Powered By Blogger

martedì 2 marzo 2021

Monte Dobis e Cuel Maior da Fusea (Tolmezzo UD)

Monte Dobis e Cuel Maior da Fusea (Tolmezzo UD)

 

Note tecniche. 

 

Localizzazione: Alpi Carniche

 

Avvicinamento: Lestans- Pinzano-Cornino-Interneppo-Cavazzo Carnico-Tolmezzo-Valle del But- Caneva-Fusea- Ampio parcheggio presso uno spiazzo periferico.

 

Regione: Friuli-Venezia Giulia

 

Dislivello: 700 m.

 

Dislivello complessivo: 700 m.


Distanza percorsa in Km: 8 Km.


Quota minima partenza: 700 m.

 

Quota massima raggiunta: 1034 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 4 ore

In: coppia

 

Tipologia Escursione: paesaggistica-naturalistica

 

Difficoltà: Escursionistiche

 

Ferrata- valutazione difficoltà:

 

Segnavia: Locali della comunità segni bianco-verdi e In un frangente bolli rossi (ampia e ricca segnaletica).

 

Fonti d’acqua: si, molteplici rivoli.

 

Impegno fisico: medio

Preparazione tecnica: bassa

Attrezzature: no

 

Croce di vetta: Croce di vetta e cassetta porta libro di vetta sul Monte Dobis, presso il Cuel Maior, sulla quota più alta, sotto un alberello, edificato dal sottoscritto un ometto con all’interno raccoglitore libretto di vetta.

Ometto di vetta: SI

Libro di vetta: si, leggere a Croce di vetta.

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

Cartografici: IGM Friuli – Tabacco 013
2) Bibliografici:
3) Internet: 

Periodo consigliato: tutto l’anno  

 

Da evitare da farsi in:

Condizioni del sentiero:


Consigliati:

Data: sabato 27 febbraio 2021

Il “Forestiero Nomade”
Malfa


La precedente esplorazione sulla vetta del monte Diverdalce mi ha svelato un universo ignoto, come se avessi scoperto in una biblioteca che credevo conosciuta uno scaffale carico di libri mai letti. L’eccitazione della precedente escursione è ancora viva nello spirito, sono appena passati due giorni e con il cuore sono rimasto sui prati di Curiedi, consapevole che a breve sarei ritornato.

Infatti, dopo solo due giorni, rieccomi a scorrazzare per i sentieri dell’altopiano tolmezzino, e in compagnia della mia signora, che simpaticamente e caparbiamente ambisce ad aggiungere cento al numero delle cime conquistate. L’occasione si presenta propizia, vagheremo in lungo e largo, tra l’utile e il dilettevole. Le mete prefissate sono il Monte Dobis e il Cuel di Maior, con in aggiunta una spruzzata abbondante di bianco candore. Raggiunta la località di Fusea, respiriamo tutta la poesia che può elargire un borgo di montagna: l’aria fresca primaverile, il canto dei galli, il latrare dei cani e  il cinguettio degli uccellini.

Osserviamo tutto intorno, inebriati e ricambiati dalla cortesia degli abitanti del luogo.

È divino udire un cordiale mandi, e riverirlo con un altrettanto salve, non abbiamo ancora indossato gli scarponi e già siamo euforici. Una volta pronti si parte, passiamo prima per i vicoli del paesello, osservando anche i più piccoli particolari, come: un fermaglio di capelli smarrito o i vetri delle finestre ornati con merletti. L’atmosfera è magica, e perdurerà per tutta l’escursione. Appena fuori dal borgo ci immettiamo sul breve tratto di strada campestre iniziando la nostra avventura dal sentiero segnato in bianco-verde e chiamato Strozador. Il tracciato con una breve serie di tornanti ci porta all’imbocco dell’altopiano del Curiedi.

Dopo pochi minuti di cammino, siamo a ridosso della stradina asfaltata che proviene da Fusea, e dirimpetto, un altro cartello (con gli stessi colori del precedente), ci invita a proseguire per la cima del Monte Dobis. La bianca e morbida neve fa subito la sua comparsa, e sarà di compagnia sino al pulpito panoramico. Seguiamo le orme di chi ci ha preceduto, così fatichiamo di meno. Il sentiero è ben segnato, a tratti molto ripido. Progrediamo in salita con calma, la giornata propizia è l’ideale per una passeggiata in montagna, l’azzurro e terso cielo è tinto dalle sparute bianche timide nubi.

Superata l’elevazione più alta (1034 m.), usciamo fuori dal fitto bosco di faggi, percorrendo gli ultimi metri (esposti sul versante a sud-est), prima di raggiungere il belvedere (minuta croce in metallo e cassetta porta libro di vetta) che si affaccia sull’ampia conca tolmezzina (quota 1024 m.).

Solo questa visione è valsa la levataccia. Sul sito troviamo una coppia di giovani intenti (seduti su un tronco d’albero che fa da panchina) ad ammirare il paesaggio. Il monte Amariana (la regina di Tolmezzo) domina lo spettacolare panorama, gli altri monti circostanti, lontani o meno elevati, paiono paggi, in confronto. In basso guardiamo il confluire del fiume But nel Tagliamento, tramite le enormi lingue detritiche dei rispettivi letti; anche i monti partecipano allo sposalizio tramite le varie tonalità di colore che variano dall’ocra al grigio azzurro.

Paiono lontani i suoni meccanici delle sirene delle fabbriche che scandiscono un tempo che da quassù è incantato. Se in questo preciso istante mi fosse chiesto come vorrei rappresentare la felicità, risponderei: << Guardati intorno, ammira e leggine la risposta!>>  

Effettuata la prima breve sosta, continuiamo per la seconda meta. Come avevo ben presagito, in cresta scorgo dei segni biancoverdi, e dei paletti che invitano a seguirli sul versante meridionale, aggiungo anche, che oggi ho dimenticato il GPS a casa, quindi procedo alla vecchia maniera, cioè mappe alla mano e istinto come guida.

Il primo tratto di sentiero (molto ripido) è sgombro da neve, che troviamo poco dopo quando il versante si appiana. Un cartello, dai colori identici ai precedenti, ci invita a proseguire a destra per il Cuel Maior.

Percorriamo per breve tratto un piano innevato, per poi scendere velocemente, tramite lo stesso sentiero, per il versante occidentale del monte.

La neve prima svanisce per poi riappare nutrita e profonda nel fondo valle. Raggiunto il piano di Feralz, stavolta seguiamo dei provvidenziali bolli rossi, avanziamo a rilento a causa dell’affondare dei nostri arti nel bianco manto. Durante la faticosa progressione ci concediamo anche alla contemplazione della flora, ripassando i nomi degli alberi che ben conosciamo.

Raggiunto un torrente dalla fluente acqua, lo guadiamo, continuando il passo (sempre seguendo e calcando le orme del misterioso omino che ci ha preceduto) sino a una trattoria isolata e chiusa. Le stesse orme ora conducono a una carrareccia, che percorriamo per alcuni metri.   Un respiro di petali di rosa dal colore vermiglio (giunti chissà da dove) attrae la mia attenzione, indicandomi sulla neve l’esatta direzione da seguire. Un segno bianco-verde oltre l’accumulo di neve e ancora le impronte dell’omino, indicano il sentiero, stavolta saliamo per il versante orientale del Cuel di Maior.

La mulattiera è ben segnata, solo la neve ne ostacola il facile cammino, specie dove manca la copertura delle chiome degli aghiformi. Raggiunto un cartello posto al centro di un avvallamento, continuiamo per la cima del Cuel Maior, che dista solo cinque minuti. Il tratto ripido della parte terminale del colle è solcato dalla stretta mulattiera, che denota la chiara fattura di matrice bellica. In pochi minuti raggiungiamo un affascinante belvedere, e dopo aver sfiorato alcuni ruderi di postazioni proseguiamo per la vetta del colle (1023 m.), materializzata da due piazzole in calcestruzzo, adoperate dalle batterie di artiglieria.

È chiaro che l’opera militare risale alla Prima Guerra Mondiale, dove le due bocche da fuoco dell’artiglieria vegliavano continuamente sulla conca tolmezzina.

Ai margini della piazzola, quella più a meridione, è posta una panchina fissa a beneficio degli escursionisti.  Nel punto più alto del colle, protetto da arbusti di faggio e carpino nero, ereggo un corposo ometto di sassi, sovrastato da una croce realizzata con due rametti. All’interno del gruppo di sassi serbiamo un piccolo contenitore con un libretto di vetta. Di seguito, a un ramo del carpino nero, lego una piccola bandiera tricolore, in onore dei colleghi artiglieri che più di cento anni fa presidiavano il colle.  Ci dà gioia vedere e sentire lo sventolio del tricolore spinto da un brioso Grecale, dedichiamo un attimo di commosso silenzio a chi ha servito la Patria con l’uniforme grigio-verde. 

Dopo la religiosa sacralità del raggiungimento della meta, ora ci dedichiamo all’operazione ludica, ma non per questo meno indispensabile, ovvero la consumazione del lauto pranzo. Come postazione per banchettare scegliamo la panchina, meglio non potevamo augurarci.

Dal pulpito panoramico lo sguardo spazia all’infinito dalle creste friulane a quelle carniche. Ricordi di escursioni vicine e lontane che si sovrappongono e fondono nei ricordi, e questa cima è l’ideale per festeggiare la centesima prima vetta conquistata della mia signora. In tutta l’escursione abbiamo incontrato e sempre a debita distanza, solo cinque viandanti.

Finita la pausa pranzo, decidiamo di rientrare, anche se a malincuore. Ripercorriamo il sentiero a ritroso sino al cartello incontrato in precedenza, e da quest’ultimo, seguendo le indicazioni, ci inoltriamo per Curiedi (Feralz).

Il manto di neve è onnipresente, avanziamo per il sentiero che sciorina tra i piccoli colli, spesso affondando fin sopra al bacino. Ma nulla di pericoloso, anzi, molto divertente. Raggiunta la periferia di Curiedi siamo fuori dal bosco, ammiriamo lo stupendo paesaggio, dove spiccano le singole fattorie erette sui brevi colli dell’altopiano, e poco distante il versante meridionale del monte Diverldalce, ormai quasi sgombro da neve.

Una gaiezza di spirito pervade il nostro animo, la felicità la si intuisce dai volti. Rientriamo a Fusea con gli occhi illuminati dalle recenti visioni, ma non miriamo subito all’auto.  Dato che la luce perdura dedichiamo tempo a una preziosa escursione tra gli stretti vicoli della frazione. Dopo aver giocherellato con un simpatico cane pastore, sempre lo stesso della volta precedente, quello posto di guardia più per fede che per convinzione, ci avventuriamo dentro Fusea. Quello che noto subito sono la caratteristica bellezza locale delle abitazioni carniche, e la non comune gentilezza dei nativi. Molte case sono in vendita, non nascondiamo che un pensierino lo facciamo. Presso un lato della piazza del paese (al centro di essa obelisco monumentale dedicato ai caduti delle due guerre) notiamo, un punto blu con defibrillatore, che troviamo un altissimo e sentito segno di civiltà, davvero lodevole. Proseguiamo per i vicoli, e tramite delle scalette raggiungiamo la chiesetta e campanile che sovrastano il paese. Edifici remoti e in eccellente stato di conservazione, che risalgono al XII secolo, e assieme al prato circostante danno vita a uno splendido pulpito panoramico, che domina dalla sua posizione la valle sottostante. Gli ultimi passi tra i vicoli a carezzare il borgo, circunavigandolo per gli aurei prati che portano all’auto.  Abbiamo l’animo inebriato da tanta bellezza, ci dispiace molto rientrare, un pezzo del nostro cuore rimarrà ancora quassù. Il togliere gli scarponi, il prepararsi e il rombo del motore suggellano l’inizio del rientro al vivere quotidiano. Un'altra nostra avventura è giunta felicemente a termine, con tanti meravigliosi ricordi da serbare nel profondo del cuore o da raccontare.

Il    Forestiero Nomade.

Malfa.

 



















































































 

Nessun commento:

Posta un commento