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venerdì 26 ottobre 2018

Monte Siera Piccolo

 
       Monte Piccolo Siera (2430 m.) da Sappada                         

Note tecniche.



Localizzazione: Alpi Carniche- Gruppo Terze-Clap

Avvicinamento: Lestans-Pinzano-Cornino-Tolmezzo- Villa Santina-  Ovaro-Rigolato-Cima Sappada- Sappada-Subito dopo la chiesa imboccare la stradina per la borgata Bach, scendere sino al Piave e trovare sosta poco prima di un ponte in legno, superando a piedi il ponte sulla sinistra parte una carrareccia che porta al sentiero 316.

Località di Partenza: Ponte poco prima del fiume Piave.



Dislivello: 1230 m.





 Dislivello complessivo: 1330 m.





Distanza percorsa in Km: 15 chilometri.





Quota minima partenza: 1200 m.



Quota massima raggiunta: 2430 m.



Tempi di percorrenza escluse le soste: 8 ore.

In: Solitaria e con il fido Magritte.



 Tipologia Escursione: Selvaggio-Escursionistica



Difficoltà: https://www.vienormali.it/images/layout/dif-EE.gif E.E. con passaggi di  I e II grado su roccia.

Segnavia: CAI 316.

Impegno fisico: Medio-alto

Preparazione tecnica: Medio alta.

Attrezzature: Si.

Croce di vetta: No.

Ometto di vetta: Si.

Libro di vetta: Si.

Timbro di vetta: No.

Riferimenti:

1)           Cartografici: IGM Friuli Venezia Giulia -Tabacco 01.

2)           Bibliografici:

3)           Internet:

Periodo consigliato: luglio-ottobre.

Da evitare da farsi in:

Condizioni del sentiero: Ben segnato e marcato fino alla casera Siera.

Fonti d’acqua: L’ultima poco prima della Casera Siera.

Consigliati:

Data:  11 ottobre 2018.

Il “Forestiero Nomade”

Malfa



 
Racconto:

La sera stessa dello scampato  pericolo, impaurito ancora dai tentacoli di Apate, preparo le armi, lucido lo scudo e affilo la spada, come Achille, l’eroico soldato e principe acheo, serbo una grande collera in corpo, ho bisogno assolutamente di vincere una battaglia, di qualcosa che sia degna dello spirito del “Forestiero Nomade”. Ad un tratto nei ricordi mi appare lei, la bella cima del Piccolo Siera, una montagna vera, non una di facili costumi che spesso si concede per banali carezze, insomma, qualcosa che mi faccia riscoprire l’amore e l’ebrezza dei momenti delicati, quando le tenerezze erano pure e potevi specchiarti negli occhi dal color blu cristallino. Come l’eroe omerico anch’io ho un fraterno amico, l’unico di cui possa credere della sua fedeltà, la sua abnegazione è degna di un grande storia, mi sarà vicino per leccarmi le ferite ancora non cicatrizzate e darmi forza con la sua fiducia, il suo nome non è glorioso come quello di Patroclo, ma Magritte ne sarà degno erede…

 Arriviamo nella magica vallata, Sappada è ancora avvolta dalle nebbie, la nostra meta imperiosa ci scruta da lassù, essa ha una sorella poco più alta, ma lei non le è da meno, sicuramente è meno ricercata e per questo più autentica; si concede a pochi, agli eletti ed è quello che oggi io desidero, voglio sentirmi unico e credere alle sue parole.

Partiamo poco prima di un ponte che supera il fiume sacro alla Patria, subito dopo risaliamo una ripida carreggiata con movimento sinuoso che ci porta in quota. Gli abeti nascondono i nostri pigri passi, la temperatura non si lascia ingannare dal limpido cielo, procedo coperto finché tocco la fredda e umida roccia del Siera. Viaggio nel versante nord occidentale, l’odore della vegetazione marcia è asfissiante, tanto da farmi aver nostalgia delle essenze con cui si aromatizzano le danzatrici del ventre egiziane. Delle attrezzature mi guidano a superare un salto esposto, mi fermo ad ammirare la bellezza dell’aurora che sveglia la natura dal suo torpore, il cielo è di un azzurro che sembra artefatto. Grazie, grazie “Grande Signora”, grazie dell’amore che mi offri. Un sentiero ben marcato mi guida nella vegetazione che, attimo dopo attimo, si tinge di colori altisonanti, la stagione dei pittori sta entrando nel massimo fulgore e ne ammiro le opere.

Raggiunta una sella proseguo per il delicato sentiero che procede sempre esposto nel vuoto che io non voglio colmare. Conseguito il passo Siera la fantasia si diverte a far patire il cuore. Sto attraversando pochi metri di ghiaia, e tra essi scorgo degli ometti, mi faccio guidare e penso ai ciottoli come esseri viventi, uno di loro, il più impavido, mi chiama: << Forestiero, forestiero! Dai prendimi, adagiami sull’ometto più alto, rendimi per un giorno eroe, ti prego, sono anni che giaccio nel freddo greto e nella vana speranza di una mano caritatevole. Vengo da lassù, caduto dalla cima. Un giorno ero così alto che vedevo volare le aquile, da un’altezza che pochi di voi umani avrebbero avuto il coraggio di pestarmi, anzi, cercavate in me una presa sicura. Ora sono caduto in disgrazia, ti prego, mettimi sopra di lui, esso ha già avuto il suo periodo di gloria, cosi anch’io con la fantasia mi illuderò di essere di nuovo in cima e volare con la regina dei rapaci>>. Ascoltato il piccolo e commovente sasso, con dolcezza lo prendo e lo adagio sull’ultimo dell’ometto, scusandomi con quest’ultimo dalla poca delicatezza. Oggi ho reso felice un sasso, cosa mi sta succedendo, sto diventando matto? Ho perso il senno? Magritte incredulo mi segue, raggiungiamo la casera Siera, effettuo una breve sosta, delle mani caritatevoli la stanno rimettendo in sesto. A occidente ammiro le Vette Nere, in esse il sole si specchia gagliardo dando loro quella giovinezza che tanto è gradita alle signore di una certa età, il sole è un grande adulatore, forte del suo irresistibile fascino, ora le chiama bimbe e ora …

Sorrido, mi volto a oriente e lasciato il riparo cerco la traccia guida, da questo momento sono il forestiero nomade, che va alla ricerca del suo spirito guida.

Un labile viottolo mi conduce dentro il fitto bosco da dove risalgo con fatica il ripido pendio, qui mi tocca mettere mano alle energie che ho al seguito, porto ancora nelle gambe la fatica del giorno precedente. Mi distraggo ammirando la bellezza dei dorati larici, che fanno i preziosi con i maturi abeti. Il larice è il mio albero preferito, perché più umano rispetto ai colleghi “sempre verdi”. L’autunno è la sua stagione, brilla al sole, ed è talmente vanitoso da ridimensionare Narciso se fosse al suo cospetto.

Il pretenzioso albero al mio tocco perde i filamenti d’oro, quasi se ne dispiace, perché tale peccato capitale presto lo renderà nudo e allora sarà lui deriso dai seriosi e moralisti abeti. Ecco perché lo amo questo nobile ceppo, perché spesso anch’io per vanità mi sono ritrovato nudo e deriso, per poi rinascere a nuova vita ed eroicamente protendermi dalle più alte e ardite rocce. I larici lasciano il passo ai mughi, che io cortesemente chiamo microonde, e dopo una bella scaldata finalmente vedo la prima roccia bianca, e poi un’altra ancora, roccia, roccia, tanta roccia ancora…

Entro nel teatro di ghiaia ammirando le pendici sud occidentali del Siera, umilmente mi prostro a tale magnificenza.

In alto le guglie si succedono come cattedrali gotiche, seguo i miei amici ometti che mi portano a cavalcare una crestina inerbita, spesso mi fermo ad ammirare i canaloni, uno è bollato di rosso, sarà la mia prossima meta.  I miei ometti diligentemente mi conducono a sud, per un prato che si sporge sul versante che domina dall’alto la Val Pesarina. Il colore giallo-oro del pendio erboso mi cattura l’anima, lassù tra il bianco e l’azzurro dimora il mio sogno. Scendo per pochi metri dentro un canale che sembra una ferita, per uscirne fuori tramite una paretina di primo grado, Magritte esegue l’operazione con grazia, è proprio un cane alpino.

Ora mi attende il prato da solcare in libertà, miro alle antropomorfe figure di roccia, cercando in loro il timone. Lascio lo zaino con il superfluo ai margini delle rupi e proseguo il cammino con l’amico.  La pietra è il mio universo, tra le sue pieghe trovo i passaggi più agevoli, eccomi su una crestina e finalmente intravedo il desiderio, sorrido, sono ben due le cime, e non poteva essere diversamente, lo stesso numero degli amori: l’amore sacro e l’amore profano.

Cavalco la crestina, ho il cuore in gola, il mio sogno è vicino, tanto da arrestarmi il cuore dall’emozione. Una cengia che da lontano appare ardita ora mi guida alla prima cima, quella a destra, che appare la più ardita, ma con sorpresa in pochi passaggi mi ritrovo sulla solitaria vetta insieme al fido Magritte. Il paesaggio è degno di un volo di rapace, sosta breve, perché sento il richiamo dell’altra cima.  Ridiscendo, brevi passaggi delicati ma non impegnativi e ripercorro a ritroso la cengia. A primo acchito mi sento soddisfatto, sto per abbandonare l’impresa e contentarmi, ma una voce mi chiama, è la seconda cima, non comprendo subito da dove posso avvicinarmi a lei, la voce viene da un canalone, in alto scorgo qualcosa che somiglia a un ometto, con il fido risaliamo fino a fermarci al centro dove convergono altri due canalini. Quale canalino percorrere, quale è quello conveniente? Risalgo quello a sinistra, facile, ma sbuca nel vuoto, a destra ho una parete di secondo grado e più, ridiscendo, convinco Magritte ad aspettarmi stavolta procedo a destra, paretina articolata ed esposta con passaggi di primo grado più, sto sospeso con le gambe in bilico su labili appoggi, cercando una soluzione, nel frattempo la bandana spinta dal vento si diverte a coprirmi la visione. Ridiscendo e riprovo l’altro canalino, e poi ritorno su questo, stavolta il passo è sicuro, primo salto superato, più un secondo di seguito, mi ritrovo al di sopra mentre un’ampia fessura mi incute timore, in caso di caduta mi porterebbe nel mondo dell’eterno silenzio.

Provo adrenalina allo stato puro, salgo, trovo degli ometti guida, bene non ho osato invano. Mi piego lievemente con le gambe e cammino sull’incrinata parete finale destreggiandomi tra l’infido ghiaino, in alto dei grossi massi mi indicano che le mie fatiche stanno per ricevere una degna ricompensa. Raggiunta la cima mi aspetta un misero e minimalista rametto a simboleggiare che per la conquista dell’ardita signora non riceverò ne oro ne medaglie, ma solo gloria.

Mi metto al centro dei massi, cercando in essi una comoda posizione e rifugio, fatta! Ho toccato il cielo, che gioia, tutto mi sembra così piccolo da quassù, anche l’attiguo Siera; che meraviglia, mi diletto a sporgermi per dimostrami che il vuoto non fa paura alle anime pure. Apro la cassettina del libro di vetta, avvolto nella plastica trasparente trovo un piccolo taccuino, l’ultimo viandante le ha fatto visita di cortesia più di un anno fa. Improvviso un autoscatto, video, e poi dovrei scendere e raggiungere in basso il mio compagno, ho quasi lasciato la vetta che…

Ritorno indietro convinto di non aver fatto abbastanza foto, per poi scoprire a casa che ho esagerato.  Sento la mano delicata e sincera della montagna, che non vuole lasciarmi andar via, come il vero amante dovrebbe una volta scoperto l’amore. Ora non ho dubbi, la seconda cima è l’amor sacro che si concede a pochi e solo per amore. Con calma procedo a ritroso, e deliziando il viandante, ripasso le manovre di alpinismo base, saggiando la roccia e cercando le prese sicure.

 Raggiunto Magritte, lo abbraccio e bacio, lui mi guarda stranito, la coda che scodinzola svela il piacere di avermi ritrovato. Ora felici e baldanzosi, scendiamo giù a recuperare lo zaino, ammiro le due vette con lo sguardo dell’amante che ha da poco dispensato il suo amore con corpo e anima.

Recuperato lo zaino con il suo carico prezioso, ci dedichiamo al piacere ludico del nutrimento, sospesi sul dorato prato, con la mente carica di autostima, tale da fare apparire le rocce sotto cui passeremo tra poco, archi di trionfo.

Ripreso il cammino, so bene che sarà lungo, tanto lungo da riportarmi con i pensieri anche al giorno prima. Metà del percorso che ho disceso non lo ricordo, so solo che un uomo è rinato lassù in cima, ora sono più forte e determinato, pronto ad affrontare la giusta via verso quel bene irraggiungibile che chiamiamo felicità. Mi sono munito di corazza idonea a resistere agli incantesimi, un mondo nuovo mi attende, con tanta luce da rendere dolci e soavi i momenti in cui mi abbandono all’amore, finalmente ho ritrovato il mio Santo Graal. Il mio passo lento ma sicuro mi accompagna sino alla riva del Piave, raggiunta l’auto mi prendo cura del corpo dandogli la giusta ricompensa per avermi portato sulla luna. Mentre il tramonto si diverte a dipingere di rosso il cielo, lo sguardo è rapito dalle dee che corrono approfittando dell’imbrunire, le fanciulle si fanno belle per Giove e altri dei. È vero, l’amore è il motore dell’universo, e questo lo sanno anche le divinità. Carico ed entusiasta rientro, guidando l’auto che ora mi par d’essere un puledro grigio. Ritorno a valle con le risposte che cercavo, con una cima conquistata e una nuova storia da raccontare.

Il Forestiero Nomade.

Malfa.


















































































































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