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giovedì 15 luglio 2021

Monte Plauris da Tugliezzo.

Monte Plauris da Tugliezzo.

 

Localizzazione: Prealpi Giulie

 

Avvicinamento: Lestans-Pinzano-Gemona-Pontebbana-Carnia imboccare a destra la strada per Tugliezzo (indicazioni). Lasciare il mezzo dopo la frazione di Tugliezzo, presso una rotonda con cappella votiva al centro. Quota 503 m.

 

Regione: Friuli-Venezia Giulia

 

Provincia di: Udine

.

Dislivello: 1401 m.

 

Dislivello complessivo:1501 m


Distanza percorsa in Km: 10


Quota minima partenza: m. 503 m.

 

Quota massima raggiunta: 1958 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 7,5 ore

In: coppia

 

Tipologia Escursione: naturale-escursionistica

 

Difficoltà: escursionistiche sino al passo Maleet

 

Tipologia sentiero o cammino: Sentiero nel bosco- sentiero tra i mughi e placca rocciosa salibile facilmente per tornanti di ghiaino misto a zolle erbose.

 

 

Ferrata-

 

Segnavia: CAI 701

 

Fonti d’acqua: solo all’inizio del sentiero

 

Impegno fisico: alto

Preparazione tecnica: medio-bassa

Attrezzature: no

 

Croce di vetta: si

Ometto di vetta: si

Libro di vetta: si

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

1)          Cartografici: IGM Friuli – Tabacco 020
2) Bibliografici:
3) Internet: 

2)          Periodo consigliato: giugno-ottobre

3)           

4)          Da evitare da farsi in:

Condizioni del sentiero: Ben marcato, e segnato, impossibile errare, anche volendo.


Consigliati:

Data: 13 luglio 2007

Il “Forestiero Nomade”
Malfa

Dalla frazione di Tugliezzo cosa c’è di bello da fare? Semplice a dirsi! Una lunga, lunga, lunga escursione per la conquista del bel pizzo del Plauris. L’aggettivo lungo è predominante in questa avventura. Da tempo ho promesso a Giovanna che l’avrei condotta sul Plauris, il monte di Venzone, e per una via che non ho mai fatto, quella che da Tugliezzo (versante settentrionale) porta alla vetta più alta del circondario. Ben coscienti delle eccellenti condizioni meteo, si parte con calma da casa, percorrendo la Pontebbana, e presso Carnia, imbocchiamo la strada forestale che risale il vallone che porta alla piccola frazione di Tugliezzo. Superato il borgo, la stradina termina presso una ancona votiva, ampio spiazzo dove lasciare l’auto. Mentre ci approntiamo per la partenza, passa un giovane cacciatore, ci chiede dove stiamo andando a vagabondare. Sentito il nome del monte, esclama: <<Ma è lunga, lunga lunga, per non dire infinitamente lunga o lunghissima>>. Insomma, ci siamo capiti, l’escursione non sarà breve, breve, breve. Si parte all’inizio di uno sterrato, cartello esplicativo con mappa della zona. Ho dimenticato a casa la mappa, quindi fotografo il tratto topografico a cui sono interessato. La carrareccia scorre leggiadra nel bosco, sino al prato che precede la casera Plan dei Portolans. A destra della stradina campale, un segno CAI ci invita ad abbandonare il comodo tratto per intraprendere il sentiero. Con moderato andamento inizia un lungo tratto nel bosco, dove le uniche distrazioni sono le forme antropomorfe delle carcasse dei faggi secolari, o il continuo ed energico movimento dei topini, una autentica colonizzazione della selva.

Il chilometrico sentiero aiuta la conversazione che rimane l’unico svago. Presso una radura un cartello esplicativo preannuncia la bella visione del Rifugio Franz, autentico gioiello. Da una breve visita all’interno del locale denoto l’estrema cura delle suppellettili, e l’originalità di alcuni particolari. Davvero bella la baita e vien difficile riprendere gli zaini per continuare l’escursione, ma dobbiamo.  Sempre all’interno del bosco continuiamo sempre la lunga e costante ascesa, sino a vedere sprazzi di azzurro sulle nostre teste. Lo scenario si apre e siamo fuori dal bosco di faggi, iniziamo a percorrere un terreno selvaggio, solare, che galvanizza. Una serie di tornanti risale tra balze erbose e il sentierino di pietrisco, mentre a oriente, le frastagliate pareti occidentali della Cima Clapadorie, attirano la nostra attenzione. Ammiro la cresta selvaggia, che un giorno voglio visitare.

Le nostre attenzioni sono rapite dalla mole del Plauris. Raggiunto la forcella del passo Maleet, la visuale si apre sul desolato e ampio catino detritico raccolto tra il versante occidentale del monte Clapadorie e quello settentrionale del Plauris. Un nevaio al centro di esso preoccupa, ma osservandolo meglio si nota che il sentiero sale a monte di esso, quindi è aggirabile.

Scendiamo di alcuni metri all’interno del vertice della Val Lavaruzza, e raggiunto il bordo del nevaio, lo superiamo come previsto in un breve tratto di neve, dove mi aiuto con gli scarponi nello scavare degli incavi di sicurezza.

Davanti a noi le ultime centinaia di metri che ci separano dalla vetta. Percorriamo il tratto roccioso, nulla di difficile, non adoperiamo le mani, stiamo solo attenti a non scivolare sul ghiaino. I segni sono tanti, quindi ascendiamo con sicurezza. Sotto le perpendicolari pareti della vetta, transita un pacifico stambecco, incurante di noi, e poco dopo la sua sagoma svanisce nel nulla, lasciandoci l’idea della visione vissuta. Ancora pochi metri e siamo a ridosso della cresta che ascende da Venzone, e giunti in forca ci affacciamo sul luminoso versante meridionale, brillante e infinito, complementare a quello che abbiamo fatto in salita.  Per alcuni attimi siamo colti di sorpresa, sostiamo su una cresta affilata, ma fatta l’abitudine, proseguiamo, per una labile traccia a oriente, molto esposta sui ripidi tratti, finché incrociamo l’altra traccia, quella proveniente da sud. Procediamo sull’ultimo tratto con cautela, la meta mette brio e rinvigorisce. Siamo a pochi metri e in vista della croce, sulle gambe non avvertiamo più la stanchezza ma spuntano le ali alle caviglie, e in un balzo siamo all’originale simbolo in metallo. Fatta! Le nubi, come ricompensa della vittoria, si diradano, mostrandoci il bel panorama che abbraccia la pianura friulana, sino ai tetti di Moggio Udinese. È un bel vedere e dopo quasi tre lustri rivedo questo magnifico paesaggio. Non gravitiamo molto in cima, fatte le dovute operazioni, pensiamo al rientro, con cautela, sino a ricuperare il nevaio, e subito dopo, trovato un cantuccio, effettuiamo la dovuta pausa per riacquistare le energie.

Il vallone che osserviamo in basso, Val Lavaruzza, è percorribile, si scorge il tetto verde del ricovero Bellina, altra escursione che farò in futuro. Finita la breve pausa, riprendiamo il cammino, rientriamo per il medesimo, lungo, infinito e noioso sentiero. Tanti chilometri da macinare, resi meno noiosi dal continuo movimento dei simpatici topini di montagna. Escursione tanto lunga in salita quanto lunga in discesa, anzi, lo appare di più, e par che non voglia finire. Giungiamo all’auto esausti più che stanchi, con il ricordo di una lunga, lunga, lunga ascesa, e un breve ma intenso momento di gioia, la vetta.

Il forestiero Nomade.

Malfa.

 






















































 

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