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giovedì 21 luglio 2022

Monte Guslon

Monte Guslon da Baita Col Indes

 

Note tecniche.

 

Localizzazione: Prealpi Carniche Gruppo Col Nudo-Cavallo

 

Regione: Veneto

 

Avvicinamento: Lestans-Maniago-Barcis-Cimolais-Erto-Longarone-Alpago-Tambre- Sant’Anna- Da Sant’Anna seguire la ripida strada campestre che porta sino alla Baita Col Indes- ampio parcheggio con disco orario.

 

Dislivello: 1031 m.


Dislivello complessivo: 1031 m.


Distanza percorsa in Km: 18


Quota minima partenza: 1204 m.

 

Quota massima raggiunta: 2208 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 5 ore

In: coppia

 

Tipologia Escursione: paesaggistica-naturalistica

 

Difficoltà: escursionistiche, per esperti solo la cresta finale del Castelat.

 

Segnavia: CAI 926-923

 

Impegno fisico: medio

Preparazione tecnica: bassa

Attrezzature: no

 

Croce di vetta: no

Ometto di vetta: si

Libro di vetta: si

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

1)               Cartografici: IGM Friuli –Tabacco 012
2) Bibliografici:
3) Internet: 

2)               Periodo consigliato: Tutto l’anno, essendo una località idonea per lo scialpinismo.

3)                

4)               Da evitare da farsi in:

Condizioni del sentiero: ben marcato e segnato

 

Fonti d’acqua: no

Consigliati:

Data: martedì 07 luglio 2020

Il “Forestiero Nomade”
Malfa

Monte Guslon, una meravigliosa rampa di roccia e vegetazione protesa verso il cielo, ecco come mi è apparsa la prima volta  la selvatica elevazione che spicca a meridione dell’Alpago.  Finalmente è giunto il giorno di conoscerne i segreti, e mappe alla mano ne studio i possibili itinerari. Decido di partire dalla località chiamata Col Indes, lasciando l’auto presso l’ampio parcheggio dinanzi alla malga omonima. La giornata, come quasi tutte di questo caldo mese di luglio, promette bene, quindi, non abbiamo prescia, anzi, ce la prendiamo comoda, e il chilometraggio in più che effettuiamo a piedi lo riteniamo un riscaldamento. Dopo aver lasciato l’auto alla Malga di Indes, procediamo a nord, tramite una stradina campale, passando prima per la Malga Pian Grande, da dove inizia il divieto di transito agli automezzi non autorizzati, ampio parcheggio con parchimetro. Naturalmente, come è consuetudine, non tutti sanno leggere e conoscono i segnali stradali, di conseguenza non rispettano il divieto, e tra questi automezzi ne noto un paio carico di giovani. Non rispettare le regole non è in questo frangente segno di libertà, ma semplicemente mancanza di rispetto verso terzi. Personalmente penso che chi raggiunge le mete con meno fatica non sia più capace, ma semplicemente meno prestante. Noi, Giovanna e io, proseguiamo per la carrareccia, e da brevi scorci panoramici ammiriamo dall’alto l’Alpago che degrada dolcemente sino al lago di Santa Croce. La stradina campale lambisce i dolci pendii occidentali della Cima delle Vacche,  e presso Col Toront, una piccola tabella con la scritta Monte Guslon ci consiglia di lasciare il tratturo per seguire un sentiero all’interno di un rado boschetto. Pochi metri di cammino dentro la macchia, ed eccoci allo scoperto, alla base di un valloncello, che ci porterà in alto, sulla cresta del monte Guslon.

Ci aspettano ottocento metri di pendio erboso, da percorrere all’interno della valle. Un gregge in lontananza scompare prima che possiamo raggiungerlo e fotografarlo, e in alto le leggere vibranti nubi si divertono a coprire e scoprire il cappello del monte Guslon, donandoci quei radi ma confortevoli momenti di refrigerio. Grazie anche alle leggere folate di brezza provocate dalle correnti il nostro cammino appare meno faticoso, risalendo con calma, molta calma, per non aumentare la sudorazione, in modo da serbare l’acqua che abbiamo al seguito. Verso quota 1800 m. ci alleggeriamo degli zaini, eclissandoli dentro una mugheta. Procediamo leggeri con le nostre mini-sacche, lievi dal peso, come farfalle, puntando dritti al vertice. Poco sotto la cresta il tratto inerbito lascia campo a brevi zolle intervallate da ghiaia, fino a raggiungere il crinale dove la roccia predomina. Un sentiero ben marcato e segnato si stacca alla base del crestone roccioso, proprio sotto dei bei massi che viene voglia di abbracciarli e arrampicarvisi. La traccia devia a destra, spingendosi sul versante meridionale del monte, dove il tratto inerbito intervallato da brevi scorci di ghiaino riprende il sopravvento. Pochi metri di dislivello, e si vaga su un’ampia cresta frastagliata. Gli onnipresenti ometti di sassi  guidano il nostro cammino verso la vetta. Una nube avvolge la cima, rendendola misteriosa, finché, con il progredire del passo, la stessa nebbia svanisce, svelando una  croce. Ci siamo! Le fatiche stanno per avere termine.

Raggiunta la croce, intuisco che non è la vetta fisica, ma quella panoramica, mentre quella reale, dista pochi metri più oriente, dopo il breve tratto di cresta frastagliata.

Giovanna si fermerebbe, io per curiosità raggiungo la cima fisica, dove su un masso trovo delle orrende scritte  a vernice che deturpano il sito.  Sullo stesso masso erigo un corposo ometto, dove all’interno serbo il Sacro Graal degli spiriti liberi.  Il paesaggio dalla vetta è spettacolare:  scruto i vicini rilievi che proteggono il rifugio Semenza, dalla dorsale che da Cima Manera conduce al Col Nudo alle dolomiti friulane e venete, fino alle Prealpi trevigiane. Mentre gironzoliamo intorno all’ometto, notiamo che sulla vetta con croce in legno è giunto  un‘escursionista, noi rientriamo sul pulpito . Raggiunta la croce, salutiamo il viandante, e dopo le consuete frasi comuni instauriamo una simpatica conversazione. L’amico si chiama Roberto, è un simpatico romagnolo, sposato con una trevigiana, e vive e opera nel triveneto da tempo. I romagnoli per antonomasia sono dei gran simpaticoni, sopranominati amabilmente “ I terroni del nord”; apprezzano la chiacchera, la buona cucina, e di idee sono sempre stati rivoluzionari,  quindi, Roberto in noi trova un portone aperto, vagando con il dialogo  per più di un ‘ora, in lungo e in largo con argomenti vari. Nel frattempo, in vetta, sopraggiungono due atletici teutonici, padre e figlio, essi indossano un sorriso smagliante. In pochi metri, nel meriggio e in vetta,  si trovano: due siculi, un romagnolo e due tedeschi, naturalmente su una cima veneta ma adiacente a una cresta friulana. Adoro questo ecumenismo tra escursionisti. Gli atletici escursionisti d’oltre alpe  iniziano il rientro in veloce discesa, noi proseguiamo con Roberto, finché, anch’egli ci lascia per rientrare. La sagoma dell’amico scompare velocemente all’orizzonte, e noi ci approntiamo per desinare. Un buon panino con la frittata e un buon vino siculo ci aspettano nella borsa termica che serbo nel mio zaino, ed è giunto il momento di porre fine alla loro esistenza. Ora il cielo è totalmente sgombro da nubi, è il paesaggio è visibile fino all’infinito. Il caldo si fa sentire, e dobbiamo fare più di mille metri di dislivello in discesa, sempre esposti al sole e senza il minimo refrigerio dell’ombra della vegetazione. Con santa pazienza ci organizziamo, e pian pianino rientriamo, stando sempre attenti a non fare scivoloni sulla ghiaia. Raggiunta la base del valloncello, ritroviamo la stradina campestre, che con dolcezza ci riporta al Col Indes.

Il monte Guslon era da tempo nella mia lista;  In una precedente escursione avevamo fatto Il monte Castelat  sempre dallo stesso luogo di partenza, ma passando per il rifugio Semenza, e abbinandolo con il monte Cornon.

Allora, nell’anno 2020, decidemmo che il Monte Guslon meritasse un giorno solo per sé, e così è stato. I monti sono simili agli esseri umani: a tutti fa piacere che prima o poi nella vita qualcuno ci dedichi un giorno intero, solo per noi, per poterci amare con più enfasi e sentimento.

Il Forestiero Nomade.

Malfa.

 

















































































 

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