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domenica 27 ottobre 2019

Cima est Musi da Sella Carnizza,

Monte Musi Cima Est da Sella Carnizza.

Note tecniche.

Localizzazione: Prealpi Giulie.

Avvicinamento: Pinzano-Gemona -Val Resia- indicazioni per Uccea- Sostare l’automezzo presso la Sella Carnizza (m 1086), segnavia CAI n.737 (cartello) e ampio parcheggio.

Dislivello: 800 m.

Dislivello complessivo: 800 m-

Distanza percorsa in Km: 7 chilometri.

Quota minima partenza: 1086 m.

Quota massima raggiunta: 1878 m.

Tempi di percorrenza escluse le soste: 5 ore,

In: Solitaria

Tipologia Escursione: Escursionistica-Naturalistica

Difficoltà: Escursionistiche.

Segnavia: CAI 737
Impegno fisico: Medio.

Preparazione tecnica: bassa

Attrezzature: Si.

Croce di vetta: No.

Ometto di vetta: Si.

Libro di vetta: No.

Timbro di vetta: No.

Riferimenti:

1)          Cartografici: IGM Friuli – Tabacco 026.
2) Bibliografici:
3) Internet:

2)          Periodo consigliato:

3)          Da evitare da farsi in:
Condizioni del sentiero: Ben segnato e marcato.

Fonti d’acqua: No.

Consigliati:

Data: 23 ottobre 2017


Il “Forestiero Nomade”
Malfa



Durante una delle ultime notti passate insonni mi viene in mente il Veliki Rop, la cima da poco conquistata dall’amico Ilario.
 Dopo un mese di inattività la montagna mi chiama, e mi da un indirizzo ben preciso, quindi devo solo attendere il giorno propizio. Questo mercoledì il meteo mette bello, interiormente sto bene e quindi ho bisogno di sgambettare per monti, da solo, senza nessuna presenza estranea e che sia da disturbo ai miei pensieri.
Volendomi recarmi in Val Resia, attraverso il ponte di Pinzano (sul Tagliamento) che collega la provincia di Pordenone con quella di Udine. Poco dopo eccomi nel magico borgo delle rose, confesso che adoro questo fiore, e questa frazione ne è ricca.
Spesso, anzi sempre, durante i miei tragitti in auto mi fermo a rubarne qualcuna, recido con un delicato tocco il fiore dal gambo velandolo dentro il palmo della mano, per poi donarlo a chi amo. Anche questa volta mi sono fermato davanti al roseto, e con agire furtivo mi sono avvicinato ad esso, ma una rosa tra tutte mi ha attratto. Il purpureo fiore, se ne stava solitario fuori dal roseto, isolato sul marciapiedi quasi al bordo della strada.  La rosa sbocciata da  tempo desidera fuggire, sui monti che essa da lontano ha sempre ammirato; non vuol essere donata a un amore che come tutte le cose del divenire non perdurano in eterno, mi chiede di portarla su una cima, su un monte, per ammirare il mondo dall’alto e aspettare che un respiro sparga i petali al vento.
Dopo aver accolto l’invito e raccolto la rosa, la adagio sul sedile anteriore, di tanto in tanto l’ammiro e a volte le chiedo se essa ha mai amato. Mi risponde che sapeva sin da quando era bocciolo che sarebbe stata donata, non le sono nuovo, spesso mi vedeva avvicinare, ma io non le rivolgevo lo sguardo, guardavo le altre, che sicuramente saranno finite dentro un libro, o essiccate come mummie, o peggio ancora in un bidone di composto riciclato. Stavolta sapeva che sarei passato da lì, mi ha chiamato con il cuore, io le ho risposto e ora come un amore viaggia con me, in fuga lontano da tutto e da tutti, su una cima che ha solo visto nei sogni.
Giungo alle prime luci dell’alba in Val Resia, i colori autunnali accendono il cielo, il paesaggio è una tavolozza di pittore. Seguendo le indicazioni raggiungo Sella Carnizza, al parcheggio trovo un’altra auto, penso che incontrerò la compagnia durante l’ascesa.
Mi preparo in fretta e inizio questa nuova avventura, erano mesi che non avvertivo queste mirabili sensazioni. Il primo tratto di sentiero si sviluppa nel bosco di faggio, il percorso è ben marcato e mai ripido, finché da quota 1400 metri (circa) attraverso un lungo corridoio carsico, dove le rocce e l’umida vegetazione si aprono al cielo terso ottobrino. Mi fermo ad ammirare le lontane cime, quasi tutte conosciute, ma oggi mi appaiono come ricordi lontani. So benissimo che la menomazione all’anca per ora mi pregiudica le lunghe e incisive escursioni, ma oggi non avverto dolore, solo la fatica dovuta alla lunga inoperosità. Un tratto con cavi arrugginiti ravviva la memoria, l’ultima volta che sono stato sulla cima est dei Musi era il 2013.  Un varco tra le rocce simile ad una porta mi introduce al magico modo dei giganti. Sì, giganti, così chiamo i megalitici massi caduti come lacrime di pioggia dal Veliki Rop; essi, come possenti guardiani del tempio sembrano aprire o chiudere la strada ai viandanti. Passo tra i megalitici massi con gioia, amando la loro superfice dove rifletto il mio amore e il mio dolore. Dai giganti intravedo la non più lontana forcella, essa è posta tra il monte Musi cima est e il Veliki Rop (a destra). Sono quasi arrivato a destinazione, il tempo è volato via velocemente, grazie anche ai numerosi pensieri che di questi tempi mi affollano la mente.
Sento la fatica per lo scarso allenamento, ma ormai sono quasi in vetta. Poco sotto la forcella mi libero dallo zaino per pochi minuti, riflettendo sul da farsi. Sono stanco e non mi sento di affrontare il Veliki Rop, i passaggi di primo grado e oltre in questo momento potrebbero essermi fatali, mi contento di visitare la cima dei Musi, quella inerbita.
Pochi metri ed eccomi nei pressi dell’omino di vetta, tra i sassi non trovo il contenitore del libro dei visitatori. Guardando prima a sud e poi a ovest scorgo il bivacco Brollo, e la cima ovest dei Musi, e due figure che odo anche da lontano. Grido verso loro, ma non ascoltano la voce che proviene dal vento, quindi prima che mi conceda alla contemplazione apro il taschino della giubba dove ho riposto la rosa.  Prendo il fiore con cura, delicatamente e lo adagio in cima all’ometto di pietra, alcuni brevi aliti di vento ne spargono alcuni petali per la vetta, il resto rimane assieme al gineceo sulla fredda pietra. Tra i petali scorgo il sorriso dell’elegante fiore, che spegnendo lo sguardo abbandona questo mondo, donando a esso come ultimo gesto i suoi petali color rosso ardente e il suo profumo.
Osservo la rosa purpurea spegnersi nell’amore, una lacrima furtiva solca il mio viso, la sento scendere, calda e dolce come una carezza, il sacrificio del fiore è stato un gran gesto d’amore, mi ha commosso.
 Il paesaggio che mi circonda è meraviglioso, riempie l’animo di emozioni, ammiro tutte le catene montuose del Friuli e oltre, la neve ancora non ha fatto capolino, e la temperatura mite rende il tutto irreale.
Non so quanto tempo è passato, ma riprendo la via del ritorno, scendo lesto per quanto io possa fare, finché mi ritrovo di nuovo tra gli enormi massi. Ho l’impressione di essere seguito, sento una strana presenza tra i megalitici guardiani della valle, come una farfalla, tocchi furtivi che intravedo di sottecchi, per poi fuggire via, chissà dove è andato, chissà cos’è. Ecco, è un uccellino, non riesco a identificarlo, si nasconde tra i rami della vegetazione, ma attira la mia attenzione, si eccolo, è un pettirosso, che mi segue, come se facesse da guida ai miei sogni e desse risposte ai miei interrogativi. Faccio finta di nulla, di non averlo scorto, ma sento la sua presenza. Mi segue tra le rocce, tra gli ombrosi faggi dipinti di rosso dall’autunno, lasciandosi abbagliare dagli aghi dorati del larice. Il pettirosso mi segue fino all’auto, e si nasconde tra le foglie mancate, chissà cosa desia. Io parto, rientro, lasciando la valle per raggiungere l’aperta pianura. Guido con pacatezza, ma a volte ho la sensazione di essere seguito, sarò stanco e quindi ne avverto i sintomi. Sognando e rivivendo le emozioni raggiungo l’abitazione, e dopo aver lasciato l’auto in giardino mi preparo ad entrare a casa. Davanti il cancello condominiale, su un lato noto per terra il corpicino di uccellino, mi abbasso per indagare meglio, è un pettirosso privo di vita, sicuramente morto per la fatica. Con tristezza immagino che sia il piccolo pettirosso visto in montagna, mi ha seguito per un centinaio di chilometri fino a casa. Lo raccolgo, adagiando il piccolo corpo inerme sopra una foglia e con un’altra lo copro. Non voglio seppellirlo. Lo adagio con lo sguardo proteso verso l’azzurro cielo, chissà perché mi ha seguito, forse mi ha protetto durante il viaggio del ritorno, oppure anch’esso desiderava lasciare la montagna per un mondo nuovo, come me in questo momento.
Il forestiero Nomade.

Malfa.





























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