Powered By Blogger

martedì 3 novembre 2020

Monte La Palazza 2210 m. dalla Val Zemola

Monte La Palazza 2210 m. dalla Val Zemola

 

Note tecniche.

 

Localizzazione: Dolomiti Friulane -Gruppo del Duranno-

 

Avvicinamento: Montereale-Barcis-Cimolais-Passo San Osvaldo-Erto- Rotabile per la val Zemola.

 

Punto di Partenza: Parcheggio quota 1179, pochi metri sotto il rifugio Casera Mela.

 

Tempi di marcia escludendo le soste: 6 ore.

 

Dislivello complessivo in salita: 1100.

 

Distanza percorsa in Km: 12,770 m.

 

Quota minima partenza: 1179

 

Quota massima raggiunta: 2210

 

Condizioni Meteo: Eccellenti.

 

Segnavia: Cartelli con indicazioni, piccoli bolli rossi. Paletti e ometti.

 

Fonti d’acqua: Si- Fontana presso la cava di marmo

 

Difficoltà: Escursionisti esperti.

 

Attrezzature: Nessuna

 

Cartografia consigliata. Tabacco 021.

 

Data: 31 ottobre 2020


Periodo consigliato: da maggio a novembre

 

Il vostro “Forestiero Nomade”.

Malfa.

In questo periodo storico di grigiore collettivo, dove i grandi sentimenti svaniscono per la paura degli avversi biologici, una giornata di sole in piena libertà è come una mano santa. L’escursione che si prospetta è davvero spettacolare, quindi vago nella memoria alla ricerca di una montagna che mi doni luce e poesia, e il primo nome che mi viene fuori è La Palazza della Val Zemola.

Con il dislivello ci siamo, mille metri o poco più, ma soprattutto c’è il tanto camminare che mi attrae, questo mi aiuterà molto nella riflessione.

La stagione autunnale offrirà un intenso colore al passo, liberando emozioni ormai sopite. Con la mia compagna e l’inossidabile fido, raggiungiamo nella prima mattinata la Val Cimoliana, il fantastico quartetto di roccia che ci si prospetta all’orizzonte è fantastico, tra le cime individuo il monte Lodina, il Duranno, la Cima dei Frati e la Cima dei Preti, davvero un gradito biglietto da visita per chi ama la montagna.

Dopo aver valicato il passo di Sant’Osvaldo ci immergiamo nella bruma del Vajont, da dove sbuca solitaria Cima Mora (monte Toc) con il suo tragico segno. Svoltiamo per il borgo di Erto, percorrendo l’aerea e ardita carrareccia (scavata dai minatori) che incide il versante meridionale del monte Borgà e Buscada. Devo ammettere, che adesso, questo tratto di strada, mi fa meno impressione di quando, anni fa, lo percorsi con i tornanti ghiacciati e senza l’ausilio delle barriere di protezione. Giunti nell’ampio spiazzo che precede la Casera di Mela, ci approntiamo e una volta allestiti, partiamo per la nostra meta.

Il primo tratto da percorrere è la lunghissima strada forestale, tempo fa serviva la Cava di Buscada. Camminiamo per chilometri in questa lunga arteria, immersa nella vegetazione autunnale, dove i colori s’infiammano appena vengono sfiorati dai raggi del sole. Spesso ci fermiamo incantati a fotografare la strabiliante cornice pittorica ideata dagli elementi naturali. Al centro del dipinto spicca sua maestà il Duranno, rivestito da un morbido mantello bianco con striature rosate. Ai margini è contornato dall’oro luminoso dei larici e da quello antico dei faggi. La cornice dell’opera è data dalla comunione tra il cobalto del cielo autunnale e lo smeraldo degli aghiformi.

Siamo rapiti e incantati da tale visione, sognavo di ammirare questo capolavoro e ora ce lo godiamo, passo dopo passo e da molteplici punti di vista.

Poco dopo aver superato le strutture della teleferica che portano al Rifugio Buscada, veniamo raggiunti da una coppia di simpatici veneti, ci faranno compagnia sino a dopo la galleria che precede il rifugio Buscada, dopodiché le nostre strade si divideranno.

Superata la galleria (un’autentica cella frigorifera), proseguiamo per la cava, dove enormi blocchi di pietra sono a testimonianza delle antiche fatiche dei minatori.

 Davanti a noi, in alto e in direzione nord, ammiriamo i dorati e ripidi prati della creta del monte Buscada. La carrareccia, segnata da sparuti bolli rossi, scema poco sopra alcuni tornanti, oltre il sentiero si spegne. Delle sgradevoli e inutili scritte rosse deturpano la roccia, indicando un percorso che di suo è ben marcato. A ridosso della cresta inizia la parte più affascinante del viaggio. Seguendo la traccia ci inoltriamo tra i mughi, superando facili ostacoli che somigliano a giochi per bimbi, come: sgusciare dentro un foro creato da un vecchio larice, o camminare in bilico tra gli scivolosi e aguzzi sassi, finché, guidati da totem naturali (due rinsecchiti tronchi di larice) raggiungiamo il morbido crinale del Buscada.

La Palazza non è ancora in vista, percorriamo l’aureo tappeto sommitale, e ci fermiamo di tanto in tanto, ad ammirare l’enorme mole in controluce del Monte Borgà.  Presso una forcellina la visione si apre sulle dolomiti bellunesi, alcune vette sono imbiancate dalla prima neve autunnale. Indaghiamo con lo sguardo sospeso e meravigliato. Molti dei nostri recenti trascorsi escursionistici sono stati tra quei rilievi, il Pelmo, dominando la scena, attira la nostra attenzione. 

Proseguiamo, valicando a meridione il ripido tratto di prato, finché, raggiunto un insellamento, siamo a ridosso della vetta del Buscada e al cospetto del La Palazza.

Non è stato tanto agevole, per noi, raggiungere in data odierna, questo pulpito panoramico, personalmente ho avvertito stanchezza, sicuramente dovuta a un calo di sali a causa dell’eccessiva sudorazione. Giovanna, malgrado il persistere di dolori acuti alle cervicali, stoicamente non si è arresa, e con grande forza di volontà si è portata su. Adesso la visione della meta ci galvanizza e rifiorisce dai mali, siamo a pochi metri dalla meta, e come in un rito sacro, ci prepariamo. Giovanna lascia lo zaino presso un masso, dopodiché, scendiamo di pochi metri sino all’intaglio, dove il corpo del Buscada si congiunge con quello del La Palazza. Tramite un’esile traccia, che poco prima pareva inesistente, risaliamo la china tra zolle e roccette, finché avvistiamo la croce di vetta. Un nutrito gruppo di escursionisti in discesa ci lascia la cima.

Al seguito ho portato un contenitore in plastica con relativo libro di vetta e penna.  Mentre mi organizzo nel trovagli una degna collocazione tra i sassi dell’ometto, Giovanna si distende sul prato sommitale, godendosi il caldo sole autunnale assieme al prode Magritte.

Nel frattempo che opero mi guardo intorno, e sono rapito dalla quiete, il cielo terso e la temperatura mite creano un’atmosfera sognante, abbiamo tutto il tempo che vogliamo per goderci il meritato riposo. Dalla cima la vista spazia all’infinito, i colori tenui dell’azzurra roccia mi illudono che sto contemplando un oceano dolomitico, e le creste tra loro si amalgamano, le dolomiti friulane e le bellunesi sono un tutt’uno, uno spettacolo con pochi eguali al mondo. Un’escursione in montagna davvero riuscita, patema e premura oggi non sono nostre compagne.

Il tempo fluisce lentamente, e con pari ritmo ci apprestiamo a lasciare la vetta.  Con prudenza scendiamo il primo tratto, e recuperato lo zaino, effettuiamo una breve visita alla vetta del Buscada (dieci metri a destra dal sentiero), per poi proseguire per il lungo rientro.

Si procede senza fretta, fermandoci spesso a commentare episodi della vita, o contemplare particolari circostanti. Nell’ammirare le fronde degli alberi tinte dall’autunno ci identifichiamo in quei bambini che dentro una cartoleria possono scegliere solo ed esclusivamente una scatola di pastelli tra mille. Non credevo che la felicità si mostrasse in queste sembianze dandoci queste emozioni.  I colori ci sono tutti, i verdi smeraldi dei mughi e degli abeti, il giallo oro dei larici, i bruni delle foglie rinsecchite dei faggi, il rosso carminio dei sorbi degli uccellatori, l’azzurro del cielo, il viola delle cime lontane, il bianco delle rocce, il grigio di alcune cortecce. Che grande artista è la Signora Natura, adopera i primari e i complementari come nessun altro. Nessuna tinta è fuori posto, stiamo vivendo un sogno. Un artista scrisse che l’autunno è la primavera dell’inverno. Io penso che l’autunno sia la stagione degli esseri umani intorno alla mezza età.  Possediamo tutti i colori, ma non sono più vivaci come quando eravamo giovani. Ora sono più caldi, saturi, l’esperienza ha trasformato la felicità in sapienza. E ben sapendo che presto verrà l’inverno, indossiamo ogni giorno gli abiti più belli, illudendoci di vivere una seconda giovinezza, finché l’ultima foglia non cadrà. Raggiungiamo l’auto, poco prima che il Duranno si tinga di un rosso fuoco. Felici e soddisfatti, lasciamo la valle che ci ha inebriato con i colori autunnali e scaldato con la mite temperatura che precede l’Estate di san Martino. Tra i desolati tornanti di Erto ha termine la nostra visita di cortesia al La Palazza, autentico gioiello della Val di Zemola.

Il forestiero Nomade.

Malfa





































































 

Nessun commento:

Posta un commento