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giovedì 4 marzo 2021

Anello Monte Chiadins da Marins (San Francesco) Valle D’Arzino-UD.

Anello Monte Chiadins da Marins (San Francesco) Valle D’Arzino-UD.

 

Note tecniche. 

 

Localizzazione: Prealpi Carniche- Gruppo del Verzegnis- Dorsale Verzegnis-Piombada.

 

 

Avvicinamento: Pinzano- Anduins- Valle D’Arzino- San Francesco- lasciare l’auto presso uno spiazzo nella frazione di Marins.

 

Regione: Friuli-Venezia Giulia.

 

Provincia di. Udine

.

Dislivello: 650 m.

 

Dislivello complessivo: 850 m.


Distanza percorsa in Km: 12


Quota minima partenza: 400 m.

 

Quota massima raggiunta: 1123 m.

 

Tempi di percorrenza escluse le soste: 6 ore

In: Coppia

 

Tipologia Escursione: Panoramica- Naturalistica

 

Difficoltà: Escursionisti Esperti abili ad agire in ambiente selvatico.

 

Ferrata- valutazione difficoltà:

 

Segnavia: CAI 827- Segni rossi e piccole tabelle rosse esplicative, tracce di raschiamento sulle cortecce dei faggi.

 

Fonti d’acqua: si, alcuni ruscelli e il rio Armentaria

 

Impegno fisico: medio alto

Preparazione tecnica: media alta

Attrezzature: si (breve cavo e staffe, in ottime condizioni) presso un tratto di sentiero franato)

 

Croce di vetta: si, minimalista, due pezzi di ramo, ma bella.

Ometto di vetta: si

Libro di vetta: si, impiantato barattolo di vetro alla base della croce,

Timbro di vetta: no

Riferimenti:

1)          Cartografici: IGM Friuli – Tabacco 028
2) Bibliografici:
3) Internet: 

2)          Periodo consigliato: primavera-autunno  

3)           

4)          Da evitare da farsi in: in condizione di terreno asciutto, soprattutto il tratto dalla Forchia dal Vedis alla Malga Armentaria.  

Condizioni del sentiero: Ben battuto, e ben segnato, solo dopo la Forchia dal Vedis, qualche problema di orientamento.


Consigliati: Ramponcini da erba per il tratto esposto e selvaggio.

Data: mercoledì 03 marzo 2021

Il “Forestiero Nomade”
Malfa

Dopo un lungo periodo di non attività in sentieri selvaggi, torno alla grande con un anello che avevo in mente da tempo. Con la stessa accesa brama di libertà sono andato alla ricerca, di itinerari nuovi sulle mappe regionali. Sul monte Chiadins non sono mai stato, e non ho trovato nessuna relazione sul web, quindi la cosa mi attrae, e una volta studiata la topografia con i relativi tempi di impiego, mi organizzo. Coinvolgo nell’impresa l’amico Fabio, sarà una buona occasione per passare delle ore di conversazioni idilliache in uno dei nostri ambienti preferiti. L’appuntamento è fissato a Pinzano, Fabio viene direttamente da Trieste, insieme procediamo per la Valle D’Arzino. Poco dopo Anduins, ne approfittiamo per fare una sosta e gustare un caffè presso un locale con i tavoli all’aperto. Riprendiamo subito il viaggio per la valle, avremo tempo di parlare durante l’escursione. Giunti nella frazione di Marins (San Francesco) troviamo un comodo posteggio per l’auto, proprio sotto uno stavolo, in cui le porte sono chiuse a lucchetto e decorate con lustrini a forma di cuoricini rossi.

Con l’amico ci organizziamo per la partenza, noto che entrambi siamo bradipi nei movimenti, come se effettuassimo un rito liturgico. Fabio si allontana un attimo per riempire la sua bottiglia d’acqua, alla vecchina che lo ha incrociato non gli è sembrato vero di ritrovarsi di primo mattino un bel uomo venuto dal mare e lo disseta alla sua fonte, sull’episodio (Fabio e io) ci ridiamo su. Profetizzo che durante l’escursione le battute umoristiche verranno fuori a raffica. Pronti, si parte per la nostra meta, e una volta diretti a oriente, troviamo subito la strada forestale, con i relativi cartelli CAI. Piano piano, con molta calma inizia il nostro cammino, che ci conduce nella valle solcata dal rio Armentaria. A un bivio seguiamo il sentiero a sinistra (numerato 827) tralasciando quello numerato 840. Dopo un tornante notiamo, inchiodata a un giovane fusto di pino una piccola targa in metallo, tinta di rosso con le indicazioni a pennarello scritte in nero. Ci siamo, è il nostro sentiero selvaggio. Lasciamo il sentiero CAI, per iniziare la santa ravanata. Malgrado temessimo di trovare una traccia labile e i temuti schianti, rimaniamo sopresi, il sentiero è ben marcato, ripido sì, ma magistralmente scavato nel pendio, in modo di alternare i tratti erti con quelli comodi dei panoramici traversi. Fabio e io siamo estasiati, è davvero un bel sentiero, ci galvanizza, bello assai, che a descriverlo in versi non potrò mai illustrare le emozioni che provo. Percorriamo in salita il versante sud-orientale del monte Chiadins, le vegetazioni sono le tipiche specie dei sempre verdi aghiformi, tra cui fa la parte del leone il bel pino silvestre. Nei tratti panoramici abbiamo modo di ammirare le cime circostanti, in lontananza riusciamo a riconoscere le cuspidi del Chiampon e del Cuar. Fa tanto caldo, ci alleggeriamo degli indumenti, e proseguiamo per l’avventura. Percepiamo la cresta sempre più vicina, abbiamo ben letto la mappa, ed ecco sbucare proprio sotto la cresta un rudere di stavolo dagli interessanti particolari architettonici tra cui le arcate. Breve ispezione all’interno dell’edificio, è un mistero come sia stato edificato a questa quota. La vicina cresta consiglia di lasciare il sentiero che ora ha preso le sembianze di una mulattiera, e di scalare in libera i ripidi e aurei prati. Tratto molto faticoso, ma in breve siamo sulla cresta che porta alla cima del Chiadins, posta a occidente.  Sul crinale non ci sono tracce, solo i ripidi versanti dove bisogna fare attenzione nel percorrerlo sino alla vetta. La cima sembra non giungere mai, malgrado si preannunci, dietro ogni elevazione se ne svela un ‘altra. Con Fabio ci alterniamo nell’aprire la pista, finché una piccola spartana croce ci annuncia che le nostre fatiche sono state premiate. Cima Chiadins è raggiunta, alta metri 1051, è stata conquistata da due indomiti spiriti liberi, il resto è storia che continuo a raccontare. In vetta effettuiamo una breve pausa, consumiamo solo una buona tavoletta di cioccolata alle nocciole, per il pranzo abbiamo prenotato un tavolo posto pochi metri dopo la Forchia dal Vidis.

Sulla vetta ci godiamo il paesaggio, quello che i carpini neri e i faggi ci concedono di vedere. Installo un barattolo di vetro alla base della croce, dove segnare il passaggio dei viandanti nell’apposito blocco note. Passata una buona mezzoretta a sollazzarci, e data un’occhiata all’ora, scopriamo che è meriggio, quindi decidiamo di proseguire, compiendo l’anello. Decretiamo a priori, e nel pieno delle nostre capacità di intendere e volere (atto notarile sepolto sotto un faggio), di tralasciare il monte Ceresule per una prossima avventura, così diamo più decoro e prestigio al monte Chiadins, nell’averlo scelto come unica vetta dell’escursione odierna.

C’è molta ironia nel nostro fare, soprattutto sarcasmo nei confronti di chi ha scambiato la montagna come un luogo di competizione, una pista di formula uno, dove conta solo sommare nomi e numeri; noi, Fabio e io, amiamo competere solo con il nostro io e i nostri acciacchi.

Ripreso il cammino, raggiungiamo in breve la mulattiera che si dirama pochi metri dopo i ruderi dello stavolo, e proseguiamo, sempre seguendo i bolli rossi, in un avvallamento che, man mano che avanziamo si veste di bianca neve, sino a fare sparire sotto la coltre gli stessi segni rossi. Per un paio di metri perdiamo pure la traccia, ma l’istinto da vecchi lupi di montagna, suona a unisono, nel medesimo istante nelle nostre menti. Infatti, datoci uno sguardo di complicità e visionato la mappa, guardiamo indietro, scorgendo altri segni rossi. L’istinto, sommato all’esperienza, in molti casi diviene chiaroveggenza. Riprendiamo il cammino, guadando il secco impluvio, che erroneamente stavamo risalendo. I segni rossi ci guidano a risalire il ripido versante di una cresta, fino ad arrivare alla stretta forcella (ostruita da uno schianto) che ci proietta sul versante meridionale. Superata anche questa fatica, e trovato un comodo montarozzo, ci ricordiamo di aver prenotato un tavolo e lo eleggiamo a refettorio. Zaini a terra, finalmente ci si nutre, recuperiamo le energie; la pausa è breve, ma ci dà la giusta ricarica, dopodiché, sparecchiamo, laviamo i piatti, ci riappropriamo degli zaini e iniziamo la discesa per completare l’anello. Durante l’escursione abbiamo avuto modo e lo faremo sino alla fine della stessa, di improntare un profondo e costruttivo simposio, spaziando in lungo e largo nei meandri della cultura, tra il serio e il faceto, non tralasciando l’eros nelle sue mille sfaccettature. Dalle doti uniche delle milizie di Tebe a quelle spartane, dai convitti socratici ai riti dionisiaci, e a volte, si va fuori tema nel parlare di montagna. La montagna è una vera terapia per lo spirito, e le nostre conversazioni hanno espanso questa valenza. Un faggio con un vistoso segno rosso materializza la raggiunta destinazione della Forca dal Vedis, e per non farci mancare il brivido dell’imprevisto, da quest’ultima si diramano ben cinque tracce, quale sarà quella che ci porterà a valle? È quello che vedremo nelle prossime puntate, ovvero ora. Non nascondo che abbiamo avuto un attimo di smarrimento, e quindi dopo aver interrogato la mappa, il GPS e l’Oracolo di Delfi, e provato tutte le direzioni possibili (i sentieri ascendono piuttosto che discendere) di comune accordo si decide di proseguire per quella traccia a sud est, che partendo dalla cresta che sale al monte Ceresule si rivela quella retta. Due bolli rossi ci appaiono, e per noi sono un miracolo, come lo sono le pozze d’acqua per gli assetati nel deserto. Un po’ di euforica gaiezza ci rapisce, ma solo per un breve istante. La traccia labile e a volte inesistente, si rivela un’autentica prova di ardimento. In sintesi, il sentiero che percorreremo in discesa aggira il versante meridionale del monte di Ceresule con alcuni passaggi assai esposti e adrenalinici, degni dei nostri amici Federica e Loris o dei più noti greppisti. Un autentico sentiero selvaggio, che stimola a sperare che non vi siano interruzioni, perché sarebbe un’autentica tragedia. Fortunatamente, tutto fila liscio, e dopo alcune centinaia di metri di sentiero ardito, la traccia si fa più comoda, si concede al nostro passo come lo facevano le ancelle della dea Ishtar con i forestieri. Camminiamo ora con passo sicuro sino a fluire nella strada forestale proveniente da oriente. I pericoli oggettivi dovrebbero essere finiti, tiriamo un sospiro di sollievo e andiamo a ispezionare la bella costruzione della Malga Armentaria. L’edificio è in ottime condizioni ma chiuso ai viandanti, un malcostume che abbiamo ritrovato in alcune sezioni CAI. Ripreso il cammino, continuiamo l’anello, seguendo i segni bianco-rossi del CAI e il sentiero numerato 827. Ci abbassiamo ancora di quota sino a guadare il Rio Armentaria, per poi continuare sulla sinistra orografica dello stesso, da oriente a occidente. Un altro ritaglio di escursione davvero spettacolare, sentiamo lo scorrere del rio e il getto di alcune cascate, un tratto di sentiero ha ceduto a causa di uno smottamento, ed è stato attrezzato con dei cavi e staffe di ottima fattura. Percorriamo il cuore della valle, e dal basso a volte scorgiamo la vetta del Chiadins. È un autentico viaggio da sogno quello che stiamo percorrendo, e tutta questa magnificenza in una sola escursione. Dopo aver guadato per la seconda volta il rio, ora il sentiero riprende la fisionomia di una carrareccia, ben percorribile con un fuoristrada. Beati e paghi raggiungiamo il punto di partenza del sentiero selvaggio intrapreso in mattinata, e proseguiamo per i comodi e ampi tornanti per la frazione di Marins. L’escursione volge al termine, il medesimo gatto dal pelo bianconero, che stamattina dubbioso ci vide partire per l’odissea, ora, sorpreso più che mai, ci vede rientrare, stanchi, distrutti, con armi usate, abiti laceri, ma soddisfatti. È stata una stupenda escursione, in ottima compagnia, tra veri spiriti liberi, amici, gente di mare, dall’aspetto simile ai Normanni, che si incontrano nella terra appartenuta un tempo ai Veneti e ai Carni, eredi degli antichi Celti. L’escursione nella nostra testa non ha termine, continua, passeremo la notte e il giorno a seguire a rivivere i momenti salienti. Sicuramente i nostri scarponi ritorneranno, insieme, a percorrere, in lungo e largo, altri sentieri di questa e di altre fantastiche regioni.

Il Forestiero Nomade.

Malfa 





































































 

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