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giovedì 6 agosto 2020

Tamer Grande dal passo Duran.


Monte Tamer Grande.

 

Localizzazione: Dolomiti di Zoldo -gruppo del Tamer-San Sebastiano.

 

Regione: Veneto

 

Avvicinamento: Avvicinamento: Barcis-Cimolais-Erto-Longarone-Provinciale per la valle di Zoldo- Forno di Zoldo -Dont- Indicazioni per passo Duran-Raggiunto il passo Duran lasciare l’auto in uno dei numerosi parcheggi.

 

Dislivello: 950 m.


Dislivello complessivo: 960 m.


Distanza percorsa in Km: 16


Quota minima partenza: 1600 m.

 

Quota massima raggiunta: 2547 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 5 ore

In: Gruppo(trio)

 

Tipologia Escursione: paesaggistica-alpinistica

 

Difficoltà: Escursionisti esperti con passaggi di I e II grado.

Segnavia: CAI 524- bolli rossi e ometti

 

Impegno fisico: medio

Preparazione tecnica: medio-alta

Attrezzature: si

 

Croce di vetta: no

Ometto di vetta: si, anche troppi

Libro di vetta: istallato barattolino con il simbolo del gruppo.

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

Cartografici: 1) Carta Topografica Tabacco 025 – DOLOMITI DI ZOLDO, CADORINE E AGORDINE


2) Bibliografici:
3) Internet: 

1)               Periodo consigliato: luglio-ottobre

2)                

3)               Da evitare da farsi in: In presenza di vetrato, o terreno umido

Condizioni del sentiero: ben segnato e marcato

 

Fonti d’acqua: si

Consigliati: caschetto, inutile la corda per via della roccia marcia.

Data: venerdì 31 luglio 2020

Il “Forestiero Nomade”
Malfa                                                              

L’ascesa alla cima Pramper è diventata per il sottoscritto la madre di tutte le battaglie, da allora, mi sono spesso proiettato nel magico mondo delle dolomiti di Zoldo, tralasciando le tradizionali e ben conosciute mete friulane. Per quest’ultima uscita ho pensato alla cima nord del Tamer, e come compagni d’avventura gli estroversi Dario e Francesco.

La prima riunione per decidere la meta definitiva l’abbiamo compiuta nel quartiere generale di Dario (la sua abitazione). Dopo aver escluso vette prestigiose come il K2, il Duranno, e l'Aconcagua, ne rimangono due papabili: il Cervino e il Tamer Grande. Seguono lunghe ore di discursioni e di indecisioni (caffè a gogò), e il Cervino sembra prevalere, ma si va al voto segreto. Finalmente la fumata è bianca, e dall’ urna esce il nome del Tamer e una scheda bianca! Le difficoltà sono appena all’inizio, bisogna comunicare la scelta a Francesco, cosa non facile, nessuno di noi ne ha il coraggio. Mi prendo l’incarico, e dopo alcune ore di riflessione, mi trinco una bottiglia di Whisky e telefono all’amico. Attimi palpitanti e di tensione. Appresa la notizia. Francesco inizia un altro giro di consultazioni (lo immaginavo), entro la mezzanotte viene confermato il Tamer, con la clausola che si dovrà partire dal Passo Duran per il sentiero 524 (noto come “il cammino dello sterco delle vacche”). Purtroppo, Dario deve ingoiare il rospo, in cuore suo spera che le vacche che pascolano nel passo Duran siano passate a una vita migliore, cioè in macelleria come bistecche di manzo. L’appuntamento è fissato all’indomani e al solito posto, cioè, presso la caserma dei carabinieri di Montereale: << Prima o poi Francesco si costituisce.>> Commentiamo con l’amico.

Il giorno dell’escursione approdo nel cortile dell’abitazione di Dario (presso Maniago), con 3 minuti e 27 secondi di anticipo, trovando lo stesso alle prese Boto (il suo bel cagnetto) che deve fare i bisognini, mi chiede se devo farli anch’io, lo ringrazio del gentile invito, e gli rispondo che ho già dato. Mentre Dario finisce di espletare le ultime operazioni, io giochicchio con una simpatica micetta (Avana), tenerona e vogliosa di tante coccole. Nel frattempo, ricevo un sms da Francesco, aggiornandomi che da tempo remoto gironzola sul luogo prefissato. Infatti, noi, raggiunto Montereale Valcellina, lo troviamo alle prese con la chiusura della tenda dove ha pernottato in attesa del nostro arrivo. Gai e determinati, si parte più veloci della luce alla volta della Val di Zoldo. Durante il tragitto ripassiamo sulla carta tutti gli autovelox, ne abbiamo scovati ben cinque lungo l’itinerario. Dario ha davvero un fiuto speciale nello stanarli, una dote innata.

Raggiunto il passo Duran, impieghiamo una buona mezzora per trovare la giusta posizione dove sostare l’auto, mezzo serbatoio di gasolio sprecato solo per questo mistero della fede.  Finalmente a terra! Sbarchiamo, approntandoci lestamente. Dario, alla lettura su un cartello della scritta Duran ripetuta ben due volte di seguito, esclama “Wilde Boys!” Iniziamo bene! L’effetto provocato dall’alta quota si avverte. Si parte immediatamente per l’escursione, dirimpetto al rifugio, oltre una palizzata, un cartello CAI ci invita a seguire il numero 524. Dopo alcuni metri di tragitto (malgrado sia rapito dal fascino della Moiazza) si ascoltano le prime imprecazioni di Dario. Purtroppo, il sentiero è assai melmoso e le vacche sono vive e vegete, e sfottendoci ci danno anche il benvenuto. Le mucche (sempre loro), allegrotte e dispettose, hanno da poco finito di concimare il sentiero, con l’ausilio della pioggia notturna completano la poltiglia. Il primo tratto del sentiero è un continuo stare attenti a non scivolare, un lamento pietoso simile a una litania accompagna i nostri primi passi, è quello di Dario rivolto verso Francesco con un continuo: <<Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo!>> Dopo aver attraversato un impluvio, inizia il bello, finalmente la bianca roccia. Superiamo un tratto attrezzato, percorrendo un bel sentiero tra i mughi sino a incrociare un secondo impluvio, stavolta copioso d’acqua. Oltrepassato il bivio con il sentiero proveniente dalla località Malga di Caleda Vecchia, entriamo nel vallone dominato dalle cime del San Sebastiano e del Tamer. Con l’innalzarci di quota le zolle d’erba lasciano il posto alla ghiaia, così raggiungiamo il centro del teatro dolomitico. Meraviglia! È la prima volta che viaggio in questo magico ambiente, e ne sono estasiato. Francesco, esperto conoscitore di questi luoghi, mi fa da Cicerone. La nostra meta è a destra del catino di ghiaie, seguiamo il sentiero 524.

Dopo una comoda sella inizia la parte più faticosa dell’escursione, cioè, la risalita delle ghiaie sino alla forcella la Porta.  Francesco, durante la scalata tra gli sfasciumi, si commuove, per la pendenza e il ravanamento gli ricorda molto da vicino la forcella Larga. Poco sotto la forcella la Porta (a un’ora e trenta dal passo Duran) percepisco delle voci femminili, di giovincelle, immagino che siano delle fatine, la mia fantasia vola quando sono a corto di ossigeno. Invece trattasi di due giovani amazzoni accompagnate dal veterano, che stanno rientrando dal Tamer Nord. Chiediamo il grado delle difficoltà oggettive di quello che ci aspetta, rispondono che è facile ed elementare. A queste parole sento il commento di Francesco: <<Facile per loro, queste fanciulle devono essere le nipotine di Reinhold Messner.>> Effettivamente lo erano, perché la difficolta della paretina che incontreremo non è da sottovalutare. Presso la forcella, decidiamo di liberarci del peso superfluo, io dello zaino e di un bastoncino da trekking, l’altro lo porto con me (è la mia coperta di Linus). I miei prodi compari si liberano solo dei bastoncini, che assieme al mio zaino, occultiamo dietro un masso poco sopra la forcella. Una volta pronti, partiamo per il tratto più impegnativo dell’intera escursione, ovvero, percorrere il cengione. Appena iniziato il nostro cammino sul traverso, veniamo raggiunti da un trio più un cagnetto, anche loro aspirano al Tamer Grande. Li facciamo passare, noi procediamo con calma. La cengia è meno stretta e di quanto immaginavo, un po’ detritica, ma nulla di preoccupante, la percorriamo in tutta la sua lunghezza. Nel frattempo, ci supera l’ultimo attardato del trio, un istruttore CAI (anch’esso veterano) con telecamerina posta sul casco (strani rumori provengono dall’aggeggio come dei bip continui), lo ricontreremo dopo, ma molto dopo. Raggiungiamo un pulpito panoramico percorrendo il versante occidentale del Tamer Piccolo. Ci fermiamo un attimo per godere dell’ampia visione panoramica che offre il sito. Il cengione aggira lo sperone e prosegue sino al canalone detritico che si crea dalla confluenza del Tamer Piccolo con il Tamer Grande. Risalito di pochi metri il canalone di sfasciumi, seguendo sempre i bolli rossi e ometti, siamo alla base di un colatoio, dove dobbiamo scalare una paretina di I+ o II grado, le fonti di informazioni sul web divergono. Nel frattempo, ci raggiunge una giovane coppia, facciamo passare anche loro. Dalla loro ascesa comprendiamo il grado di difficoltà.  Ci aiutiamo con due corde fisse, una bianca e una viola, al rientro troviamo solo quella bianca. Il tratto è delicato, soprattutto per la caduta di sassi all’uscita della parete. Superato questo ostacolo, siamo a ridosso degli sfasciumi, altri passaggi articolati, uno dentro uno stretto corridoio (passaggio di I grado), e ultimi metri tra le roccette, finché arriviamo all’apice (a un’ora e trenta dalla forcella la Porta).

La cima reale è a destra, al termine di una placca inclinata, noi proseguiamo per questa, mentre gli escursionisti che in precedenza ci hanno superato sono appollaiati a sinistra, presso alcune roccette sovrastate da vistosi ometti di pietra.

Finalmente in vetta, fatta! Non avvertiamo tensione, siamo molto tranquilli, anzi, effervescenti e spiritosi. Una menzione speciale la dedichiamo a un amico, uno spirito libero, Ilario Morettin. Ci è giunta voce che da giovane egli fosse stato il secondo ballerino del corpo di ballo del Teatro Bol'šoj, naturalmente secondo solo a Rudolf Nureyev. Ilario non ce ne volere, sei troppo forte e ti vogliamo bene, e siamo coscienti che le nostre pose plastiche non sono adeguate alle tue. Francesco voleva fare anche delle pose con il tutù, ma quest’ultimi li abbiamo lasciati in basso, alla forcella. Dalla vetta ci godiamo delle meravigliose visioni, soprattutto quando lo sguardo si posa sulle cime del Pramper e del Castello del Moschesin.

La giornata è incantevole, beneficiamo di una visione eccezionale, dato che il cielo è terso. Tutte le dolomiti, da Zoldo alle cadorine sono in bella mostra. Nessuna fretta, abbiamo tanto tempo da dedicare alla beatitudine che ci dona l’ambiente montano. Il rientro avviene per lo stesso sentiero dell’andata , dove presso la paretina di II grado mi sono esibito in un fuori programma con scene davvero esilaranti  (foto e  video da me censurati). Spesso ci fermiamo, a commentare la bellezza del sito, folleggiando come dei ragazzini, ma ci sta. Siamo sereni, felici, amici ed è questo ciò che conta. Al rientro in auto (a due ore dalla vetta), i miei compari troveranno nel portabagagli del tè e dell’acqua piacevolmente freddi, per le birre provvederemo a Dont. Tra i bicchieri colmi e senza patatine fritte, fluiscono gli ultimi commenti all’avventura odierna. Il rientro alla pianura friulana è per il medesimo itinerario dell’andata, e come al mattino è accompagnato dai nostri dialoghi sui monti e sull’esistenzialismo; naturalmente soddisfattissimi di aver conquistato una Signora Montagna.

Il Forestiero Nomade.

Malfa.

 

 

 














































































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