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giovedì 22 giugno 2017

Terza Media 2455 m.

 
Monte Terza Media 2455 m. da Campolongo.

Note tecniche.

Localizzazione: Alpi Orientali-Alpi Carniche- Gruppo Terze Clap.

Avvicinamento: Spilimbergo- Pinzano-Cornino-Cavasso-Tolmezzo-Villa Santina- Ovaro-Rigolato-Sappada-Campolongo di Cadore (BL) -Frazione di Pomarè.

Dislivello: 1466 m.

Dislivello complessivo: 1624 m.

Distanza percorsa in Km: 18,5 km.

Quota minima partenza: 989 m.

Quota massima raggiunta: 2455 m.

Tempi di percorrenza. 7 ore senza soste.

 In: solitaria.

 Tipologia Escursione: Selvaggia-Alpinistica.

Difficoltà: https://www.vienormali.it/images/layout/dif-EE.gif Escursionisti Esperti con esperienze minime alpinistiche- Passaggi di I e II°, tratti attrezzati con cavi, altri con chiodi fissi.

Segnavia: CAI 313- 310-Bolli rossi sbiaditi, radi ometti.

Attrezzature: Si

Croce di vetta: Si

Libro di vetta: Si

Timbro di vetta: No.

Cartografia consigliata:

Periodo consigliato: giugno-settembre

Condizioni del sentiero: Il tratto CAI fino al passo della Digola ben segnato, il sentiero fino alla cima segnato con radi bolli rossi e ometti.

Fonti d’acqua: Ultima presso la Tabia Digola.

Data: 17 giugno 2017.

 

Il “Forestiero Nomade”

Malfa

 
Relazione:

 L’escursione sulla cresta del monte Ferro mi ha lasciato l’amaro in bocca, arrivare quasi alla meta e per pochi metri non raggiungerla è deleterio, tutto alla fine sa di incompiuto. Scendendo dai laghi d’Olbe ho dato uno sguardo alle belle catene montuose site a sud della cittadina turistica, l’occhietto curioso si è posato sulle Terze: prima sulla piccola, e successivamente sulle altre due. Sono rientrato a casa con il chiodo fisso delle terze, senza sapere quale delle due, tra le minori, quale avrei fatto per il prossimo weekend. Durante la settimana le studio entrambe, la scelta sembra cadere sulla Media, su internet visiono i video e le foto, non trovo molte informazioni a riguardo. Decido di scalare la Terza media da Campolongo di Cadore, riservandomi la Terza Piccola come piano B. Lo zaino per l’escursione è più capiente del solito. Oltre al normale bagaglio porto al seguito un cordino di trenta metri con attrezzatura per fare una doppia in calata e il kit completo di autoassicurazione. Per gli “Esperti” apparirò esagerato, preferisco portarmi la casa al seguito piuttosto che esclamare:<<…azzo, lo sapevo! ho lasciato in auto questo o quell’altro.>>. La notte dormo come un ghiro, mi alzo riposato, fresco, procedo per la preparazione e la vestizione. Con l’armamentario al seguito mi catapulto per la strada, in direzione Campolongo. Lungo il tragitto, come spesso mi succede d’estate, attraverso tutta la Carnia, e più la conosco e più l’amo. Presso il lago di Cavasso Carnico mi fermo a fotografare il cielo, anche un altro automobilista ha avuto la mia stessa idea.

I colori delicati dell’aurora tingono di rosa il cielo, creando con le nuvole degli strani disegni, tutto comincia a somigliare a un sogno e in esso entro. La neve è totalmente scomparsa dalle cime, ed esse esercitano un fortissimo richiamo per l’escursionista. Vorrei avere il dono dell’ubiquità, essere presente su tutte le cime nello stesso tempo. Devo concentrarmi sulla meta di oggi, da Sappada la vedo, in mezzo alle due sorelline, bella, dalle bianche rocce, il manto verde e il cielo come sfondo le danno un aspetto regale. La statale mi porta alla cittadina di Campolongo, attraversando il Piave, fiume sacro alla Patria. Una stradina si inoltra nella valle, dopo le ultime case della frazione di Pomarè scorgo sulla destra uno spiazzo, di fronte inizia (segnalato da tabella) il sentiero per       forcella Digola (quota 989 m). Zaino in spalle e sogni al seguito, parto! Percorsi pochi metri di carrareccia mi accorgo di aver lasciato un litro d’acqua in auto, cavolo, equivale a suicidarsi. Ridiscendo, e recupero il vitale liquido. Il sentiero CAI è numerato 313, inizia con una carrareccia, il primo tratto di percorso è ripido e panoramico, si inoltra nel pendio boschivo (abeti bianchi), con monotono andamento. L’ampia mulattiera sembra un grande trincerone, non praticabile per carri, ma scomodo per chi va a piedi, ai suoi margini, si intravede una labile traccia, sicuramente creata dai numerosi escursionisti, stufi di ravanare sulle pietraie. Unica attrazione è la bella casera di Tabia Ronco del Popo, posta a 1394 metri di quota, il sole filtra con i suoi raggi e lo sguardo vola alle lontane creste del monte Rinaldo. Rientro nell’ombroso bosco tra i silenti abeti dritti come bastoni di scopa, l’unica consolazione è la frescura che emanano insieme all’amabile odore di resina che inebria l’aria. Dopo aver ravanato nella noia più totale e aver percorso quasi seicento metri di dislivello, il paesaggio cambia radicalmente. Alla mia destra noto un bel gruppo montuoso, le più vicine crode di Mezzodì e le bellissime torri del monte Cornon; ne rimango incantato, desidero il contatto con la dolomia. Quegli spuntoni protesi verso il cielo sono una calamita per la mia mente. La carrareccia si fa spazio nel vallone posto tra le due Terze. Alla mia destra scorgo i torrioni dolomitici della Terza Media, mentre la Terza piccola rimane ancora nascosta dietro gli abeti rossi. Lasciata la diramazione per la Val Frison (a destra sentiero 312) proseguo a sinistra seguendo le indicazioni per casera Digola, dopo un tornante la raggiungo. Due isolate e annoiate mucche sono poste di guardia all’edificio, le altre della mandria sono in riunione presso una fontana ricavata da un tronco d’albero. Un cartello con le indicazioni per il bivacco Franco Marta (sent. 310) mi conferma che sono sulla strada giusta. Le simpatiche cornute (vacche) mi ostruiscono il passo, ma posano ben volentieri. Aggiro l’ostacolo risalendo la piccola recinzione, così mi ritrovo in un ampio campo inerbito con radi massi. Su un abete è posta una targhetta con i colori CAI, anche se la freccia non indica nessuna direzione, cerco intorno i segni del calpestio, niente, le tracce spariscono nell’erba. Salgo per prati fino alla forcella, ridiscendo e giro intorno al segno CAI, finché su un masso leggo una scritta sbiadita. Mi fermo, mi guardo intorno, le mucche sono omertose e non mi sono d’aiuto, tra la fila di conifere che delimitano il prato scorgo un passaggio, mi avvicino: <<Ma va fa…!>> Insomma, impreco, ho trovato finalmente la traccia, che dopo pochi metri abbandona i radi larici per risalire un esiguo canalone detritico (posto in direzione sud della carrareccia). E’ inutile scrivere che si tratta di un sentiero per esperti, secondo me è un sentiero E.E.C. (Escursionisti Esperti Conoscitori della zona). Pazienza, si va avanti, risalgo il canalone detritico, sporadici bolli mi invitano a virare a occidente percorrendo le pendici settentrionali della Terza Media. Superato un primo canalone, rientro per pochi metri tra i mughi e larici per addentrarmi dentro un grande e incassato canalone detritico, posto tra le dirupate pareti occidentali del monte. I bolli rossi e gli sparuti segni CAI mi guidano tra le rocce fino all’inerbita forcella posta a 2090 metri di quota (masso con indicazioni per la vetta e per il bivacco Franco Marta). Guardando i dati sul GPS leggo che ho percorso già 1100 metri di dislivello e sono fresco come una rosa, malgrado lo zaino sia pesante. Durante la salita del canalone ho pensato dove avrei potuto lasciare il pesante fardello, ho deciso di lasciarlo presso la forcella, nascosto dietro un masso. Mi appronto per la vetta estraendo la sacca dallo zaino, e mettendo dentro di essa corda e lo stretto indispensabile. Indosso fin da subito l’imbrago, agganciando ad esso il casco. Sono pronto, lascio dietro il masso lo zaino a godersi il panorama e continuo per la meta. Il primo tratto è dolce, il sentierino risale tra zolle erbose e roccette il versante occidentale del monte; alcune sculture di dolomia sono spettacolari, soprattutto una sembra messa lì dal signore degli inferi. Ci passo sotto, l’adoro come se la roccia dalla fantasiosa forma fosse un totem. Esili sentieri e piccole cenge mi portato nel tratto finale, dove il verde prato si inchina alla bianca montagna. A primo acchito non sembra così difficile, un esile traccia percorre la base della placca, dominata dalle frastagliate e aguzze guglie. Ma superato il piano inclinato mi ritrovo un grande masso a ostruirmi il passo. Dei segni mi indicano di salire sulla cresta del canalino. Abbandono uno dei due bastoncini telescopici e aggiro per passaggi di primo grado a sinistra il masso, (al ritorno scopro che è meno avventuroso aggirarlo alla sua destra) portandomi alla base della grande placca. Noto alcuni chiodi fissi, con un passaggio di primo grado salgo sulla placca, osservo i radi segni rossi, con cautela seguendo un’immaginaria diagonale mi spingo verso la crestina che si aggetta su un canalone. Nel frattempo odo delle voci provenire dal basso, due giovani risalgono la china, Luca e Giovanna (provenienti dal sentiero 313 con partenza da Sappada). Rallento il passo, sosto presso la crestina, i ragazzi mi raggiungono, ci presentiamo: Luca è stato mio maestro di roccia del corso che ho frequentato dieci anni or sono, si ricorda di me per via di una caricatura che ho fatto al presidente del C.A.I di Spilimbergo, Giovanna è la sua amica. I giovani si destreggiano sulla roccia con tale disinvoltura da sembrare angeli che volano. Do la precedenza a loro, e seguendoli risalgo lo stretto canalino che si ferma nell’unico ostacolo degno di rilievo di tutta l’escursione. Un grosso masso ostruisce la parte finale del corridoio detritico, costringendo gli escursionisti a ricorrere al cavo fisso posto sulla verticale parete destra, lunga circa 6 metri. Luca, con un’ampia apertura di gambe (di slancio) supera l’ostacolo, Giovanna lo segue a ruota, e io? Il vecio si ferma sotto la paretina con la bocca aperta, come se fosse la prima volta che ne vedo una. Insomma, ci metto un bel po’, usando più la forza delle braccia e gambe che cervello, ma alla fine grazie alla sapiente guida di Luca, supero l’ostacolo. Mi ritrovo sul ripido prato sommitale, poco sotto la cresta. L’adrenalina accumulata nel salto mi ha tolto energie, loro mi precedono, io mi attardo recuperando forza e dinamismo. Le balze erbose mi portano al tratto più affascinante dell’escursione, mentre Luca fotografa e Giovanna raggiunge la cima, io mi diverto a salire le roccette, portandomi a filo di cresta. Wow! Che spettacolo! La cresta che collega le due Terze, la Media alla Grande è di una bellezza inverosimile, ma non posso dilungarmi, mi manca l’ultimo tratto prima della cima. Le roccette mi portano ad attraversare la fenditura di un grosso masso, devo entrarci di taglio tirando indietro il ventre, come quell’istante quando sulla spiaggia passa una bella ragazza e si fischietta indifferentemente, simulando doti fisiche di cui non si è dotati. Lo spacco è profondo più di un metro, equivale a una prova costume, si corre il rischio di rimanere dentro incastrati. Dopo il supplizio c’è un’altra prova da superare, l’ultima, la decisiva: un cavo in metallo all’uscita dell’intaglio, che percorre l’affilata e super esposta crestina. Mi aggancio con i moschettoni al cavo, finché attraversata la cresta (l’ultimo tratto quasi in ginocchio) raggiungo la base della vetta, ovvero un ripido ed esposto pendio, tra zolle e roccette che mi porta su, alla piccola croce di legno. Lì, trovo Luca, che imitando il Dio apollo mostra la sua muscolatura, mentre Giovanna è intenta a mandare alla zietta la foto della cima con un sms:<< Scusa zia, non sono a “Città Fiera”, ma sulla Terza Media. Non dire niente a mamma, mi raccomando!>> Beh, ho fantasticato, ma questa Giovanna è tosta, e Luca non di meno. Non so se la mia autostima è accresciuta o diminuita. Andare in montagna in un luogo selvaggio e ritrovarsi con dei giovani Nives Meroi e Romano Benet non è da tutti. È stato bello incontrarli, chiedo cortesemente una foto di vetta, stavolta niente autoscatto, e dopo aver ammirato l’immensità del paesaggio, lascio il sito e i giovani a godersi la cima. Li saluto e mi preparo per il rientro. Stranamente la discesa si rivela più facile di quanto immaginassi.  In beata solitudine vado sicuro, supero subito la prova costume passando dentro l’intaglio (avrò perso due chili sulla crestina esposta), e arrivato al salto, lo supero con facilità, ricordandomi le nozioni basi del corso di roccia (cioè di come sfruttare bene gli appigli e gli appoggi) mi calo con nonchalance. La stessa serenità e agilità la mantengo durante la discesa sulla placca, e così senza patemi raggiungo la fine del tratto roccioso. Recuperati i bastoncini telescopici, ripasso sotto la cuspide rocciosa, ora tutto è più semplice.  Così fischiettando e baciato dal sole raggiungo il masso con le indicazioni dove ho lasciato lo zaino. Mi ricompongo, dispongo gli oggetti negli appositi spazi, portandomi successivamente sul margine superiore del canalone. Mi siedo su un fazzoletto d’erba ad ammirare la bellissima mole della Terza Piccola. Estraggo dallo zaino i viveri, divorando le cibarie con bramosa voracità. Il cibo inspiegabilmente dopo la fatica acquista più sapore. Un venticello mi delizia, sono in canotta, e mi faccio cullare dal contrasto che si crea tra i raggi caldi del sole e la corrente che ventila la forcella. Sono felice? Si, lo sono! Trascorro un’ora di relax, ammirando questo paradiso. I ragazzi nel frattempo mi raggiungono, ci salutiamo, io continuo ancora per un po’ la sosta. Ripreso il cammino, con calma scendo dal canalone e raggiungo la malga sottostante, le mucche sono svanite, saranno rintanate dentro il bosco. Presso la casera Digola, mentre sono intento a sistemare l’allacciatura degli scarponi vengo raggiunto da una simpatica coppia di escursionisti. Scambio veloce di battute, per poi riprendere il cammino verso l’auto. Del ritorno e del sentiero tedioso non ricordo nulla, per la noia ho rimosso tutto. Dopo circa un’ora raggiungo la frazione di Pomarè. Wow! Bella, bella escursione, osservo l’intenso azzurro del cielo, sto vivendo un sogno. Sistemato il materiale, e recuperato un aspetto decente mi avvio per il rientro alla maison. Lungo la strada tutto mi appare meraviglioso: i volti della gente, i negozi, le cime; un puntino rombante giallo mi si avvicina, superandomi a sinistra, sul retro del bolide ammiro il marchio del cavallino. Pochi tornanti dopo, presso un curvone la stessa fuoriserie è ferma, il conducente all’esterno dell’abitacolo indossa una maglietta dello stesso colore dell’auto e del sole. Accendo l’autoradio, una musica ridondante “disco music” riempie di suono l’abitacolo, tengo i finestrini abbassati, il vento mi pettina i capelli. Il cielo azzurro e il sole mi inebriano, il ritmo ipnotico della musica accompagna queste immagini, osservo la bella gente carnica indaffararsi nelle operazioni del quotidiano. Dopo Ovaro la stradina si restringe, improvvisamente si crea una fila di automobili. Tutto si ferma, in un irreale silenzio, lungo una frazione che precede un’orda barbarica che mi riporta ai primordi della civiltà. Dal finestrino dell’auto vedo transitare in senso contrario degli asini, un intenso belare annuncia un esercito infinito di pecore preceduto dal suo condottiero e dai fedeli cani. Essi avanzano, incontrastati verso occidente, passano, ti sfiorano, condotti verso un’ignota meta. Il pastore è alto, bello, un uomo di mezza età, brizzolato con barbetta, occhi azzurri, è il mio ritratto. Non oso crederci, ma sto vivendo contemporaneamente futuro e passato, ci salutiamo specchiandoci l’uno nell’altro, mentre il suo invincibile esercito marcia inesorabilmente verso nuove terre. Con queste immagini termina la mia avventurosa giornata, intrisa di magia fin dall’aurora. Raggiungo casa, in estasi, e con un sogno da raccontare.

Malfa “Forestiero Nomade”

 















































































































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