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mercoledì 31 maggio 2017

monte Teverone

 
Monte Teverone: Cimon de la Busa Valars 2345 m.  (Cima Ovest); Cima Busa Secca 2328 m. (cima est) da Malga Degnona (Alpago).

Note tecniche.

Localizzazione: Dolomiti oltre Piave- Gruppo del Col Nudo-Cavallo

Regione: Veneto

Avvicinamento: Montereale di Val Cellino-Barcis-Cimolais-Erto-Longarone- Alpago -Pieve Alpago- Schiucaz- Lamosano-  Alpàos- San martino di Alpago - Malga Degnona.

Dislivello: 1300 m.

Dislivello complessivo: 1300 m.

Distanza percorsa in Km: 7,2 Km.

Quota minima partenza: 1102 m.

Quota massima raggiunta: 2345 m.

Tempi di percorrenza. 4ore in salita-2 ore in discesa escludendo le soste.

 In: Solitaria.

 Tipologia Escursione: Selvaggia.

Difficoltà: Escursionisti Esperti- https://www.vienormali.it/images/layout/dif-EE.gif  - I - F (scala difficoltà)

 

Segnavia: CAI 931, radi ometti, bolli rossi dalla forcella alle cime.

Attrezzature: Nessuna.

Croce di vetta: Si due sulla cima est, nessuna sulla cima principale.

Libro di vetta: No.

Timbro di vetta: No.

Cartografia consigliata: TABACCO N. 012 - Alpago, Cansiglio, Pian Cavallo 1:25000

 

Periodo consigliato: Tutto l’anno.

Condizioni del sentiero: Selvaggio, ma ben segnato.

Data. 28 maggio 2017.

 

Il “Forestiero Nomade”

Malfa

 
Relazione:

Il Monte Teverone, l’ho visto per la prima volta mentre salivo l’anno scorso sul Crep Nudo, rimasi colpito dalla sua possente mole. Volevo affrontare questa escursione un mese fa, ma le recenti nevicate mi hanno scoraggiato. Dalle ultime escursioni guardando l’orizzonte alpino ho costatato che la neve rimaneva solo su alcune cime al di sopra dei 2500 metri di quota, quindi rischiando, ma non troppo, ho deciso di affrontare l’avventura. Durante la settimana che precede l’escursione ho letto alcune relazioni nel web riguardanti il Teverone; in sintesi: trattasi di una lunga sfacchinata per ripido pendio fino alla forcella, dopo di ché c’è da raggiungere le due cime, poste a destra e a sinistra della forcella che si aggetta sullo strapiombante e vertiginoso versante settentrionale. Per raggiungere le cime si procede con passaggi di primo grado, di cui alcuni esposti. Con queste informazioni mi preparo per l’escursione, mantenendo nei confronti del monte il dovuto timore reverenziale. La domenica mattina, non avverto stanchezza. malgrado appena due giorni prima ho effettuato un’escursione impegnativa, di ventidue chilometri, nelle alpi carniche orientali. Sto bene, mi sento in forma, dinamico, ed eccitato per la nuova avventura. Esco presto da casa, passando per lla peba valle del Cellino dal borgo omonimo, scruto le pareti settentrionali del Teverone, esse sono ben visibili, dominano dall’alto la selvaggia valle Chialedina. <<Bene! << Esclamo. <<Non c’è neve.>> Attraverso la valle del Vajont, ammirando il monte Toc. Dopo le gallerie presso la diga mi ritrovo in Veneto, scendendo per la rotabile che mi porta a Longarone. La giornata è bella, stimola l’evasione, e io da malfattore non solo non mi esimo, ma ne approfitto. Raggiunto il magico Alpago, affronto la parte più difficile dell’intera escursione, ovvero districarmi per i borghi e le frazioni dell’Alpago. Raggiungo la località prevista per la partenza infilando una serie di nomi (Pieve Alpago- Schiucaz- Lamosano-  Alpàos- San martino di Alpago) e per stradina stretta e asfaltata raggiungo la malga Degnona. Per sicurezza durante il tragitto ho chiesto conferma dell’itinerario alla gente del luogo. I valligiani mi hanno risposto sempre con tanta cortesia, e dolcezza. Poco sotto la malga Degnona, una simpatica signora che guida un piccolo trattore, è indaffarata nel mettere cartelli e segnali per la maratona locale. Mi fermo, chiedendo se procedo bene per il mio obiettivo. Sorridente e cordiale, è prodiga di informazioni, mi raggiunge poco dopo nei pressi della malga, mentre mi   preparo per l’escursione. Si ferma a conversare, ella, conosce bene il Teverone, intuisco dalle sue dritte che l’impresa sarà meno difficile di quanto pensassi. Lasciando l’auto al margine della carrareccia (quota 1102 m), zaino in spalle e sogni al seguito, parto. Scorgo un paio di cartelli: uno scritto in veneto che avvisa che anche in montagna ci sono le regole, e l’altro con le indicazioni CAI (sentiero 931), e i tempi di percorrenza (quattro ore per raggiungere il vertice del Teverone). Mi inoltro nel bosco di aghifoglie, la pendenza è sin da subito sostenuta, e rimarrà tale fino a fine percorso, superando spesso il 35%. Nel primo tratto, il sentiero, adombrato, procede dentro il bosco di Colon, fino alla base di un canalone, con il caratteristico profilo roccioso. Sulla destra proseguo dentro il bosco, sbucando nel ripido pendio erboso esposto a meridione. Miro alla base della caratteristica parete, sostando sul panoramico pulpito, da dove ammiro la valle dell’Alpago a sud e il Vallone che mi aspetta a nord. Il primo tratto di sentiero lambisce le pareti rocciose dell’ampio canalone, per poi tagliare tra le ghiaie e portarsi al centro del vallone. Seguo i numerosi segni tra zolle erbose, mantenendo la direzione di salita al centro del ripido tratto. I segni sono copiosi, a occhio nudo riesco a distinguerli a centinaia di metri di distanza. Osservo la morfologia del luogo, l’ampio catino sommitale e cinto dalle ripide pareti verticali, quelle a sinistra appaiono più fattibili. I segni virano a destra spingendosi alla base dell’anfratto roccioso. Temo di trovare lingue di neve, per fortuna la poca rimasta è quasi del tutto dissolta. Seguendo i segni scalo l’asperità, tra rocce e piccoli salti affrontabili senza l’uso delle mani, fino a raggiungere il canalino finale che sfocia sulla forcella. Le nubi birichine giocano con il “forestiero nomade”, velando e svelando le nude creste. In forcella mi fermo pochi metri sotto la linea che delimita il canalino di salita dal vertiginoso dirupo che si aggetta a nord (quota  2290 m.). Ho impiegato meno di tre ore, sono gratificato. Come è mia consuetudine, subordino la curiosità alla logica, quindi procedo alla fase successiva dell’escursione, tralasciando inizialmente la visione sulla valle del Cellino. Sgancio lo zaino (molto pesante per via della scorta d’acqua) e lo adagio tra le rocce. Mi porto al seguito solo la mini sacca, con: GPS, guanti da lavoro, mini ramponi, e un pile e negli appositi contenitori attaccati alla cintola dei pantaloni, porto l’acqua, la frutta secca e altro indispensabile. Pronto! Riparto, iniziando a visitare la forcella. Caspita! Paurosa, si aggetta sulla valle Chiadelina, con un salto di mille metri; non soffrendo di vertigini (non è una battuta) mi sporgo per provare l’emozione del vuoto. Dopo l’adrenalinica visione, ora viene il bello dell’escursione, wow! Anzi extra doppio wow, sono euforico. Procediamo per ordine, prima si va a sinistra per la cima principale. Dei chiari ed inequivocabili bolli rossi mi indicano la via da seguire, un ripido traverso sotto una parete verticale, superata quest’ultima, sempre per traverso, tra rocce e zolle erbose continuo a occidente. La roccia è eccellente, appigli e appoggi sono numerosi. L’incedere è divertente, quasi mai mi aiuto con le mani, non ci sono tratti di arrampicata, così pervengo alla base del tratto finale che precede la cima principale. Una serie di piccole svolte mi porta alla cresta e successivamente alla vetta. Dalla forcella alla cima ho impiegato all’incirca dieci minuti, e non sono il tipo che ama correre. La vetta (quota 2345 m.) è materializzata da un corposo ometto e da un segno trigonometrico dell’IGM. Mi fermo, sosto, e mi godo il gioco delle nuvole. Canticchio un motivetto: <<Vanno, vengono…>>. La bella nuvoletta esegue giochi di prestigio, sono il suo unico spettatore, seduto in prima fila a godermi lo spettacolo. <<Venghino, signori, venghino! Ora potete ammirare la valle del Cellino, ops, guardate a destra la cima Valars! Pardon! Scusate! Alla vostra sinistra la cresta della cima della Busa secca e in lontananza il Crep Nudo!>> Assisto divertito a questo mirabile spettacolo, che oggi non ha uguali. Come posso avere paura di una nuvola, che gioca con i monti, mostrando ai viandanti le meraviglie. Le sono infinitamente grato. Grazie alla nube non ho patito eccessivamente il caldo. Ben contento, procedo verso la cima a oriente, ritornando sui miei passi e proseguendo a est per la cima Busa Secca. I passaggi su roccia, anche se leggermente esposti, sono abbordabili rispetto ai precedenti. Raggiungo la seconda cima (2328 m.) con lo stesso tempo impiegato per la cima principale. Avvisto la croce di vetta, appena raggiunta la sommità, ne scopro una seconda per terra, anch’essa in metallo; la raccolgo, accostandola a quella verticale. Anche da questo pulpito la visione è spettacolare, naturalmente a volte coperta dalla nuvola birichina, che continua imperterrita la sua esibizione. A oriente perdendo quota la traccia prosegue per la bella cresta che porta al Crep Nudo. Effettuate anche su questa cima le foto di rito, rientro, naturalmente fermandomi spesso ad ammirare il vertiginoso salto sulla valle del Cellino. Raggiunta la forcella, finalmente mi concedo una meritata pausa. Procedo con il reintegro delle energie, il momento liturgico dopo la sacra visione. Mentre finisco di rifocillarmi, dalla nebbia in basso vedo qualcosa muoversi, penso che sia un umano, infatti è un escursionista, solitario? Gli do il benvenuto, mi risponde, nel frattempo noto altri movimenti alle sue spalle, sempre dalla nebbia spuntano fuori i suoi compagni di viaggio. Si conversa, sono allegro, forse su di giri e prodigo di consigli. Mi rendo conto che dopo aver concluso le fatiche il tutto appare facile, spesso tra il serio e il faceto mi dico: << È sempre facile la “Montagna” … dopo che l’hai conquistata”.>> Consiglio a loro di lasciare gli zaini in forcella, e procedere in libera. Sorridono, mi chiedono da dove provengo, intuisco che si riferiscono al mio spiccato accento stile” Aldo”, del famoso gruppo comico” Aldo, Giovanni, Giacomo”. Loro sono veneti, della zona, beh! Questo fa sorridere più a me, soprattutto perché uno di loro non ha fatto il militare come alpino ma da marinaio. Sono passato dalla magia della nuvola al surrealismo del genere umano. Con piacere noto che hanno colto il mio consiglio. Mi appronto per il ritorno, indosso lo zaino, saluto la compagnia e scendo a valle. Il ritorno che mi aspetto faticoso, si rivela non impegnativo, in un’ora e mezza raggiungo l’auto, naturalmente senza correre, gustandomi dall’alto il paesaggio sul magico Alpago. Mi preparo per il rientro, lasciandomi cullare dal sole. Piano piano, scendo dall’Alpago, ammirando le vecchie case e i bei volti dei vallegiani. La stanchezza a volte è terapeutica, mi consiglia di procedere lentamente, ammirando il paesaggio lungo il tragitto. Il Teverone è stata una gradita sorpresa, ringrazio la “Montagna” per questo dono.

Il vostro “Forestiero Nomade”

Malfa.

 
























































































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