mercoledì 16 gennaio 2019

Col di Luna da Tramonti di Sopra.

 
Col di Luna da Pradis (Cuel da la Luna (1422 m)   Tramonti di Sopra.

Note tecniche.



Localizzazione: Dolomiti destra Tagliamento- Prealpi Carniche-

·         Latitudine: 46° 17' 28" (46,2911°) nord

·         Longitudine: 12° 44' 45" (12,7458°) est

·         Altitudine: 1422 metri (4665 piedi)



Avvicinamento:

Località di Partenza: Borgo Pradis presso Tramonti di Sopra.



Dislivello: 1019 m.





 Dislivello complessivo: 1019 m.





Distanza percorsa in Km: 14 chilometri.





Quota minima partenza: Pradis 403 m.



Quota massima raggiunta: 1422 m.



Tempi di percorrenza escluse le soste: 7 ore per via delle difficoltà tecniche.

In: Solitaria.



 Tipologia Escursione: Selvaggia.



Difficoltà: https://www.vienormali.it/images/layout/dif-EE.gif Escursionisti esperti con altissimmo senso di orientamento e dimistichezza con ambienti selvaggi.

Segnavia: CAI fino alla carrareccia, poi nessun segno, e solo sparuti ometti in alto.

Impegno fisico: Alto.

Preparazione tecnica: Alta.

Attrezzature: Nessuno.


Croce di vetta: No.

Ometto di vetta: Si.

Libro di vetta: Si.

Timbro di vetta: No.

Riferimenti:

1)           Cartografici: IGM Friuli Venezia Giulia – Tabacco 028.

2)           Bibliografici:

3)           Internet:

Periodo consigliato: Tutto l’anno.

Da evitare da farsi con: Ghiaccio o terreno umido.

Condizioni del sentiero: Inesistente dopo la carrareccia.

Fonti d’acqua: Nessuna.

Consigliati: Ramponi da erba.

Data: 12 gennaio 2019

Il “Forestiero Nomade”

Malfa

 
Racconto:



Il Col di Luna, selvaggia montagna, la notai per la prima volta durante l’escursione che effettuai insieme all’amico Roberto presso le dirimpettaie cime che dominano il borgo di Palcoda. Ci colpì da subito la sua forma a cono rovesciato, un vulcano che si estende verso il cielo. Dell’asperità ne ignoravo il nome, a casa ne studiai la topografia, scoprendo il nome il “Col di Luna”: <Magico!> Esclamai, e così fatte le dovute ricerche l’ho inserito nella lista dei monti da farsi. Nel gennaio dell’anno precedente osai andare su, ma trovando eccessivo ghiaccio, optai per il vicino e sorprendente monte Crepa.

Come spesso amava citare “Fra Cristofaro“ ai novelli avventurieri:<< la cima sa da fare!>>,

Ed eccomi al 12 gennaio del corrente mese, io e il fedele Magritte, compagno di mille avventure, decolliamo per la Val Tramontina.

In questo periodo post festivo si respira aria natalizia, i borghi sono ancora addobbati a festa. La valle nelle prime ore del mattino è grigia e fredda, mi inoltro con l’auto fino a raggiungere Tramonti di Sopra. Procedendo a memoria, percorro la stradina con le indicazioni per Pradis. Superato il torrente Meduna e per stretti tornanti raggiungo la piccolissima frazione (403 m.).



Arresto la marcia con il ruotato poco prima di una asta in metallo, che sbarra l’accesso al monte, spengo, scendo dal mezzo e mi appronto per l’escursione. Conosco la strada forestale che conduce al monte, essa è ombrosa, mi avvio non avendo nulla da descrivere che il tedioso percorso tra i ruderi delle remote stalle.

Durante l’ascesa, mi soffermo spesso ad ammirare le vicine montagne, tra cui spicca e ammiro la bellissima mole del Roppa Buffon, lungo la sua dorsale a settentrione, spicca la visibile la rocciosa aquila che precede il monte Frascola. I ricordi volano a ritroso all’estate trascorsa e alle solitarie escursioni nella zona.

Raggiunto un tornante (posto a quota 895 m.), abbandono la rotabile per iniziare il tratto più impegnativo.

Dalla curva del tornante mi porto sul ripido pendio inerbito e seguito dall’istinto lo risalgo tra le zolle d’erba la lunga e ripida dorsale, la sensazione che avverto è quella di camminare sulla schiena di un gigante dormiente.

Non ci sono né tracce e ne segni, seguo una linea immaginaria che porta su, fin non so dove, ma porta lassù. La forza di volontà è sospinta dall’istinto, Magritte mi segue fiducioso, insieme ne abbiamo viste e fatte di cotte e di crude.

Lungo il ripido crinale mi mantengo a filo tra i due versanti, metro dopo metro guadagno quota e non oso guardare in alto, la meta è ancora lontana e il percorso tortuoso.

Sono lupo e vago come esso, intraprendo i passaggi migliori, cercando nei fili d’erba le zolle dove procedere sicuro. Le sofferenti cortecce dei faggi sembrano sculture, ne fotografo alcune, la saggia montagna mi accompagna nella fatica, donandomi ciò che le è più caro.

Risalire il crinale non è particolarmente difficile, a volte ho l’impressione di scorgere tracce di camoscio o segni di passaggio di bipedi. La vista a meridione domina i laghi della val tramontina e a settentrione la folta foresta copre la visione, mentre a oriente spiccano per bellezza il Rest e il massiccio del Valcalda.

Salgo senza patemi, stranamente visto il periodo post influenzale sono in forma, è la seconda uscita dall’inizio dell’anno, Magritte con il suo silenzio mi fa compagnia.

 Presso quota 1272 metri, una lieve traccia mi suggerisce di abbandonare la cresta, accompagnandomi in un ampio terreno meno scosceso, mi ritrovo a districarmi tra le dune con affioramenti rocciosi e popolate dalle forme bizzarre dei faggi antropomorfi.

L’ambiente è incantato e spettrale, avanzo, sempre guidato dal fiuto di lupo, supero i dorsi che mi guidano alle quote maggiori, mentre ai lati scoscesi osservo gli inquietanti canali che come imbuti scorrono dentro gli orrendi inghiottitoi.

Non devo assolutamente perdere l’orientamento, la magia mi accompagna lungo la china, fino a sbucare nel prato sommitale che ospita i ruderi di una malga. Rimango sorpreso di come osavano salire in alto i malgari della valle. Sospinto dall’euforia di essere vicino alla meta, risalgo gli ultimi metri fino alla cresta, ed ecco tanta luce, mi dirigo verso il piccolo ometto di sassi sormontato da una targa in legno con su inciso il nome del monte. Fatta! Missione compiuta.

La quota più alta è occupata dalla fitta boscaglia di faggi, mentre la panoramica vetta consiglia la visione verso la valle, dominando il versante sud-occidentale e le vicine catene montuose.

La prima elevazione che attira l’attenzione è la dorsale del Raut, e poi dietro di essa le altre. L’isolata cima ha un qualcosa di magico, e la semplicità che la contraddistingue la rende unica e particolare, un masso vicino l’ometto fa da piedistallo per le foto di rito.

Tra i sassi dell’ometto scopro un barattolo con il relativo libro di vetta, appongo dentro il contenitore il simbolo del gruppo spiriti liberi, e dopo una decina di minuti mi preparo al ritorno.

Non è agevole il rientro a ritroso, malgrado sia munito di GPS, preferisco avvalermi del fiuto del fido Magritte, che mi guida rapidamente fuori dal labirinto.

Raggiunta la cresta, posso concedermi il meritato riposo con una ricreativa sosta per recuperare le energie. Riprese le forze, stavolta indosso i ramponi da erba, per rendere meno problematica la discesa, e infatti senza intoppi procedo con prudenza, non voglio arrivare tardi all’auto.

Raggiunta la carrareccia, inizio a ritroso il lungo cammino, nulla di particolare da scrivere, vagando mi diletto a immaginare che al rientro a valle berrò qualcosa di caldo, benché tenga nello zaino un termos con la calda tisana, ma non ho nessuna voglia di fermarmi, aprire lo zaino, ecc. ecc. Anche perché il freddo comincia a farsi sentire e sempre più pungente.

Una volta disceso nella località di Pradis, mi complimento con il mio compagno di viaggio, mi libero degli scarponi, apprestandomi per il rientro a valle.

Tramonti di Sopra sembra spopolato, cerco invano l’amico Gianni, non lo trovo, malgrado tutto ho il piacere di fare conoscenza con il suo suo gattone siamese, ripreso il cammino rientro a valle.

Qualcuno lassù, non pago di avermi fatto sognare mi offre un gradito dono, un tramonto infuocato, bello e romantico, che mi accompagna fino all’uscio dell’abitazione. Stanco ma pago, finisco così la giornata, con una cima conquistata e una nuova storia da raccontare.

Il forestiero Nomade.

Malfa.