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martedì 10 novembre 2020

Monte Cornetto dalla valle del Vajont

Monte Cornetto 1792 m. da San. Martino (Erto)

Note tecniche.  Dolomiti D’Oltre Piave

Localizzazione: Alpi Orientali-Prealpi Venete. Gruppo del Col Nudo –Cavallo.

 

Avvicinamento: Montereale di Val Cellino-Barcis-Cimolais- Passo di Sant'Osvaldo. In direzione Erto per circa 2 km, sulla sinistra l’imbocco di una stradicciola secondaria con indicazioni per la località Pineda. (m 762, piccolo spiazzo per il parcheggio).

Dislivello: 1030 m.

 Dislivello complessivo: 1063 m.

Distanza percorsa in Km: 8 chilometri.

Quota minima partenza: 762 m.

Quota massima raggiunta: 1792 m.

Tempi di percorrenza. Cinque ore escluse le soste.

In: Coppia

 Tipologia Escursione: Escursionistica.

Difficoltà: https://www.vienormali.it/images/layout/dif-EE.gif Escursionistiche.

Segnavia: CAI 903.

Attrezzature: No.

Croce di vetta: No.

Libro di vetta: No.

Timbro di vetta: No.

Cartografia consigliata: Tab 021

Periodo consigliato: maggio -novembre

Condizioni del sentiero: Ben segnato e marcato

Fonti d’acqua: Si, in alta quota (fontana).

Data: 07 novembre 2020

 

Il mese di novembre di questo strano anno ci regala deliziose giornate dal sapore primaverile. È surreale la visione delle montagne spoglie di neve. Di questi tempi la libertà di movimento è un dono, e per questo non lo sprechiamo, scegliendo di percorrere remoti e affascinanti sentieri.

Questa volta la scelta cade sul Monte Cornetto, bella montagna posta proprio all’imbocco della valle del Vajont. Non è la prima volta che ascendo il monte, e tra i vividi ricordi mi viene in mente la salita per il ripidissimo versante meridionale, la magia dei prati sommitali e la vetta spoglia di qualsiasi simbologia.  Si arriva nelle prime ore del mattino nella valle del Vajont, dopo aver varcato il passo di Sant’Osvaldo tramite la strada statale 251. Lasciamo l’auto presso un ampio spazio ai margini di un tornante, proprio pochi metri prima della località San Martino. Siamo avvolti da una gelida bruma, ci prepariamo velocemente e scendiamo per la stradina asfaltata che attraversa tramite un ponte il torrente Tuara. Pochi metri dopo, sulla sinistra, una scalinata segna l’inizio della nostra avventura (cartelli esplicativi del sentiero CAI 903).

La breve scaletta ci porta sino a un traverso, reso insidioso dall’erba bagnata di brina, con cautela giungiamo alla cappella di S. Antonio, dove confluisce il sentiero CAI 901. Una tabella con segno di divieto ci avvisa che è stato dismesso. Il nostro percorso continua per il sentiero 903, sin da subito è ripidissimo, e tale rimarrà la sua peculiarità per circa 900 metri di dislivello.  

Tra stretti tornanti e brevi passi su roccette, percorriamo questo faticoso tratto, che a volte ci elargisce brevi tregue con ampi e incantevoli scorci panoramici sulla valle del Vajont. La temperatura è mite, ci mettiamo in canotta, illusi che la lunga calda stagione continui. Raggiunti alcuni ruderi ci fermiamo e dilettiamo a esplorare, non abbiamo fretta, vogliamo godere tutto della montagna, dal gelido masso alla piccola foglia di carpino illuminata dal sole.

Il sentiero prosegue ripido lungo la dorsale, dove, sovente, il paesaggio si apre anche sulle cime circostanti, tra cui domina il bellissimo monte Borgà.  La valle del Vajont è stupenda, in passato ho frequentato quasi tutte le sue elevazioni, e ripercorrerle mi dà enorme soddisfazione.

La mia compagna oggi è in forma, nessuno dei due avverte la fatica del tratto ripido e usufruiamo del sole, quando esso filtra tra le fronde della vegetazione.

 Magritte è un veterano, fiero e indomito, procede come un’ombra silenziosa.  A volte odo delle voci provenire dall’alto, sicuramente ne è artefice la comitiva che ci precede.  All’inizio del cammino ho trovato per terra un paio di occhiali da vista, li ho raccolti e riposti nel taschino superiore dello zaino, tra poco sono sicuro che troverò il loro legittimo proprietario. Infatti, in un tratto dove la ripidezza del sentiero concede una tregua, scorgiamo una numerosa compagine veneta in sosta per riprendere fiato. Ci salutiamo, e istaurata la conversazione, domando se qualcuno ha smarrito gli occhiali. Come immaginavo, ho trovato il proprietario, così l’avventura degli occhiali da vista finisce felicemente.

Con la comitiva d’oltre Piave si instaura un divertente dialogo, vengo riconosciuto per i miei scritti sul web dal più attempato del gruppo, altri mi chiedono delucidazioni sul percorso avvenire. Date delle risposte, e tranquillizzati alcuni, si prosegue, stavolta assieme per un breve tratto, sino alla casera Cornetto.

Durante il cammino, lungo il sentiero (sempre ripido e adombrato da una faggeta) abbiamo modo di trovare della legna di faggio già tagliata e pronta per essere trasportata dai viandanti alla casera (una scritta su un cartello è un chiaro ed esplicito invito a essere misericordiosi).

Raggiunti gli ampi prati sommitali che ospitano i ruderi di una stalla, la visuale si apre sulle dolomiti friulane, davvero magnifiche e immense. Si rimane rapiti da cotanta bellezza. Per prima avvisto le bianche pareti del monte Vacalizza, e da sola questa visione vale la fatica finora affrontata. Percorriamo in piano i morbidi prati, sino a raggiungere la casera Cornetto, adagiamo in un cantuccio la legna raccolta ed entriamo nel riparo. Una visita all’interno della casera è doverosa, i colori, gli oggetti e l’ambiente nel suo complesso, richiamano la classica baita. Sembra abitata, come se il malgaro fosse appena uscito, anche se il caminetto è palesemente spento, fantasticando, odo lo scoppiettio della legna arsa da un timido fuoco. La magia del luogo cattura lo spirito. Poste le firme sul libro dei visitatori, Giovanna e io, si prosegue per il sentiero che porta alla cima.

Presso una antica fontana, viriamo a sinistra, pestando la traccia che aggira il versante orientale della vetta del Cornetto. Dopo alcune centinaia di metri siamo in vista del Pian Grant, un ampio insellamento posto tra la cima del Cornetto e la cima di Tolo. Uno stato di felicità ci cattura, dopo il ripido sentiero ai margini della faggeta, questa traccia dolce si perde nelle morbide praterie color oro, la visione onirica ci ammalia. Procediamo lentamente verso un luccicare bianco, è una fontana posta così in alto che pare che tramuti il cielo azzurro in sgorgo d’acqua.  Sul capitello centrale che sormonta la fonte è posta una targa con un inciso in friulano, traduco: “Fontana d’acqua del mio paese.

Non c’è acqua più fresca che al mio paese.

Fontana di rustico amore.”

Sono i versi di Pier Paolo Pasolini, scritti in un friulano, anzi in quell’idioma friulano dolcemente intriso di veneto che si parla sulla riva destra del Tagliamento.  Osservo lo zampillare dell’acqua e le parole dolci del poeta svolazzano nella mia mente come farfalle in un oceano di fiori. Proseguiamo per la cima, in piena libertà, senza alcuna traccia.  Riconosco nell’elevazione a destra la nostra meta. Strane buche simili a doline appaiono sul prato, forse in un tempo remoto venivano adoperate per raccogliere la neve. Puntiamo agli eroici larici e faggi che cingono come una fortezza la sommità del monte. Il pendio erboso è assai erto, zizzaghiamo per faticare meno, finché, a ridosso della vetta, seguiamo i passaggi più logici. Ecco, ci siamo, pochi metri ancora, ed ecco la piccola cima, purtroppo affollata da numerosi bipedi, come se essa fosse un’area balneare. Tutta la poesia colta pochi istanti prima svanisce in un solo istante, anche perché i visitatori, circa una ventina, si sono letteralmente spalmati sulla breve superfice.

Anche la pietra che rappresenta il punto più alto è ricoperta da magliette poste lì ad asciugare. Mi rendo conto che in montagna non esistono regole e nemmeno un codice di buon comportamento. Ma questo atteggiamento (purtroppo di molti) decalca il detto” Chi tardi arriva, male alloggia”. Anche se non sta scritto in nessun luogo, la regola del rispetto reciproco dovrebbe essere assimilata da tutti. Ma non mi dilungo, di solito, preferisco ambienti selvaggi, e quindi ho risolto da me il quesito.

Dopo aver effettuato alcune foto, ecco sopraggiungere la comitiva veneta. In vetta si è formata un ‘autentica movida. Non posto le foto, se no rischiamo la galera in questo periodo di Covid 19, per fortuna l’assemblamento dura poco, le due comitive lasciano la cima, e noi, Giovanna, io e Magritte rimaniamo soli, a consumare il meritato pasto e a goderci il panorama.

Finalmente possiamo ammirare il bellissimo paesaggio. Sulla cima del Cornetto non sono presenti simbologie artificiali, nessuna croce e ne ometti, proprio nulla, solo erba e massi, in cui non puoi edificare nulla, insomma, la montagna allo stato puro.

 

Presso un masso ho scovato un pertugio dove lasciare un barattolino con il simbolo del gruppo. Passata una buona mezzoretta, decidiamo di rientrare a valle. Scendiamo dal monte con la nostra proverbiale calma, dedicando lunghe pause e molto tempo alla conversazione. Finché, al calare del sole, raggiungiamo l’auto. Mentre ci cambiamo, prima di partire, osserviamo all’orizzonte la sagoma in controluce del monte Toc, esso, appare, come un vulcano, la magia della sera cattura il nostro pensiero. Una piacevole sensazione di beatitudine accompagnata dal torpore provocato dalla stanchezza. Un altro giorno sta per finire, serberemo nel profondo dell’animo il ricordo di una cima conquistata e una nuova storia da raccontare.

Il Forestiero Nomade.

Malfa.

 























































 

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