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lunedì 10 maggio 2021

Monte Gran Pala da Seletz- San Francesco (Val d’Arzino (PN)

Monte Gran Pala da Seletz- San Francesco (Val d’Arzino (PN)

 

Note tecniche. 

 

Localizzazione: Prealpi Carniche- Gruppo del Verzegnis- Dorsale Verzegnis-Piombada.

 

 

Avvicinamento: Pinzano- Anduins- Valle D’Arzino- San Francesco- lasciare l’auto presso uno spiazzo nella frazione di Seletz.

 

Regione: Friuli-Venezia Giulia

 

Provincia di: Pordenone

.

Dislivello: 1070 m.

 

Dislivello complessivo: 1200 m.


Distanza percorsa in Km: 18


Quota minima partenza: 390 m.

 

Quota massima raggiunta: 1347 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 6 ore

In: coppia

 

Tipologia Escursione: escursionistica in ambiente selvaggio, con sentieri quasi del tutto assenti.

 

Difficoltà: Escursionisti Esperti idonei ad agire in un ambiente totalmente selvaggio e privo di tracce e segni per l’orientamento.

 

Tipologia sentiero o cammino:

 

Ferrata- valutazione difficoltà:

 

Segnavia: CAI 827- Bolli rossi; blu scuro; segni giallo-rossi.

 

Fonti d’acqua: si, molteplici.

 

Impegno fisico: alto

Preparazione tecnica: media

Attrezzature: si

 

Punto goniometrico. si, presso una elevazione al margine della cresta finale del Monte Gran Pala.

 

Croce di vetta: no

Ometto di vetta: piccolo, in cui ho lasciato un barattolino per i segni di passaggio del viandante.

Libro di vetta: no

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

1)               Cartografici: IGM Friuli – Tabacco 020
2) Bibliografici:
3) Internet: Trovata solo una relazione della Tana dell’orso, ma per altro itinerario.

2)               Periodo consigliato: primavera-autunno

3)                

4)               Da evitare da farsi in: presenza di ghiaccio o terreno umido

Condizioni del sentiero: Ben marcato quello CAI.  I pochi segni presenti spesso non sono seguiti da tracce, e il sentiero segnato sule mappe è del tutto assente.


Consigliati: ramponi per erba per la discesa dai ripidi pendii.

Data: sabato 08 maggio 2021.

Il “Forestiero Nomade”
Malfa

 

Tra la cresta del Cuar e quella del Piombada dimora un universo sconosciuto, una infinità di valli e colli, che pur non avendo nomi altisonanti conservano intatto il fascino del creato, anzi, lo amplificano grazie a scorci panoramici più unici che rari. E questo universo l’ho scoperto grazie al vagare per le mappe topografiche in una costante ricerca di luoghi ignoti.

In una recente escursione sul monte Chiadins ho potuto gettare l’occhio sui rilievi circostanti e in particolar modo mi ha colpito il Monte Gran Pala, alto ben 1347 metri e difficile da raggiungere, sia, per le distanze chilometriche che lo separano dalle arterie accessibili, sia perché nessun sentiero lo scala facilmente; quindi, una volta raggiunto il monte per uno dei vari versanti, dovrò trovare delle peste remote.

Sono stato indeciso sino all’ultimo su quale località raggiungere per la scalata al monte. Durante la preparazione tecnica, ho fatto una ricerca sul web, individuando due sole relazioni, e precisamente sul sito la Tana dell’orso, del bravo Giorgio Mandinelli, noto greppista, e quella del mitico Ravanatore.

Per l’uscita, mi sarà compagna Giovanna, ormai escursionista collaudata in un certo tipo di avventura. Dopo un acuto studio, come località di partenza, scelgo la frazione di San Francesco, presso la Val d’Arzino, avendo come itinerario la percorrenza del sentiero 827, che conduce alla Forchia Armentaria.

Il mattino dell’otto maggio si presenta incantato, solare e fresco. Si raggiunge in auto la località prevista, e una volta parcheggiato l’automezzo e indossati gli scarponi procediamo per l’avventura, con gli zaini stracolmi di sogni. Dalla località di Selezt (quota 390 m.) imbocchiamo la carrareccia numerata 827 e 840 (cartello), e dopo una serie di tornanti viriamo a sinistra per l’827, iniziando a costeggiare il fragoroso Rio Armentaria. Proseguiamo il cammino per l’ampia e comoda carrareccia, che ben conosco, sicuramente un‘antica arteria di servizio per le malghe a monte, e il nome del rio fa intuire quale tipologia di mammiferi vi transitasse. Raggiunto il greto del torrente, seguiamo i segni, e lo guadiamo, passando come equilibristi sui sassi che emergono dalle fresche acque. Una volta scorsi sulla sinistra orografica del rio, iniziamo a salire con una serie di stretti tornanti le pendici nord-occidentali del Monte Gran Pala, per poi riprendere con un andamento in orizzontale. Raggiunto un tratto eroso da una frana, lo si supera per facili tracce su sfasciumi, e dopo un centinaio di metri  ritroviamo una successiva area accidentata a causa di uno smontamento, proprio nelle vicinanze di una deliziosa cascata; in questo frangente, il getto delle acque accompagna le operazioni. Grazie a un cavo e a delle staffe di recente realizzazione, superiamo l’ostacolo e siamo a ridosso del secondo guado del torrente, stavolta ci spostiamo sulla destra orografica. L’ambiente che abbiamo percorso è fantastico, inebriante, è un vero inno alla gioia per chi ama la natura.  Continuiamo per una piccola traccia resa umida dal defluire dell’acqua di una sorgiva, per poi ritrovare la carrareccia che ci accompagna sino alla strada forestale proveniente da Alesso.  Dopo un tornante in direzione sud, viriamo a destra per la carrareccia, pochi metri e siamo nei prati che ospitano la struttura della Malga Armentaria (quota 806 m.). Come già presagivo, troviamo la casera chiusa, peccato, potevano almeno ricavarne un riparo per i viandanti. La mappa topografia mi rende edotto che un sentiero (tratteggiato in nero) parte a sud della malga. Nel frattempo che Giovanna recupera un po’ di energia, ispeziono tra le siepi, trovando un segno e una pesta. Sembra che tutto sia a posto, quindi iniziamo l’ascesa al monte. Nemmeno pochi metri e vago nel nulla, i segni e la traccia sono svaniti, quindi passo dalla modalità escursionista a quella di lupo e seguo l’istinto. Scorgo oltre un canalone un crinale che attira la mia attenzione, infatti dei piccoli bolli rossi che sono segnati sulle cortecce dei faggi, mi invitano lungo la dorsale che avevo individuato, li seguiamo per un po’, ma non ne sono tanto convinto. Decido, subito dopo un traverso nel ripido boschetto, di proseguire lungo il displuvio per la faticosa ascesa, ma che indubbiamente ci porta in alto. Metro dopo metro scruto il terreno, cercando i passaggi più agevoli, disegnando delle traiettorie che sfruttino i punti meno insidiosi, e assicurandomi di avere al di sotto, a pochi metri di distanza, sempre degli arbusti che in caso di caduta evitino l’irrimediabile. Raggiunto un costone articolato ci divertiamo (si fa così per dire, perché la fatica non latita mai) a percorrerlo, finché raggiungiamo un’esile traccia (sentieri di camoscio) che sale tra l’affilato costone e un ripido salto sopra il canalone sottostante. Superato quest’ultimo ostacolo raggiungiamo una forcella panoramica posta a ridosso del costone. Breve sosta, mi fermo a studiare la mappa confrontando i dati con quelli del GPS. Riscontro che ci troviamo vicino alla meta, conforto la compagna che stiamo procedendo bene. Quindi risaliamo un costone e poi rientriamo in un catino con altissimi faggi, lo percorriamo sino alla base del crestone che ascende da oriente, quello che in seguito percorreremo in discesa. Procediamo nell’ultimo sforzo sul ripidissimo pendio (100 metri di dislivello con alcuni tratti quasi in verticale), e siamo a ridosso della cresta, pare che le fatiche abbiano avuto termine. Una volta che Giovanna mi ha raggiunto, le indico che ci siamo, le ultime parole famose, la cupoletta sommitale invece è seguita da un’altra, e poi un ‘altra ancora, un succedersi di quote che ti fanno apparire interminabile il punto di arrivo.

Ma fortunatamente l’andamento è dolce, lieve, oserei scrivere sublime. Percorriamo la cresta finale, coscienti che ci siamo, e dorso dopo dorso, buttiamo l’occhio avanti, sperando che quella che segue sia la meta.

Raggiunto il punto più alto della vetta, scruto per terra e trovo solo due sassi, quindi mi spingo avanti, a oriente, dove mi abbasso di pochi metri di quota, sino a raggiungere il vertice estremo, simbolizzato da cocuzzoli inerbiti intorno a una piccola concavità naturale. Sopra un masso trovo cementato il tondino goniometrico con il simbolo del Friuli, è la prima volta che ne vedo uno diverso da quelli dell’IGM. Fatta! Mentre Giovanna mi raggiunge, mi diverto a scrutare il paesaggio, davvero magnifico e selvaggio, investigando su quale sarà l’ipotetico itinerario del rientro. Solennizziamo l’avvenuta conquista del monte Gran Pala (quota 1347 m.), spostandoci sul dorso meno esposto per la rituale foto di vetta. Effettuiamo una breve pausa, recuperiamo un po’ di energie, siamo stati bravi, il percorso non è stato per nulla banale. Per la discesa, in previsione di ripidi prati, ci attrezziamo con i ramponi da erba, che subito calziamo, e una volta redatto un foglio con il segno del nostro passaggio lo racchiudiamo in un barattolino di vetro con il simbolo del gruppo, a beneficio dei viandanti. Recuperate le energie siamo pronti e iniziamo la discesa. Durante l’ascesa sul crinale finale avevo scorto dei segni gialli e rossi, ritrovati quest’ultimi in discesa decidiamo di seguirli, essi ci guidano lungo il costone che porta sino al monte Faz, e da quest’ultimo, la segnaletica dovrebbe ricondurre alla carrareccia proveniente da Alesso. Piuttosto che sperimentare altre varianti, e rischiare più del previsto, decidiamo di seguire i segni, anche se le tracce sono rare. Pochi metri prima della cima del monte Faz i punzoni svaniscono, proprio in prossimità di un grande salto. Dopo aver ben perlustrato la zona decidiamo di discendere per il ripido versante occidentale, mettendo all’opera i provvidenziali ramponi, sino a raggiungere, dopo 250 metri di ertissimo pendio, una conca con massi affioranti, ma non mi illudo, e di seguito spiego alla mia compagna che non è ancora giunto il momento di rimuovere i ramponi. Procedendo all’interno del bosco di faggi, ci dirigiamo a settentrione, ed ecco che al limite della conca ritroviamo dei bolli rossi e blu scuro, simili a quelli della partenza dalla casera. Ho intuito che la traccia abbandonata mi avrebbe portato sin qui, e quindi ho fatto bene a smetterla di seguirla. La stessa traccia porta a occidente se percorro il fianco della montagna, ma l’istinto mi consiglia di continuare la discesa a nord, infatti è quello che facciamo.  Durante la calata per il ripido pendio scorgiamo sotto di noi la stradina forestale. Splendido! Ho avuto un’ottima intuizione. Gli ultimi metri nel pendio ci portano accanto a un secco impluvio che termina a ridosso del muro in cemento che costeggia l’arteria. Due metri di altezza che superiamo in discesa grazie a degli arbusti e delle roccette posti al margine sinistro. Fatta! Ora siamo al sicuro, nemmeno il tempo di tirare un sospiro di sollievo che veniamo raggiunti da un solitario e simpatico ciclista in mountain bike, in transito lungo la carrareccia. Mentre noi ci sistemiamo, togliendo i ramponi, instauriamo una conversazione con l’amico. Scopriamo con piacere che il ciclista è originario di Palermo, e vive a Tricesimo, ed è pure scampato, per fortuna sua, ad essere arruolato nel lontano 1976 con lo scaglione militare che perse la vita nel polverizzarsi delle tre palazzine della caserma " Goi-Pantanali " sita presso Gemona.

Una volta pronti, salutiamo l’amico, e proseguiamo per la nostra meta, ovvero raggiungere la Forchia Armentaria tramite la stradina. Il percorso è in salita, quindi aggiungiamo altro dislivello a quello già accumulato. Alla nostra destra spicca la lunga cresta che dal monte Piciat che si spinge sino al vertice del Monte Piombada, la neve è quasi del tutto assente, tale visione in me si risveglia dei ricordi mai sopiti. Raggiunta la forchia, la superiamo di alcuni metri, trovando una comoda sosta per il meritato pranzo presso un tronco lasciato ai bordi del selciato, lo adoperiamo come panca. Il tempo dedicato al ristoro è breve, ora che abbiamo scaricato la tensione, mangiamo con gusto.  Finito la pausa dedicata al recupero dell’energie riprendiamo il cammino. Non abbiamo fretta, la luce diurna ci accompagna, quindi possiamo dedicare il tempo sottratto nell’andata ad ammirare la bellezza dello scorrere dell’acqua del rio e ascoltare i suoni della natura. Siamo letteralmente rapiti, viviamo una magica evasione nel mondo incantato del creato. Poco prima dell’arrivo, presso uno degli ultimi tornanti, visitiamo il rudere di uno stavolo, dove ancora, all’interno dei locali, sono serbate le tracce di un vissuto perduto. Il pensiero vola al terribile sisma del 1976, che in questa magnifica terrà causò la perdita di migliaia di vite umane, e terminò anche l’utilità e la funzione di tantissimi edifici, specie quelli sparsi per i luoghi più perduti dei monti. Mi dispiace che dopo tanto tempo, ai più, non interessano questi manufatti.  È sconsolante constatare tutta questa indifferenza, essi, i remoti stavoli, raccontano la storia di un popolo, e ogni rudere che scompare è un pezzo del passato che svanisce per sempre. Raggiunta la località di partenza, ci approntiamo, procedendo al rientro. L’auto transita lentamente nella Val d’Arzino, come se il motore fosse inebriato dai nostri lieti pensieri. Pervenuti nella pianura friulana ci irradia una luce intensa che illumina uno splendido cielo terso. Il giorno volge al termine, e noi siamo soddisfatti di aver aggiunto un'altra gemma alla comprensione della montagna friulana.

Il Forestiero Nomade.

Malfa 

 




































































 

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