime. Raggiunto uno slargo dove ha termine la stradina asfaltata, sostiamo l’auto. Nel frattempo, sopraggiungono dei locali, che saputa la nostra meta, ci consigliano di continuare per un altro breve tratto, ma di sterrato. Ho trovato simpaticissimo questo breve incontro con i nativi, e per svariati motivi, ne elenco alcuni: nell’incontro ho apprezzato la loro spontanea gentilezza, e anche il linguaggio dialettale, che non è il mio palermitano (duro e aperto) ma quello tipico siciliano, cioè, dolce e canterino.

Lasciato il simpatico gruppo di siculi (andavano sicuramente a funghi) proseguiamo per un tratto di sterrato sino a lasciare l’auto in un breve spiazzo lungo il tratturo, una volta approntati (Giovanna e io) si parte.

Sono impaziente ed euforico, da tempo immemorabile desideravo questo momento, e i primi metri sono da estasi. Scruto da lontano la vetta del monte, il paesaggio, alcune mucche in pascolo, il cielo velato delicatamente. Chiudo gli occhi e mi inebrio ancora degli aromatizzi della campagna siciliana, sono davvero felice, mi sembra di vivere all’interno dell’anima di un universo magico, remoto e presente che sia ma nel medesimo istante. Dopo alcune centinaia di metri un cartello indica il sentiero per il monte. Trattasi di una carrareccia rovinata dall’erosione del tempo, sicuramente in passato utilizzata da carri. La pesta è uno sterrato di ghiaia, in alcuni tratti affiora il vecchio selciato, poi si restringe sino a sparire nel mistico bosco di roveri. Vederne così tante di queste regali piante, mi fa pensare agli antichi paladini normanni. Chissà quanti cavalieri durante una sosta hanno dimorato sotto una quercia, soldati, baroni, principi, menestrelli e malfattori. E i nobili, celati da una coperta e da lucente armatura facevano bei sogni, così al risveglio, ispirati, ereggevano chiese e città.

Il breve tratto nel fitto bosco è magico, l’ombra del leccio copre un sottobosco ricco di felci, muschi e arditi e simpatici ciclamini che spuntano dalla pietra lucente. Il sentiero è segnato dagli immancabili bolli fosforescenti verde o arancio, che si amalgamano con la natura. Bella idea! Usciti a campo aperto ci troviamo su un’ampia insellatura, i radi ometti ci indirizzano a nord, verso la mole rocciosa che dobbiamo scalare. Perdiamo leggermente quota, superiamo una recinzione, per poi risalire il ripido pendio erboso sino all’attacco della Rocca Fera, che per esili tracce scaliamo sul versante orientale tramite uno storico e antico sentiero artificiale, sicuramente edificato dai monaci basiliani che, per volere del Santo Teotista, costruirono sulla montagna una chiesa inizialmente intitolata alla Madonna e poi allo stesso Santo.

In alcuni tratti il percorso è ancora lastricato, emoziona al solo pensare di quanti, fedeli e no, siano sopra passati. Cammino sulle pietre levigate dal tempo e dal passo dell’uomo, ci alziamo di quota sino a sbucare in una sorprendente e fitta foresta di monoliti, davvero magica, e passiamo curiosi attraverso di essa. Ogni singolo monolite è come fatato, il sortilegio di un incantesimo, un intero esercito indomito trasformato in roccia, chissà da chi e per quale misteriosa causa. 

Dopo pochi metri, il sentiero ci conduce alla vetta, un’emozione davvero unica, se non fosse per l’obbrobriosa visione di una cabina elettrica per antenna.

Raggiunti i ruderi dell’edificio sacro, una piccola croce in legno sta a testimoniare la massima elevazione, ma forse la quota più alta è di alcune diecine di metri indietro, sul rilievo adiacente al nostro. Sganciamo gli zaini, e ci affacciamo dal belvedere naturale, è uno spettacolo che ne ha pochi uguali. Dalla nostra quota (1326 m.) tutto quello che osserviamo è infinitamente piccolo: a sud abbiamo l’azzurro mar Mediterraneo, e tutto intorno le cime delle montagne del palermitano, che sono nane a cospetto del monte San Calogero. Stiamo vivendo un irripetibile sogno. La vetta è davvero un luogo sacro, lo si percepisce da tutto, e noi siamo incantati, staremmo ore quassù, e per alcuni aspetti invidiamo gli antichi eremiti che vi dimoravano.

La bella giornata settembrina ci permette di protrarre l’escursione. L’avvicinamento non è stato lungo, escluse le soste, solo un paio di ore, quindi, rientriamo con calma, godendoci, attimo per attimo, il paesaggio e gli istanti d’amore, che rimarranno indelebili nella nostra memoria.

Ritorniamo all’auto con calma, con un passo lieve, scoprendo nella vegetazione piante mai viste. Riempiamo la memoria visiva di questo incantevole luogo, vorremmo risiedere in loco e venire più spesso, per carpirne altri segreti, o semplicemente per ammirare il tutto, magari solo per raccogliere funghi, e non è poco.

Il rientro alla normalità è mesto, osserviamo dei cavalli curiosi brucare all’ombra di un carrubo nei pressi di una fattoria, attirano la mia attenzione con un nitrito: piaccio tanto agli animali, e non è poco. Dall’alto di un quartiere periferico di Caccamo ammiriamo il castello, ancora storie e fantasie su principi normanni, principesse, soldati e paggi. La Sicilia è anche questo, ma la vita reale, lontana dai nostri sogni bussa, ed è tempo di svegliarsi. Ma noi siamo rimasti lassù con la mente e il corpo, e non abbiamo voglia, direi proprio di no, di svegliarci.

Il Forestiero Nomade.

Malfa







































































 

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