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lunedì 31 luglio 2017

Monte Pizzul

 
Monte Pizzul 1985 m. da Cason DI Lanza.

Note tecniche.

Localizzazione: Alpi Carniche orientali.

Avvicinamento: Gemona-Pontebba-Indicazioni per Cason di Lanza.

Dislivello: 500 m.

 Dislivello complessivo: 500 m.

Distanza percorsa in Km: 5 km.

Quota minima partenza: 1552 m.

Quota massima raggiunta: 1985 m.

Tempi di percorrenza. Tre ore.

 In: Coppia + Magritte.

 Tipologia Escursione: Storico-Escursionistica.

Difficoltà: https://www.vienormali.it/images/layout/dif-EE.gif E.

Segnavia: CAI 422°.  

Attrezzature: No.

Croce di vetta: No.

Libro di vetta: Barattolo di vetta.

Timbro di vetta: No.

Cartografia consigliata: Tab 018.

Periodo consigliato: giugno-ottobre

Condizioni del sentiero: Ben segnato e marcato.

Fonti d’acqua: Si.

Data: 28 luglio 2017.

 

Il “Forestiero Nomade”

Malfa

 
Relazione:

Prima uscita in montagna dopo l’infortunio, le gambe non hanno mai smesso di sperare, ma ho aspettato l’occasione giusta, scegliendo una cima non impegnativa, che mi permettesse di camminare con sicurezza. In mente da quasi tutto l’inverno ho avuto Monte Pizzul come “piano B”, leggo con piacere che il termine si sta diffondendo tra coloro che scrivono nel gruppo. Un piano B, che ormai pensavo di effettuare da ottuagenario, ma l’imprevisto ha anticipato i tempi. Si parte con la famiglia al completo, anche Magritte (per simbiosi?) è convalescente. Dal giorno prima del mio incidente ha un occhio ferito, le cause sono ignote, ne avrà per un mese. La mia compagna, ha il triste compito di fare da badante e crocerossina, un bel trio, nulla da dire, in perfetto equilibrio tra il dramma e il comico. Si arriva a Cason di Lanza, dopo le innumerevoli curve, che sono una vera tortura per la mia compagna. Ma finalmente siamo nello spiazzo difronte il rifugio. Indosso gli scarponi, i movimenti sono rallentati dal ben visibile handicap, ciò mi permette di dedicare più tempo all’osservazione. Ho bene in mente il sentiero per il monte Pizzul, me lo ricordo così bene che lo sbaglio subito, prendendo quello che mi porta alla ferrata. L’Inconscio è chiaro, non vuole fare i sentieri in stile “Serpenti e Paura”, copiati, fatti e strafatti, ma la ragione stavolta non segue il cuore. Prendo dall’inizio il sentiero per la ferrata, la vocina interiore mi dice <<Beppe, dove cazzo vai?>> quasi allo sblocco sul ghiaione, decido di tornare indietro, Magritte e la compagna, mi seguono fiduciosi, leggo dei chiari punti interrogativi nelle loro espressioni. Chiedo scusa, ho sbagliato, si torna indietro. Il sentiero che si dirama dentro il lariceto è illuminato dal sole, noto alla mia destra una traccia per camoscio, la seguo senza esitazioni, essa si interrompe spesso a causa di schianti, non perdo la bussola, ho a meridione, come punto di riferimento, lo Zuc della Guardia, quindi tutto è sotto controllo. La traccia a volte riappare e mi conduce in un lungo traverso tra prati e mughi, fino ad adagiarsi in un incantevole e incontaminato catino popolato da grossi massi. Penso d’aver intuito la giusta direzione, scendiamo per poi risalire una traccia, che si infrange in un muro di mughi, e da qui non si passa. Si torna indietro, giro tra i massi in cerca di una soluzione, nel frattempo i neuroni allenati al pensare si spogliano della ruggine provocata dalla recente inoperatività. Guardo le pendici rocciose dello Zermula, (regola base quando ti perdi è di salire sempre in alto, ma non troppo, per il paradiso c’è sempre tempo). Con percorso libero, e qui il Malfa emula i grandi “Federica e Loris”, passiamo tra i massi, fino a lambire il ripido prato. Obiettivamente, sto godendo, questa è montagna. Raggiunto il vertice del ghiaione, sotto i bastioni rocciosi, lascio la compagna e il fido, e mi reco in esplorazione. Presso un pulpito roccioso, noto dall’alto, in lontananza, il sentiero CAI 422a, che porta alla Forca di Lanza. Dovremmo calarci per un canale con passaggi di terzo grado: <<Uhm, non è il caso!>> Studio la morfologia del terreno, ed  escogito un piano. Recupero la ciurma e scendo pochi metri in basso, libero Magritte dal guinzaglio, e ci lanciamo come Kamikaze tra i mughi, in direzione nord-ovest dovremmo trovare un varco. <<Eureka!>> Trovato il varco e anche una traccia, che scende tra i mughi finché, …Orpo! Un salto di alcuni metri mi sbarra la strada! Provo a ritornare indietro, ma tra i mughi non ce la farò mai, quindi ritento. Mi spingo sulla destra della traccia, tenendomi con la mano buona ai mughi, osservo! <<Si può fare, si può fare, vai Malfa, piccoli passi, e vedrai che ce la possiamo fare!>>. La mia compagna è timorosa, per la mia mano, le dico di avere fede, con piccoli e cauti passi in discesa, aiutandomi con i mughi scendo dal salto, ed ecco, sono giù. La stessa operazione compie Giovanna con Magritte. Abbiamo superato l’ostacolo, siamo sani e salvi, e nemmeno un graffio. Sorpresa! Sulle rocce troviamo un bollo rosso, sbiadito, e uno più avanti, e un altro più avanti ancora. Grazie al mio intuito e preparazione tecnica (colpo di culo stratosferico) ho trovato un vecchio sentiero dismesso, che mi permette di raggiungere l’umida conca prativa sotto lo Zuc della Guardia. Raggiunto il sentiero ufficiale CAI 422°, si prosegue verso la Forca di Lanza con facilità, tale che appendo comodamente la mano sinistra a una fettuccia dello zaino. Presso la forca vediamo scendere giù dalla nostra meta (Monte Pizzul) una turista, con una sacca in plastica in mano, raccoglie qualcosa. Si ferma, raccoglie e poi procede. Scoprirò in seguito che raccoglieva stelle alpine. A certa gente per rimanere in tema, bisognerebbe spezzare i ditini della mano.

Una labile traccia non segnata porta alla cima, essa solca il verde pendio erboso, molto ripido, ma rilassante, presto raggiungiamo una sorta di anticima dove nelle sue viscere sono scavate delle gallerie (opere belliche) e tutto intorno si notano delle chiare trincee. Siamo nel vecchio settore del Regio Esercito durante il primo conflitto mondiale, gli austroungarici stavano dall’altra parte della valle. Su queste cime si moriva più per il freddo e le valanghe che per i colpi di arma da fuoco. Raggiunta la cima, materializzata da un corposo ometto, e da un barattolo con libro di vetta, effettuiamo la sosta. Finalmente, ci rilassiamo. Le nuvole sono basse, fa freddino, ci copriamo, approfittandone per consumare il pasto. In lontananza, grazie alla bella visuale, osservo i monti principali della regione, tra cui “la Puttana”, si ho ribattezzato così la regina dei monti di Moggio, ora abbiamo un conto in sospeso. Sono sereno, rilassato, non c’è nulla da fantasticare, solo godersi il tutto, dimenticando per un attimo i patemi della vita quotidiana. Finita la sosta si riprende il cammino verso il rifugio Cason di Lanza, stavolta per il facile sentiero 422a, effettuando una breve puntata sul piccolo torrente che solca il catino erboso. Osservare lo scorrere dell’acqua mi fa pensare sempre ad Eraclito e all’eterno divenire. Ripreso il cammino in meno di un‘ora siamo in auto. Una volta cambiati gli abiti, andiamo a consumare qualcosa al rifugio, per poi riprendere il cammino verso la pianura. Consapevole di essere ritornato e di stare bene, penso che…” Sono un’aquila con un artiglio ferito, nulla di più”.

Il “Forestiero Nomade”

Malfa.

 




















































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