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venerdì 11 dicembre 2015

Crode dei Longerin-Monte schiaron da San Pietro di Cadore.

 
Croda dei Longerin sud (2547 m) e Monte Schiaron (2249 m).

Note tecniche.

Localizzazione: Dorsale Carnica occidentale- Sottogruppo delle Crode dei Longherin.

Avvicinamento: Tolmezzo- Villa Santina-Ovaro-Rigolato- Sappada- San Pietro di Cadore- (Valle o Costalta) - Rifugio Forcella Zovo.

Punto di Partenza: Spiazzo poco sotto il rifugio Forcella Zovo.

Tempi di marcia escludendo le soste: 6 ore.

Dislivello in salita: 1017 m.

Dislivello complessivo:1190 m.

Distanza percorsa in Km: 18,800.

Quota minima partenza: 1530 m.

Quota massima raggiunta: 2547.

Condizioni Meteo: Eccellenti.

Segnavia: CAI- 169-195-196.

Fonti d’acqua: abbondanti, anche in alta quota.

Difficoltà: Escursionisti Esperti.

Attrezzature: Nessuna.

Cartografia consigliata. Tabacco 01

Data: 08 dicembre 2015

Condizioni del sentiero: ben marcato fino ai piani di Vissada, dalla forcella dei Longerin fino alla croda, scarsamente segnato, e radi ometti.

Periodo consigliato: giugno-ottobre


Il vostro “Forestiero Nomade”. Malfa.

Relazione.


 
Da cosa nasce cosa! Detto famoso e veritiero, da escursione nasce escursione. E così è stato per quest’ultima fatica. Nella precedente escursione avevo percorso il versante settentrionale dei torrioni dei Longerin, e ne rimasi incantato, sentivo il loro richiamo, mi fu arduo resistere. Approfittando del bel tempo e della festività infrasettimanale, ho deciso di non resistere al richiamo. Martedì mattina sono pronto come sempre per una nuova avventura, in compagnia del mio caro amico(Magritte). Partenza anticipata per via della distanza della meta. Giungo nella vallata di Sappada che è ancora notte, i cannoni sparaneve sono in azione, nel cielo stellato fa capolino uno spicchio di Luna. Il borgo è illuminato dalle luci natalizie, l’atmosfera è da sogno, quasi ipnotica. Arrivo nella località di San Pietro di Cadore e seguo la segnaletica per il borgo di Valle. Mi fermo un attimo ad ammirare l’aurora che accarezza i monti. Riprendo il cammino in auto risalendo la ripida strada forestale asfaltata, stretta ed esposta a oriente. Superando numerosi e caratteristici stavoli giungo in uno spiazzo poco sotto il rifugio della Forcella di Zovo. Parcheggio l’auto, zaino in spalle si parte (direzione nord)! Subito dopo, un cartello CAI mi invita a seguire la carrareccia a settentrione,alcuni metri dopo la rotabile si biforca, quella a sinistra scende fino al borgo di Costalta, quella a destra aggirando il rifugio della forcella scende fino alla valle di Visdende. Un cospicuo numero di cartelli CAI è posto nella forcella di Zovo (quota 1608 m.). Seguo le indicazioni per val Vissana. Il sentiero numerato 169, partendo dalla strada forestale si inoltra nel bosco di conifere, per poi uscire allo scoperto assumendo il caratteristico aspetto di una mulattiera di guerra scavata nella roccia. Il percorso aggirando l’esposto versante meridionale del Monte San Daniele, domina l’affascinate Val Visdende. Essa è dominata dal monte Rinaldo, dalle creste del Palombino, e dalla lontana e inconfondibile mole del monte Peralba. Sono estasiato da tanta meraviglia, il cielo terso e la temperatura mite contribuiscono a questo mia felicità. Continuo per il sentiero innevato da soffice neve, risalendo il ripido versante meridionale della Val Vissada fino all’imbocco dei Piani Omonimi. Supero un cancello in legno che metaforicamente rappresenta la porta di un paradiso. E che paradiso! Mi avvio per i Piani di Vissada con entusiasmo, immerso in un mare d’erba color giallo-ocra, e in esso mi abbandono. Gotiche guglie dolomitiche si scagliano in lontananza nell’azzurro cielo. Cammino lentamente, lo sguardo è fisso sui torrioni, passo dopo passo, con l’avvinarmi si allarga l’orizzonte dolomitico. L’emozione è indescrivibile, la vita è meravigliosa quando ti dona queste emozioni. Al centro del catino erboso è posta una baita solitaria , surreale per la sua posizione, mimetizzata con il contesto. Il sentiero CAI 169 risalendo il piano erboso del catino si porta sulla morbida cresta settentrionale, solcata da una miriade di trincee della Grande Guerra. Sopra la cresta è un crocevia di sentieri CAI: il 196 cavalca la cresta ad oriente raggiungendo la cima del monte Schiaron, prenderò questo sentiero al ritorno dalla croda del Longerin. Percorrendo per sentiero l’erbosa cresta mi spingo a occidente, raggiungendo la forcella dei Longerin. Il sentiero che sto il 169 scende a settentrione, tagliando il versante settentrionale dei Torrioni dei Longerin, così  raggiungendo la forcella del Palombino. La mia meta è a occidente, percorrendo il sentiero numero 165 e risalgo il ripido pendio, addentrandomi nel teatro dolomitico. Superati dei grandi massi seguo l’esile traccia che si districa tra radi segni e ometti. Il percorso ora diventa leggermente faticoso, coperto da macchie di neve risale tra balze erbose e roccette, lasciando i punti migliori all’intuito. La cima è lassù, preceduta da uno spesso manto di neve. Nell’addentrarmi sotto le cuspidi rocciose sono rapito dalla bellezza. Mi fermo incantato, e osservo i torrioni e le crode, sono rapito da tale magia, come se fossi l’eroe omerico catturato dal canto delle sirene. Osservo le cuspidi rocciose che mi appaiono come tante divinità, dal corpo nudo, protese verso l’alto; capricciose, sorridenti, incuriosite dal viandante solitario. Vorrebbero intimorirmi, la più alta è la più cattivella, nascosta tra le altre mal si concede allo sguardo, e non ama i solitari. La mia Dea, la meta da raggiungere la sbircio di spalle, anch’essa si nasconde, ma dietro un mantello di neve per poi svelarsi.  Raggiunto il tratto sommitale sotto la cresta, mi appresto a realizzare il sogno. Lascio lo zaino in una zona sicura, in modo di affrontare la salita con più sicurezza. Armatomi di ramponi e piccozza e con al seguito una sacca con l’indispensabile parto per la conquista. Dopo aver superato un tratto ripido, sotto la cresta imbocco una cengia aerea, che da ovest si spinge ad est lungo un traverso coperto di neve e molto esposto. In un breve passaggio la neve è così dura, ho problemi con gli stessi ramponi. Sono costretto a piantare la piccozza in profondità per farmi sicurezza. Superato l’adrenalinico tratto mi ritrovo a risalire un ripido articolato che mi porta alla stretta forcella e da quest’ultima sul versante meridionale del monte, una piccola cengia mi porta alla rampa sotto la cima.  Un croce di legno materializza è la massima elevazione della croda sud! Emozionato di aver raggiunto la meta, mi godo il momento.

Per via della piccola dimensione della cima, devo improvvisare un cavalletto per l’autoscatto con la reflex. Tra me penso:<< fai di tutto per evitare i rischi e ti suicidi per un autoscatto?>>. Azionando l’auto scatto corro a ritroso con i ramponi, fermandomi davanti la croce. Bene! In uno dei autoscatti, mi sono procurato uno strappo sui pantaloni, la prima toppa su quelli invernali! Il paesaggio dalla cima è qualcosa di indescrivibile, la temperatura è estiva, gioisco, tutto è superlativo!

Ripresomi dall’emozione mi appresto alla discesa, con cautela, superando il tratto esposto, stavolta senza patemi. Raggiungo Magritte, che nel vedermi sano, salvo e solo con uno strappo ai pantaloni scodinzola dalla gioia! Ripresa la discesa decido di espugnare per arricchire la splendida giornata la cima dello Schiaron, posta sul versante opposto. In pochi minuti raggiungo la forcella dei Longerin e ripresa la cresta, la cavalco fino all’attacco con il sentiero 196.  La cresta, ora più ampia è inerbita, e solcata da una rete di trincee. Il sentiero abbassandosi poco sotto la cresta si avvicina alla parte sommitale, un castello di roccia. Poco prima della bastionata rocciosa lascio lo zaino in un incavo riparato, portando al seguito solo il caro amico a quattro zampe e la sacca con i viveri. Aggiro la mole rocciosa per esile sentierino che sovrasta i ripidi prati, e successivamente svoltando a sinistra risalgo le placche rocciose fino a raggiungere un pulpito segnato da due ometti.  Alla mia sinistra scorgo sulla nuda roccia un ingannevole segno CAI e una esile cengia esposta, la seguo aggirando la parete a nord, ma qualcosa non mi convince. L’eccessiva esposizione, e un camino dove bisogna scendere con passaggi di primo grado su un esposto baratro. Ritorno indietro con cautela, pensando che nelle relazioni non avevo letto nulla di particolarmente difficile. Dall’alto della cengia noto che oltre i due ometti c’è un varco nella roccia, che prosegue a est. Superati i due ometti trovo il vero sentiero che continua e ben marcato a oriente, la falsa traccia di prima mi ha lasciato perplesso! Da sotto i bastioni rocciosi scorgo la croce di vetta, seguendo il sentiero risalgo il versante orientale, ovvero il cupolone inerbito. La cima è materializzata da due croci. Una in legno con crocefisso a cui è agganciato un porta vivande in plastica con libro di vetta, l’altra croce più piccola in metallo, ben piantata nella roccia. Poco più avanti, poco più avanti a settentrione i resti di quello che sicuramente fu un osservatorio militare!  Il panorama da questo pulpito è eccellente, a trecentosessanta gradi sulle Alpi Carniche e le Dolomiti. La temperatura si mantiene mite, ne approfitto finalmente per riprendere un po’ di energie consumando il pasto con il mio compagno di viaggio. Magritte è tanto entusiasta del suo pasto, salsicce! Beh! <<Lo ha meritato l’amico>>, ubbidiente ed eroico come sempre. Il sole cala all’orizzonte, è giunto il triste momento del rientro! Raggiunto lo zaino e riprendo il cammino, tagliando per i prati in modo da guadagnare tempo, per non arrivare a tarda ora in auto! Nel frattempo vengo raggiunto da un escursionista solitario(Remo), aveva fatto le crode mentre io salivo sul monte Schiavon. Istauriamo una cordiale conversazione, scambio di idee e di esperienze sulla montagna. Come spesso mi succede, incontro degli adorabili sconosciuti, istaurando un rapporto profondo, che spesso termina con un amicizia fraterna. In montagna non c’è bisogno di tessera di riconoscimento, codice fiscale, di segno zodiacale, di religione, di nazionalità, ecc, ecc. Basta solo guardarsi negli occhi e aprirsi in profondità. Tutto il resto è noia.

Raggiunta la forcella di Zovo, mi congedo dal nuovo amico, per il ritorno decido di rientrare dal versante occidentale, passando dal borgo di Costalta. Stupenda frazione, con le case in stile rustico, sculture in legno, come se vivessi dentro un incantesimo, altro sogno ad occhi aperti, che mi ha reso più amaro il risveglio, cioè il rientro nella vita quotidiana.

 Il vostro forestiero Nomade.

Malfa.





















































































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