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sabato 26 agosto 2017

Monte Dosaip (2062 m)

 
 

Monte Dosaip (2062 m)


Note tecniche

Localizzazione: Dolomiti Friulane (Prealpi carniche)

Avvicinamento: Montereale Valcellina - Barcis - Claut. Seguire le indicazioni per Lesis, seguendo una serie di tornanti fino al Pian de Cea (914 m).
Parcheggio per l’auto.

Dislivello: 1200 m.

 Dislivello complessivo: 1200 m.

Distanza percorsa in Km: 20 km.

Quota minima partenza:

Quota massima raggiunta: 2062 m.

Tempi di percorrenza. Sei ore senza le soste.

 In: Solitaria.

 Tipologia Escursione: Selvaggia.

Difficoltà: https://www.vienormali.it/images/layout/dif-EE.gif E.E.

Segnavia:  CAI 376-398.

Attrezzature: No.

Croce di vetta: Si.

Libro di vetta: Si.

Timbro di vetta: No.

Cartografia consigliata: Tab 021; 028.

Periodo consigliato: giugno-ottobre

Condizioni del sentiero: Ben segnato e marcato fino alla casera Caserata.

Fonti d’acqua: Nessuna.

Data: 17 agosto 2017.

 

Il “Forestiero Nomade”

Malfa

Relazione tecnica.

Da Claut per rotabile a Pian di Cea e quindi attraversando l’immenso ghiaione delle “Grave di Gere” si passa vicino la Casera Podestine (1015 mt.). Si continua in direzione nord risalendo il Ciol di Soraus per circa cento metri, lo si attraversa ad est dove si trova una tabella con le indicazioni. Si risale il pendio boschivo per sentiero CAI 398, e successivamente per sentiero quasi pianeggiante si passa a mezza costa sotto le pareti rocciose delle Caserine Basse. Si esce brevemente in un ampio canalone detritico, lo si attraversa orizzontalmente raggiugendo nuovamente il boschetto che sbuca in un prato che sovrasta la Casera Caserata. Pochi metri sopra sempre per prati si raggiunge la forcella Caserata (1516 mt.), si segue una debole traccia verso sud, inoltrandosi nel bosco di conifere fino ad uscire sui prati sommitali presso i ruderi di casera Dosaip. Per deboli tracce e radi segni si raggiunge il Cadin del Dosaip, e sempre seguendo le deboli tracce (bolli rossi) si raggiunge per traverso il fondo del vallone. Di seguito si risale il ripido pendio fino alla cresta, pochi metri a sinistra la vetta (2062 mt.). Per il ritorno stesso itinerario dell’andata.

 
Racconto dell’escursione.

Avevo un conto in sospeso con la solitaria e selvaggia cima del Dosaip. Quattro anni fa, nel mese di giugno fece la capricciosa, bloccandomi sul cadin, con lo scroscio di un temporale. Decisi allora di rinviare la conquista della cima a data da destinarsi. Recentemente sto dedicando le mie escursioni alle dolomiti friulane, soprattutto alle cime minori, che sono le più selvagge. Il Dosaip, è una delle montagne che vedo dalla frazione dove abito. Essa dalla pianura mi appare come un’alta bastionata, rettangolare, più rassicurante delle vicine Caserine, e non lascia immaginare i dolci prati sommitali che si percorrono da occidente a oriente per arrivare al suo vertice. Non attira gli amanti dei nomi altosonanti, né gli opposti amanti dell’eccessivo ravanamento, è una cima ideale per un giorno di profonda riflessione, da affrontarsi in solitudine, senza compagni di viaggio, né coniugi o amanti; ma in solitudine, al massimo con il fedele compagno a quattro zampe. È la montagna ideale per non incontrare nessuno, tranne la propria anima, e io di questo ho bisogno, quindi stavolta, caro Dosaip, saldiamo i conti, cima deve essere e cima sarà.

Giovedì scorso, all’albeggiare, sono nei pressi di Claut, avevo dimenticato di quanto fosse grande il paesello. Per strada incrocio i volti rudi e forti dei montanari, gente tosta, che vive di pane e fatica. Risalgo in auto la rotabile fino ai piani di Cea, curvoni super stretti, che mi portano al margine dell’infinito piano di ghiaie. In mia compagnia c’è il mio fedele e silenzioso compagno di viaggio, riconosce il luogo. Una volta pronti, zaino in spalle e sogni al seguito si parte. Stavolta conosco il tragitto, devo percorrere il chilometrico letto del torrente, chiamato le “Greve da Giere”; esso è infinito, sia in lunghezza che in ampiezza. Alcuni automezzi lo percorrono sulla sinistra orografica, io punto alla destra, cavalcando le ghiaie, e mirando ai radi ometti. Un deserto di sassi, adombrato dalle boschive pendici del monte Pinzat alla mia destra e monte Ciampon alla mia sinistra. A nord il sole illumina le bianche pareti della Fratta del Barbin e della Cresta della Meda. Vai viandante, cammina, la strada è lunga e tortuosa. Dopo un po’, anzi più di un po’, raggiungo la destra orografica dove sbocca il Ciol della Prendera, per alcuni tratti cammino su uno sterrato. Gli ometti sono surreali, di forme e materiali diversi, compresa una base di tronco di larice, non vi è limite alla fantasia. I segni artificiali mi guidano alla radura presso la casera Podestine, il suono dello scorrere del torrente si miscela a quello delle motoseghe, è come ascoltare nel medesimo istante musica Rock e classica. I laboriosi boscaioli liberano il passo, e il viandante procede verso l’imbocco del Cadin di San Francesco. Una serie di ometti diligentemente in fila come soldatini mi guidano all’attacco del sentiero CAI 398, qui termina il mio viaggio orizzontale. Un ‘ultimo sguardo al torrente e si sale, conquisto rapidamente quota dentro il bosco misto di conifere e faggi, dapprima fitto, poi meno. Presso un pulpito panoramico la visuale si apre sulla forcella delle Pregoiane, i giganti di pietra: Meda, Bortolusc e Gasparin dominano la scena. Seguo il sentiero marcato, viaggiando dentro il bosco, accarezzando una rara selce illuminata dai raggi solari filtrati attraverso le fronde. Il sentiero mi dà un attimo di sosta, si fa quasi orizzontale e si apre a meridione, lasciandomi ammirare la mole del Pinzat. la vegetazione, rada, sparisce, rapita dal grigiore del teatro detritico delle pendici delle Caserine Basse. Attraverso il macereto con facilità, lo ricordavo peggio, o forse ricordo un’altra escursione. Tra sassi, massi e detriti raggiungo di nuovo la vegetazione, aggirando il costone, che con dolcezza, mi porta presso la forcella Caserata. Il sole illumina le fronde di verde smeraldo, è una luce aulica, che mi da gioia, e allo stesso tempo mi presenta la meta, il Dosaip, non più lontano. Tra i prati mi trovo poco sopra la bellissima baita che fa da ricovero, chiamata casera Caserata. Per non arrivare tardi all’appuntamento con la meta rinuncio ben volentieri a una visita di cortesia al manufatto, la farò dopo, se vorrò! Sempre tra i prati, una traccia di camoscio mi porta in forcella, e la stessa mi invita ad entrare nel bosco di larici. Radi segni mi portano a sud, seguo la lunga diagonale che con modesta pendenza mi porta ai prati sommitali. Ora, sopra di me, solo il cielo azzurro, lì, poco distante, le pareti delle Caserine Basse, e tutto intorno erba alta. La traccia è esigua, essa giunge nei pressi dei ruderi della casera Dosaip; il suo scheletro somiglia a quello di una balena arenata. Finita la pacchia, se così si può dire, ora inizia il selvaggio estremo, e chi non ha orientamento fa bene a ritornare a casa. Seguo nell’erba qualcosa che sembra calpestato, ma potrebbe non essere, e miro a oriente, fino a raggiungere l’anticamera del Cadin del Dosaip. Ci siamo, un gigantesco anfiteatro di origine glaciale, si rivela al mio stupore. Segni rossi mi invitano a scendere di pochi metri e compiere un lungo traverso sulla destra del catino. Presto, rapito dalla bellezza selvaggia del luogo perdo la traccia, ma miro alla lontana cresta. Non mi esimo da una caduta sui ripidi ghiaioni, ahimè, dolorosa per il fondoschiena, ma mi rialzo e proseguo. Ritrovo i bolli, mi abbasso verso di essi, ora l’invisibile traccia è comoda. La seguo fino a raggiungere il ripido erboso sotto la cresta. Per balze erbose e facili roccette, risalgo il pendio, fino ad avvistare una sorprendente croce, pensavo di trovare solo un corposo ometto. Raggiunta la cresta, pochi metri a destra, e sono in cima.  La bellezza del paesaggio è incommensurabile, inganna. Paesaggio verde e morbido, creste che si susseguono e invitano a cavalcarle, mentre basta spostarsi di pochi metri a oriente e scoprire che sono sul bordo di una rupe che precipita verticalmente di centinaia di metri sulla valle del Silisia. Magritte, il mio compagno di viaggio si concede il suo tradizionale pisolino di vetta, io procedo alle varie operazioni, tra le quali quella di imbandire la tavola. Operazione proibitiva, uno sciame di moschette rompe i …ioni. La temperatura all’esterno è di 35 gradi, ma sono costretto a indossare il pile affinché gli insetti di vetta, non disturbano il quieto vivere. Mi allontano dalla croce, ed essi spariscono, qualcuno oltre a istallare il simbolo sacro, ha pure allevato questi fastidiosi guerrieri con ali, affinché proteggano la sacralità del sito. È stato più facile raggiungere la cima che firmare il libro di vetta, contenuto in un barattolo. Ho osservato il numero dei visitatori, essi sono regolari, a visita quindicinale, e sicuramente su prenotazione. Ci rido su, e mi concedo alla meditazione, e come non potrei. Finalmente vedo casa dalla cima, la val Tramontina, e il meraviglioso arco di montagne delle dolomiti bellunesi, e soprattutto, che silenzio! Che pace! Ci vivrei, aggrottandomi come un eremita, e osserverei da quassù i pazzi che laggiù vivono come formiche. Il tempo sottratto per visitare le casere, lo dedico alla vetta. Laggiù, sull’altra cima, di pochi metri più bassa, due corvi reali fanno un corso di spiritualità; il maestro sta sull’ometto ed esegue le procedure di iniziazione, mentre l’allievo diligentemente non si perde una mossa. La natura insegna, sta a noi conoscere il suo linguaggio. Nuvoloni in lontananza mi annunciano che la festa sta per finire, raccolgo i materiali e con il fido procedo a ritroso. Raggiunto il bordo del catino osservo per l’ultima volta questo paradiso perduto e riprendo il cammino. Presso la casera Caserata, gocce di pioggia mi bagnano il volto, mi proteggo e rinuncio alla visita, temo il peggio, la pioggia aumenta, e poi, come d’incanto svanisce. Raggiunto il greto dell’immenso torrente, il cielo si apre, e il suono melodico dello scorrere delle acque si fonde con il rock delle motoseghe, sono rientrato nel mondo. Mi aspettano ancora quattro chilometri di sassi, che daranno la botta finale ai miei consumati scarponi. Mancano pochi metri all’auto, pochi, mi guardo indietro, ora il cielo è azzurro, le rocce bianche, e il mio cuore è gonfio di tristezza. Non ho conquistato nessuna cima lassù, ma ho solo spezzato per un attimo le catene, che ora sono riapparse.

Il “Forestiero Nomade”

Malfa.

 

 

 























































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