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mercoledì 28 giugno 2017

Monte Caserine Alte dalla Val Settimana.



Caserine Alte (2306 m.) dalla Val Settimana.

Note tecniche.

Localizzazione: Dolomiti friulane- Gruppo Caserine- Cornaghet.

Avvicinamento: Maniago-Montereale Valcellina- Barcis- Raggiunta la località di Pinedo (poco prima di Claut)  imboccare a sinistra la val Settimana, seguendo le indicazioni per il rifugio Pussa.

Dislivello: 1400 m.

Dislivello complessivo: 1400 m.

Distanza percorsa in Km: 18 km

Quota minima partenza: Spiazzo rifugio Pussa 925 m.

Quota massima raggiunta: 2306 m.

Tempi di percorrenza. 6 ore escluse le soste.

 In: Solitaria

 Tipologia Escursione: Selvaggia.

Difficoltà: https://www.vienormali.it/images/layout/dif-EE.gif E.E. A. II- F+

Segnavia:  CAI 393. Bolli rossi e ometti.

Attrezzature: No.

Croce di vetta: No.

Libro di vetta: No.

Timbro di vetta: No.

Cartografia consigliata: Tab 021.

Periodo consigliato: Giugno-Ottobre.

Condizioni del sentiero: Ben segnato e marcato

Fonti d’acqua: Nel bosco di conifere, piccolo ruscello poco prima della malga Senons

Data: 24 giugno 2017

 

Il “Forestiero Nomade”

Malfa

 
Relazione:

Un’estate assolata si avvicina, mancano pochi giorni al suo ingresso, il meteo sembra impazzito, ma per chi ama l’escursionismo è una manna. La montagna in molti casi somiglia ad un deserto di pietra e le avventure si susseguono accompagnate da finali senza piovaschi. Il tempo è notevolmente cambiato, rendendo le escursioni simili ad avventure nel vecchio western. Idealmente affrontiamo spesso un duello al sole con le nostre amate montagne, sia per conquistarle che per chiudere i conti in sospeso. Conti in sospeso? Si, dicesi ”Conto in Sospeso”, quell’escursione che per incapacità tecnica dell’escursionista o di sopraggiunti inconvenienti atmosferici, non conduce all’acquisizione dell’obbiettivo , ma ad un ritiro con abbandono dell’impresa. Quest’esperienza produce nell’escursionista una sorta di frustrazione, che con il passare dei giorni o dei mesi, aumenta in modo considerevole, fino a culminare in un’ossessione, che sovente diviene “Chiodo Fisso”. Come si guarisce da ciò? Semplice! Ritornando sul luogo del misfatto per la rivincita. Ultimamente ho letto le imprese di alcuni amici (amanti della montagna), e dei loro conti sospeso, finalmente saldati. Bene! <<Ho esclamato.>> Ho sorriso, e ho pensato ai miei conti da saldare, ne ho un paio, e il primo che mi è venuto in mente è il monte Caserine alte. Il primo tentativo per le Caserine alte l’ho effettuato due anni fa, il 31 luglio. Ricordo bene che anche allora era una bellissima giornata. Mi fermai a quota 2150, a soli 156 metri dalla vetta. Cercando di superare una piccola crestina andai in crisi, sensazioni difficili da spiegare. Per mesi ho riflettuto, concludendo che la causa di tutto sta nella testa, che a volte gioca brutti scherzi. Arriva il sabato mattino, mi alzo presto, sono impaziente di raggiungere la Val Settimana. Lo zaino è minimalista, carico solo acqua, lasciando nel borsone, la corda e le altre attrezzature; per questa cima servono braccia, gambe e testa. La Val settimana è uno scrigno, un tesoro per chi ama i sentieri selvaggi, la percorro fino in fondo, quattordici chilometri di stradina dissestata e ghiaioni. I tanti cartelli escursionistici del parco dolomitico mi ricordano le meraviglie che posso raggiungere seguendo le indicazioni. Arrivo nello spiazzo presso il rifugio Pussa (quota 925 m.), dove trovo un camper in sosta. Lungo la strada scruto il cielo (coperto dalle nuvole), ma non dispero, infatti giunto alla fine della valle l’azzurro domina lo scenario. Zaino in spalle e sogni al seguito, parto. Oggi sto bene, sono in forma. Dal parcheggio parte una lunghissima strada forestale, con divieto di transito per i non addetti e numerata sentiero CAI 393. In meno di un’ora raggiungo l’alpe che ospita la casera di Senons (quota 1323 m), entro nel locale adibito per il bivacco apportando la firma sul libro degli ospiti. Fuori dalla struttura ammiro le cime che circondano la malga. Tra di esse spiccano il monte Caserine, il Corno di Senors e la cima di San Francesco. Dalla casera per raggiungere la forcella del Pedole si dipartono due sentieri CAI, decido di prendere quello a destra (guardando a oriente) un po’ più lungo dell’altro (a sinistra) che parte a nord dell’edificio, ma più comodo come percorrenza. Dalla casera si abbassa pochi metri superando un secco impluvio, per poi risalire per ripida traccia all’interno del bosco di conifere. Uscendo dal bosco con andamento circolare il sentiero percorre tra larici e sparuti mughi l’anfiteatro boschivo posto sotto le dirupate pareti che circondano la conca. Attraverso una zona con grossi massi, fino a spingermi sotto la forcella di Pedole, che raggiungo risalendo tra zolle e ghiaie (due ore dal parcheggio, quota 1921 m.). Il sole filtra dalla piccola forcella che divide il corpo delle Caserine da quello del Burlaton. Sono carico, euforico, adrenalina a mille, ho tanto tempo a mia disposizione per raggiungere la vetta che dista solo trecento metri di dislivello. A meridione della forcella inizia il corpo roccioso della montagna, segnato con bolli rossi. Nel primo tratto di dolomia, dentro un incavo, decido di lasciare lo zaino, portandomi appresso lo stretto necessario (disposto nella mini sacca), casco e bastoncini telescopici. Inizio il primo tratto seguendo la direzione segnata da bolli e ometti, aggirando il versante occidentale mi ritrovo sul ripido prato orientale, che risalgo con facilità, coadiuvato dalla labile traccia e dai pochi segni. Presto raggiungo la prima paretina, un primo grado inferiore, che supero con facilità, portandomi sullo spallone superiore. Seguendo i bolli proseguo a oriente attraverso un sentierino, per poi risalire per facili roccette e zolle fino alla superiore cresta. Raggiunta quest’ultima (seguendo sempre i bolli rossi) la percorro ad oriente fino a quando si fa più esile.  Decido di liberarmi di uno dei bastoncini telescopici , adopererò l’altro nelle ghiaie sommitali. Ho raggiunto finalmente la fatidica cresta che due anni prima mi arrestò. È giunta l’ora di regolare il conto, mi servirebbe un sottofondo musicale, una colonna sonora di Ennio Morricone. Sin da subito mi rendo conto che l’ostacolo è meno complesso di quanto pensassi. In una frazione di secondi il centinaio di cime che ho percorso negli ultimi anni si materializza nei ricordi, riconoscendo che ne ho fatta di strada, e ora sono un altro uomo che affronta questo ostacolo. Mi avvicino ad essa [la cresta], trovando tanti appoggi e appigli, la supero velocemente, divertendomi. Raggiunto l’altro estremo mi concentro sul prosieguo, cercando di superare l’euforia provocata dal superamento dell’ostacolo.   Nuvole leggere e basse giocano a nascondino, velandomi la roccia, ma non temo nulla, osservo la loro altezza e consistenza, le chiamo nuvole d’aria condizionata, perché più che timore mi portano delizia e refrigerio. Mi concentro sulla roccia, seguendo i radi bolli, passaggi facili su roccette, fino a raggiungere un camino, incassato e articolato, è una delizia risalirlo. Nessuna esposizione, anzi, in breve raggiungo la base della cresta sommitale, dove sono ben visibili le tracce che tra le ghiaie mi portano alla sospirata cima. La vetta è ben nascosta, raggiungo la cresta, sopra di me solo ed esclusivamente cielo azzurro, tinto a sprazzi dalle nuvole, bianche e leggere. Vedo l’ometto, pochi metri ancora, pochi… dall’immensità, dalla felicità. Ci sono! Trovo anche il tempo di fare un video, per poi lasciarmi andare all’euforia. La cresta è lunga, vedo altri ometti in successione sui dorsi, mi viene il dubbio che se questa sia la cima più alta, il GPS mi conferma che sono sulla quota più alta. Sono indeciso se percorrere fino in fondo il crinale o fermarmi sulla cima. Decido per la seconda ipotesi, dedicando del tempo a questo meraviglioso evento. Non trovo il libro di vetta, solo una rudimentale croce costruita con due bastoncini e un elastico. Mi siedo su una pietra comoda, mi godo l’infinito paesaggio. Osservo le nuvole, che come tante farfalle, giocano a velare e svelare. Dall’alto le cime circostanti appaiono piccole, leggibili, inoffensive. È una montagna magica, dalle sue pietre trasuda tanta energia, e di essa, io, ora mi nutro. Ho voglia di liberami di tutto, voglio avere con la montagna un rapporto carnale, passionale, erotico. Decido di denudarmi, non per mero esibizionismo, questa è una cima che ha pochi frequentatori, ma per un forte desiderio che brama il mio animo. Visto che il meteo può cambiare all’improvviso, nello spogliarmi depongo tutto con cura e in ordine, fino a trovarmi del tutto ignudo. Camminare sulle affilate pietre non è facile, ma mi tocca, fatta la foto ricordo per i nipotini mi siedo sulla comoda pietra. Sono libero, sono io! Sono rispettoso della montagna, sentirmi un tutt’uno con lei mi fa sentire bene e mi dà forza ed energia, che conserverò a lungo.  Dopo una buona mezzoretta passata ad occhi chiusi per sentire con più enfasi le mani del vento accarezzare il mio corpo, mi rivesto, con calma. Controllo che non abbia dimenticato nulla e mi avvio per il rientro, mi fermo, torno indietro! Mi ricordo che nelle tasche appese alla cintola tengo un contenitore vuoto di pasticche energetiche, estraggo da un'altra tasca un biglietto bianco, e scrivo una dedica. Piego il biglietto ponendolo dentro il contenitore, e una volta chiuso lo inserisco nelle cavità create dai sassi dell’ometto di vetta. Con calma riprendo la discesa, anche stavolta mi appare più facile della salita, supero la fatidica crestina in basso, e in breve raggiungo la forcella di Pedole. Dopo aver recuperato lo zaino, effettuo una breve sosta. Rimetto a posto i materiali, e successivamente estraggo i viveri. Non ho molta fame, la gioia della conquista mi ha tolto appetito, riesco a mangiare solo un paio di banane (utili per recuperare la fatica accumulata alle gambe) e bere una spremuta d’arancia. Il resto decido di mangiarlo dopo, magari alla casera del Senons. Mi appronto, vorrei scalare un’altra cima vicina, ma parlando tra me, dico: <<Hai vinto, cerca di non stravincere!>> Rinvio ad un’altra occasione la meta che avevo in serbo. Per il rientro cambio sentiero, scegliendo quello che in discesa percorre il lato destro del catino erboso. Tra segni e radi ometti, mi inoltro nel bosco, superando un rivolo, e successivamente raggiungo da settentrione il prato circostante della casera Senons. Avverto e odo la presenza di esseri umani, infatti, davanti alla casera stanno banchettando un gruppo di pacifici escursionisti. Mi avvicino, saluto ed entro nell’edificio, aprendo il libro dei visitatori, e tramite rapida scrittura rassicuro chi fosse stato in pensiero per il sottoscritto, che sono salito in cima e ridisceso sano e salvo. Abbandono velocemente la casera, rinviando i propositi di consumare il panino a luogo da destinarsi. Subito dopo avvisto un gruppo di escursionisti, armati di reticella, a caccia di farfalle, sono infastidito da tale esercizio, e non poco; li fotografo, poco dopo avvisto anche un fuoristrada targato Slovenia. Gli eroici cacciatori di farfalle si sono pure risparmiati la fatica di fare strada a piedi, riservando tutte le loro energie per rincorrere le incolpevoli vittime. Sicuramente a pochi interesserà della vita delle farfalle, ma personalmente mi da fastidio vedere costoro dentro un parco naturalistico. Perché non vanno a caccia di pantegane? Apprezzerei molto la loro ricerca! La vita di una farfalla è così breve! Comunque a parte questo episodio, termino l’escursione nel migliore dei modi, raggiugendo l’auto. Una volta cambiatomi dagli abiti sudaticci, riprendo il cammino lungo la Val Settimana, ora brulicante di turisti. Il cellulare non ha campo, quindi ne approfitto per consumare il famoso panino. Uscito dalla valle e avendo campo, rassicuro la moglie delle mie condizioni, invitandola a cena. Chiuso il cellulare venivo tempestato da sms, una triste notizia mi giungeva, un mio amico è prematuramente scomparso, raggiungendo il cielo per altra via. La vita è breve, come un battito d’ali di farfalla e va goduta fino in fondo, senza chiedersi se è giusta o no, ma vivendola. Con questo riflessione raggiungo l’abitazione, accompagnato da mille pensieri, così come poco prima sulla cima ero avvolto dalle nuvole.

Il “Forestiero Nomade”

Malfa.






































































































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